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COMUNI

14 agosto 1962: cade l’ultimo diaframma del traforo del Monte Bianco. Quel brindisi tra operai francesi e italiani

ACCADDE OGGI - Un'opera che simboleggiò l'Europa moderna. Con ben altro entusiasmo rispetto ad oggi

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Il 14 agosto del 1962 cadde l’ultimo strato di roccia che divideva la parte italiana da quella francese del Traforo del Monte Bianco, opera strategica pensata per unire un pezzo importante d’Europa con un tunnel autostradale che collegasse Courmayeur, in Valle d'Aosta, a Chamonix, nel dipartimento francese dell'Alta Savoia. Due comunità che avevano (ed hanno) in comune legami socio-linguistici ed economici.

La scommessa di poter oltrepassare la montagna in una manciata di minuti, in quel giorno di inizio anni sessanta, fu vinta grazie all'impegno ed al sacrificio di migliaia di persone. Non senza scrivere pagine purtroppo drammatiche. Furono diciassette gli operai che nel compiere l’impresa persero la vita nei lavori di costruzione del tunnel.

L’evento fu considerato di portata storica e simbolica. Solo diciassette anni prima l’Italia si presentava agli occhi della comunità  internazionale come una nazione devastata dalla guerra, divisa, senza infrastrutture industriali, senza ponti. Eppure già nel 1946 era partita la progettazione del tunnel e l’inizio lavori a cui i francesi aderirono tre anni dopo. Nel 1953 si era dato il via all’opera che in un decennio consentì un collegamento fra due nazioni che si erano ritrovate amiche. Un passaggio adatto ai nuovi automezzi di massa, alla dinamicità dei nuovi mercati, alle produzioni d’avanguardia di due colossi industriali di rilevanza mondiale. Un segno di rinascita e di riscossa.

Un’altra Italia, un’altra Europa. Dove la speranza era l’unico asse politico per condividere esperienze e sogni. Un mondo lontano, a guardalo con gli occhi di oggi. 

Quando si abbracciarono, i francesi e gli italiani, sotto quel gigantesco e possente blocco di roccia, fu l’inizio di una nuova frontiera. Ci si accorse da subito che non era stato fatto solo un foro, ma era stato tracciato un solco su cui far nascere l’Europa. Un tracciato lungo 11.600 metri di perforazioni, oltre settecento tonnellate di dinamite. Una storia di persone, merci. Un salto temporale che ha visto scorrere dentro al suo ventre, in tutti questi decenni, il cambiamento tecnologico. La guerra alla roccia era cominciata nel gennaio del 1959. Il 14 agosto del 1962 fu la sera in cui l’attesa finì. Gli italiani, infatti, attendevano i francesi da undici giorni. Erano arrivati prima, il 3 agosto. Gli operai nostrani avevano deciso, per battere sul tempo i colleghi, di lavorare in quattro turni quotidiani di sei ore l’uno (pagate come otto). Era stato inoltre concesso un premio speciale per ogni mezzo metro di scavo in più al giorno. Così i francesi, inizialmente in vantaggio di due mesi sulla tabella di marcia, arrivarono secondi.

Dentro al Monte Bianco la prima merce che venne trasportata fu dello champagne. Per brindare. Con quattro bottiglie passate attraverso un buco dai minatori francesi a quelli italiani. Mezzo secolo fa c’era la convinzione di poter essere europei dopo essere stati nemici. Quel confine di roccia cadde anche per la forza della storia. Per scavare erano giunti dalla Sardegna, dal Veneto, dall’Emilia Romagna, dall’Abruzzo. Niente più armi. Martello, dinamite e fatica. E poi ancora martello, dinamite e fatica. Così per anni. Una volontà che cambiò il verso. Erano altri tempi. Si bucavano montagne, si rompevano confini. Si scommetteva sul futuro. Si andava nello spazio per arrivare sulla Luna. Nulla sembrava più impossibile. 

Quella degli operai francesi e italiani che realizzarono il traforo del Monte Bianco è certamente una narrazione umana e vitale fatta di volti anneriti dal fumo e di occhi commossi al traguardo. Una vicenda di coraggio e di sudore che terminò in un fraterno abbraccio. Oggi sempre più difficile da rivedere.

