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COMUNI

Roma, crolla la scala mobile della stazione "Repubblica" della metro. Almeno venti i feriti, cinque in codice rosso

ROMA (cronaca) - Tra i feriti alcuni tifosi del Cska Mosca

ilmamilio.it

Una scala mobile della stazione della Linea A della metropolitana di Roma, 'Repubblica', è crollata nel tardo pomeriggio di oggi. Molte persone sono rimaste coinvolte nell'incidente. Tra queste alcuni tifosi del Cska di Mosca. I treni della metro continuano a transitare senza fermarsi alla stazione. La fermata è stata chiusa.

Sul posto sono intervenuti i vigili del fuoco, la polizia e il 118.

Difficile al momento comprendere le cause dell'incidente. Secondo le prime ricostruzioni a provocare l'incidente, saltando sulle scale mobili e intonando i cori, sarebbero stati i tifosi russi. Altre testimonianze, invece, affermano che la scala mobile avrebbe preso velocità improvvisamente. Da lì il crollo della struttura, che ha inghiottito decine di passeggeri. Molto si potrà capire dalle immagini delle telecamere interne e dei video amatoriali che già circolano in rete.

Almeno venti i feriti. Cinque in codice rosso. Molti sono rimasti a lungo incastrati tra le lamiere.

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Filippo Corridoni, il sindacalista politicamente scorretto che morì in trincea per cambiare l’Italia

ACCADDE OGGI – Morì nel corso della terza battaglia dell’Isonzo, il 23 ottobre 1915

ilmamilio.it

'Morirò in una buca, contro una roccia o nella corsa di un assalto, ma, se potrò, cadrò con la fronte verso il nemico, come per andare più avanti ancora''. Filippo Corridoni il suo destino lo aveva scritto prima, nero su bianco. Nel corso della terza battaglia dell’Isonzo, nei pressi di San Martino al Carso, oggi provincia di Gorizia, il 23 ottobre del 1915, nel corso della prima guerra mondiale, fu colpito da una pallottola in fronte nell’offensiva contro le posizioni austro-ungariche. Il suo cadavere non venne ritrovato. Anzi, come scrisse l’amico Alceste De Ambris “scomparve nella mischia come nelle storie leggendarie degli eroi”. Corridoni era socialista, sindacalista, figura storica che andò al di là degli schemi dell'epoca e per questo ancora oggetto di interessanti analisi sul movimento operaio italiano che visse nel suo tempo.

La morte lo colse quando aveva solo 28 anni. Dietro di sé aveva lasciato un alone mitico. Protagonista delle lotte proletarie, da rivoluzionario non esitò a schierarsi senza indugi a favore dell’intervento italiano nel primo conflitto mondiale come molti cattolici, socialisti, liberali e futuristi nella convinzione che l'Italia potesse cambiare radicalmente, a conflitto ultimato, andando verso la fine della Monarchia e la nascita di uno stato sociale, finalmente realizzato nella sua unità territoriale.

Nato il 19 agosto 1887 a Pausula (poi Corridonia), Filippo cresce in una famiglia di estrazione operaia. Il padre lavora in una fornace, la madre è una casalinga. Iscritto alle scuole tecniche, è costretto a interrompere gli studi per lavorare. Ma è un giovane che si impegna ed ha voglia di apprendere. Così riesce a raggiungere il diploma di disegnatore meccanico e si trasferisce nella Milano della ''bella epoque'', dinamica e industriale, e viene assunto alla Miani e Silvestri, dove le sue idee, già di sinistra, si approfondiscono.

E’ un ragazzone alto, carismatico. Con la sua presenza, traccia la sua linea politica contro l'area riformista del PSI che lo porta a diventare protagonista di un movimento che cresce esponenzialmente con il tempo. Licenziato per la sua attività sindacale, si getta nelle agitazioni proletarie. Viene arrestato la prima volta per aver distribuito davanti a una caserma il foglio antimilitarista ''Rompete le righe'' e viene condannato a cinque anni di reclusione. Nella primavera del 1908 partecipa alla vertenza agraria tra proprietari terrieri e braccianti nella provincia di Parma. In maggio parte da Nizza dove è esiliato, e passa clandestinamente il confine con il falso nome di Leo Celvisio per aderire allo sciopero dei lavoratori agricoli, sedato dall'intervento dell'esercito alla Camera del lavoro.

