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Il giorno in cui le BR uccisero l’operaio Guido Rossa

ACCADDE OGGI – Il 24 gennaio 1979 un commando di tre persone uccide il sindacalista che aveva denunciato un fiancheggiatore della lotta armata

ilmamilio.it

Don Gallo, di lui, disse che era stato un ‘uomo inedito’. Scalava le montagne, Guido Rossa. Era appassionato di alpinismo, aveva nel cuore la giustizia sociale. Un altruista che cercava qualcosa altrove, lì dove non c’era nessuno e la piazza era lontana. Quella piazza che comunque, in quegli anni, era un valore, condivisione, centro delle lotte ed esempio di riscatto, rivendicazioni. Anni difficili, specie per Genova, dove esisteva una crisi di sistema dell’economia e dove le Brigate Rosse, tra il 1974 e il 1978, misero a segno nove omicidi (Leggi: 8 Giugno 1976: l’omicidio di Francesco Coco, un Magistrato dalla parte della civiltà dello Stato) e una ventina di gambizzazioni. 

Guido Rossa, operaio e sindacalista della Fiom-Cgil, fu il primo in Italia a testimoniare contro un fiancheggiatore e sostenitore del brigatismo. Aveva scoperto che un operaio dell'Italsider di Genova, Francesco Berardi, stava diffondendo nello stabilimento volantini di propaganda della lotta armata. Rossa lo riferì al Consiglio di fabbrica, fu il solo a firmare la denuncia, ovvero la sua condanna a morte.

Il 24 gennaio 1979 tre killer lo aspettarono sotto casa: Riccardo Dura, Vincenzo Guagliardo e Lorenzo Carpi. Solo dopo la sua uccisione si aprì un forte dibattito sulla scelta di coerenza che aveva contraddistinto Rossa, le esitazioni che lo avevano lasciato solo, gli slogan equivoci di chi in quegli anni esitava a schierarsi contro il terrorismo e chiamavano i brigatisti ‘compagni che sbagliano’, di chi, nascostamente, persino ammirava le gesta dei terroristi. Ma quell’omicidio fu un risveglio per tutti. Le Br percepirono nettamente che il clima politico e sociale era cambiato. La mattina piovosa dei funerali Genova si riempì di 250mila persone. Una folla enorme invase le strade e Piazza De Ferrari.

 Guido Rossa fu assassinato a meno di un anno dal sequestro e dall'assassinio di Aldo Moro. A compiere il delitto, come detto, fu la colonna genovese delle Br, comandate da Riccardo Dura. Secondo le testimonianze di alcuni brigatisti collaboratori di giustizia, il Comitato esecutivo e la direzione della colonna genovese volevano solo ‘gambizzare’ il sindacalista: Dura, invece, agendo di suo impulso, lo finì con un colpo al cuore. L'autista del commando, Lorenzo Carpi, è sparito da quarant'anni. E’ stato condannato all'ergastolo. Dura venne ucciso in via Fracchia il 28 marzo 1980, dove le Br avevano stabilito il loro 'covo', in una irruzione notturna dei carabinieri.

Nel violento conflitto a fuoco, del quale esistono versioni diverse, vennero uccisi quattro brigatisti. Recentemente, in base ad alcune rivelazioni e ad un esposto, è stato affermato che solo Dura fu colpito da un solo colpo alla nuca. Del blitz si è interessata anche l’ultima Commissione sull’uccisione di Aldo Moro (Leggi: 16 marzo 1978: la strage di Via Fani e il sequestro Moro. 40 anni di versioni differenti, ma ora c’è un’altra verità – IL DOCUMENTO e 9 Maggio 1978, l’uccisione di Aldo Moro: la fine di una Repubblica tra misteri e verità nascoste): nell'appartamento, infatti, non sarebbe stato impossibile nascondere documenti del presidente della Democrazia Cristiana. Aspetti mai chiariti. Di sicuro c’è che fine all’ottobre del 2018 era in piedi un’indagine sulla sparizione dei fascicoli relativi all’irruzione dagli archivi giudiziari di Morimondo (Milano) dove erano stati trasferiti. Quanto al caso dell’uccisione di Dura, invece, è stata chiesta l’archiviazione.

Rossa era un uomo coraggioso, aperto al dialogo e al confronto con un forte senso del dovere. Consapevole della minaccia, con un rigore morale assoluto fece la sua scelta. Con il suo omicidio fu colpito per la prima volta un rappresentante della classe operaia e un sindacalista: la categoria in nome della quale le BR affermavano di agire. Un ‘tradimento’ che segnò l’inizio della fine per il gruppo armato.