Parco dei Castelli romani, il Peduto della discordia. Monta il fronte contrario

ROCCA DI PAPA (politica) - La nomina (ancora non ufficializzata) dell'ex consigliere comunale di Frascati Pd ha scatenato la dura reazione dei 5 stelle e una parata di sindaci critici col metodo adottato

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Continua a tenere banco nei torridi giorni di agosto la questione relativa alle nomine delle nuove dirigenze dei Parchi regionali da parte del presidente della Regione Lazio Nicola Zingaretti che a fine luglio ha emesso il decreto relativo a 7 degli 11 Parchi. La nomina di Gianluigi Peduto, contrastata fortemente in primis dai 5 stelle e dal senatore Dessì, non rientra ancora nelle prime nomine firmate da Zingaretti ma il nome dell'ex consigliere comunale Pd di Frascati è considerato certo.

bcc mutuoUn fronte, quello contrario ad una nomina considerata "calata dall'alto" di Peduto, che si sta ampliando in queste settimane e che ha trovato oltre ai sindaci di Genzano e Marino (5 stelle), contrari nel metodo anche i primi cittadini di Frascati e Monte Compatri con ulteriori sostegni a questa iniziativa che potrebbero arrivare a seguire ad iniziare da Grottaferrata e Rocca di Papa. Nel mirino c'è proprio il metodo considerato non rispettoso delle istante e dell'ascolto del territorio. Gianluigi Peduto, oggi presidente anche dell'Irvit (Istituto regionale Ville Tuscolane) è già stato presidente del Parco dei Castelli tra il 2007 e il 2010. A Villa Barattolo di Rocca di Papa, insomma, Peduto è già di casa.

5 stelle che, peraltro, nelle parole dei sindaci Lorenzon e Colizza ma anche dello stesso Dessì hanno chiaramente fatto intendere che senza una ridiscussione del nome di Peduto, localmente il prossimo terreno di scontro sarà quello del Sistema bibliotecario dei Castelli romani (SBCR), oggi presieduto dal Pd Giuseppe De Righi.

A gettare benzina sul fuoco della polemica è stato nelle scorse ore è stato il consigliere regionale e presidente della commissione Agricoltura ed Ambiente Valerio Novelli (5 stelle) sulla cui scrivania nei giorni scorsi sono arrivate le prime 7 nomine.

"Estate tempo di nomine per la Giunta Zingaretti, sono state, infatti, pubblicate sul sito del Consiglio Regionale del Lazio quelle dei 7 presidenti dei Parchi del Lazio. Queste nomine sono un atto unilaterale della Giunta Zingaretti a cui mi sono già opposto fermamente. Come presidente della Commissione #Agricoltura e #Ambiente dovrei, secondo la Giunta regionale, convocare la commissione entro domani per un parere obbligatorio ma non vincolante su queste nomine. Dal canto mio sono assolutamente contrario a questa operazione, poiché delle cariche così importanti meritano un’analisi condivisa da parte di tutte le forze politiche, ma anche di enti, associazioni e soggetti che vivono nelle zone di competenza dei parchi. Tutto questo, ovviamente, non si può verificare in tempi così brevi", scrive Novelli su Facebook.

"Il presidente Zingaretti, se ha a cuore il dialogo con il Movimento 5 stelle è giusto che inverta la rotta con questo modo di agire, fatto di nomine sotto l’ombrellone, calate dall’alto e senza nessun confronto. Lo invito, quindi, a ritirare queste nomine e ad aprire ad un confronto serio sulla questione. Fortunatamente questa è l’ultima legislatura in cui verrà applicato questo iter frutto di un decreto del Presidente della Regione. La mia collega del Movimento 5 Stelle Gaia Pernarella ha presentato un emendamento al collegato di #bilancio, che è stato approvato in commissione, rivolto, appunto, al superamento dalla prossima legislatura di questa metodologia. Ci sarà finalmente meritocrazia per le scelte di chi siederà nei posti chiavi e non ci saranno più nomine calate dall’alto come in questa circostanza".

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Questi i nominativi scelti da Zingaretti per le presidenze dei 7 Parchi già ufficializzati:

Roma Natura: Maurizio Gubbiotti

Monti Cimini-Riserva Naturale Lago di Vico: Daniela Boltrini

Parco Naturale Regionale Monti Ausoni e Lago di Fondi: Bruno Marucci

Parco Naturale di Bracciano-Martignano: Vittorio Lorenzetti

Parco Naturale Regionale dei Monti Simbruini: Enrico Panzini

Parco Regionale dell’Appia Antica: Mario Tozzi

Riserva Naturale Regionale Nazzano Tevere Farfa: Dario Esposito