Sono anni di grande tensione, che si acuiscono con la guerra coloniale in Libia, contro la quale Corridoni si schiera. Matura l'idea - assieme a sindacalisti come Alceste e Amilcare De Ambris, Giuseppe Di Vittorio e Edmondo Rossoni - che è il sindacato, e non il partito, il vero soggetto politico che deve capeggiare il riscatto dei lavoratori attraverso un'insurrezione. Nasce l’USI (Unione sindacale italiana) che ispira anche la fondazione a Milano la Unione sindacale milanese (USM), che ben presto strappa adesioni al controllo della CGdL. La sponda politica a questa azione è data anche dal quotidiano del Psi ''L'Avanti!'' diretto da un altro esponente della corrente rivoluzionaria del socialismo: Benito Mussolini.

Il 7 giugno 1914 scoppia il temporale. La polizia uccide tra dimostranti ad Ancona. La reazione degli operai è furibonda. Si dà inizio alla ''Settimana rossa'', che scaturisce in un grande comizio all’Arena Civica dove Mussolini e Corridoni aizzano gli animi. L'intervento delle forze dell'ordine è deciso. Corridoni e Mussolini vengono picchiati ed arrestati. Filippo resterà in carcere fino al 6 settembre. Nel frattempo, però, in Europa è accaduto qualcosa. Gravilo Princip ha ucciso a Sarajevo l'arciduca Francesco Ferdinando. E' l'inizio della Prima Guerra Mondiale. Il mondo socialista si spacca paurosamente, anche tra i ''rivoluzionari''. Corridoni si schiera per la trincea. Con gli altri interventisti di sinistra costituisce a Milano il Fascio d’azione rivoluzionaria a cui si unisce Mussolini, che lascia l’«Avanti!» per fondare un suo giornale, ''Il Popolo d’Italia'', e viene espulso dal PSI.

Tornato in carcere dopo un'agitazione promossa con i gassisti, Corridoni scrive ''Sindacalismo e Repubblica'', in cui delinea un programma di democrazia popolare diretta che apre a scenari del tutto nuovi delle lotte operaie, dei rapporti con il futuro della nazione. Tornato in libertà, afferma: ''Oggi esiste un solo partito: l’Italia; un solo proposito: l’azione''. E' il manifesto di una generazione. Dopo l'adesione dell'Italia alla guerra, si arruola volontario. Per via della tisi, viene assegnato alle retrovie. Scappa per raggiungere la prima linea. Trasferito nella 'Brigata Siena', fronteggia gli austro-ungarici presso la Trincea delle Frasche, ove trova la morte.

Il suo esempio di sindacalista, di uomo dalle idee nuove, fu conteso a lungo. Il fascismo ne esaltò la figura per tutto il ventennio, ma tanta fu l'ammirazione anche tra gli antifascisti come i suoi amici Alceste De Ambris e Giuseppe Di Vittorio. Il cosiddetto ''fascismo di sinistra'' lo amò anche nel periodo antecedente alla Marcia su Roma, così come coloro che si difesero dall'avanzata delle camice nere. A Parma venne persino creata una Legione proletaria che portava il suo nome e che cercò di opporsi allo squadrismo dilagante. Paradossi, che nacquero sulla spinta emotiva dello studio di un uomo completamente irregolare e impossibile da omologare, che aveva deciso di sposare gli ideali della Patria e del sindacalismo, del socialismo e della nazione, per pensare alla sintesi in un'Italia diversa da quella nata sulla spinta del Risorgimento e che da esso doveva trarre i frutti più sociali e democratici, repubblicani e socialisti.

Nell'epoca del pensiero unico e delle convenzioni tecnologiche, il suo nome è ancora sinonimo di libertà. A destra e a sinistra, sindacalista rivoluzionario, interessato al marxismo, antiparlamentarista, antiborghese, combattente. Italiano, si, ma atipico e poco convenzionale, fuori da ogni collocazione prestabilita. Per questo, uno degli uomini più moderni della sua generazione. Dimenticato, ma ancora originale.