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16 marzo 1978: la strage di Via Fani e il sequestro Moro. Troppe versioni differenti, ma ora c’è un’altra verità – IL DOCUMENTO

ACCADDE OGGI – Molto di quello che ci è stato raccontato ufficialmente è stato smentito dall’ Commissione d’Inchiesta Parlamentare: sconvolgente

ilmamilio.it 

Via Fani, 16 marzo 1978. Un agguato terroristico rivendicato dalle Brigate Rosse neutralizza la scorta del presidente della Democrazia Cristiana, Aldo Moro. I nomi degli uomini assassinati corrispondono a quelli dei carabinieri Oreste Leonardi e Domenico Ricci, degli agenti della Polizia Francesco Zizzi, Giulio Rivera e Raffaele Iozzino. Moro, illeso nella pioggia di piombo dell’agguato, viene rapito.

Iniziano così i 55 giorni del suo lungo sequestro. Drammatici, indimenticabili, terribili.

Per decenni si è cercata la verità di un periodo storico che ha cambiato l’Italia. L’ultima commissione parlamentare d'inchiesta, presieduta da Giuseppe Fioroni, ha portato a termine il suo lavoro, complesso e impegnativo, poco prima della fine dell’ultima legislatura del governo Renzi, basandosi su acquisizioni documentali, accertamenti affidati ai collaboratori della Commissione o a strutture di polizia, libere audizioni.

LA STRAGE, LE PRIME ANOMALIE - L'on. Gero Grassi, componente autorevole della commissione sul rapimento e l'uccisione di Aldo Moro, ha portato in quel periodo nelle scuole, nei consigli comunali e nelle sale di molte città d’Italia, il risultato di un’indagine che ha aperto squarci di grande interesse sull’intera vicenda umana e politica di quei due mesi  del 1978, svelando clamorosi retroscena e sostanzialmente affermando un’altra verità, differente per ampie parti da quella che è stata per molto tempo ritenuta la ‘versione ufficiale’.

Partiamo proprio da quel 16 marzo 1978. Le Brigate Rosse, il gruppo armato di ispirazione comunista che si è sempre attributo tutta l’operazione militare, hanno affermato che in Via Fani il commando era composto prima da quattro, poi da sei e infine da nove componenti. La Commissione ha certificato che era almeno venti le persone presenti nella scena della strage. Sono emersi anche dubbi sulla ricostruzione brigatista del massacro. L’auto di Moro, ad esempio, non sembra aver tamponato, come si è sempre detto, l’auto dei brigatisti, altrimenti i fendinebbia, che erano posticci, si sarebbero rotti. In prossimità dell’incrocio teatro dell’agguato accadde altro? A guardare il paraurti della macchina si riscontra un’ammaccatura all’estremità sinistra. Le condizioni appaiono compatibili solo con il tentativo di evitare la sparatoria. Sull’auto di Moro il parabrezza presenta un buco causato da un proiettile. Sembra però esploso da un’arma che spaccando il vetro del finestrino posteriore si trovava a destra dell’auto. Chi ha sparato, dunque, se i brigatisti hanno sempre detto di arrivare dalla parte opposta? L’Alfetta della scorta ha tre finestrini in frantumi. Il lunotto è invece forato da una raffica sparata da dietro. I colpi sono arrivati mentre l’auto era in corsa?

Nella relazione si legge che uno dei fondatori della Br, Franceschini, rispondendo al senatore Fornaro, ha affermato che per il sequestro Sossi (che non era scortato) furono impiegate dalle BR complessivamente diciotto persone (sei eseguirono materialmente il rapimento, altre tre che presero in consegna l’ostaggio per trasportarlo al luogo di prigionia e le rimanenti nove erano nei dintorni pronte a intervenire in caso di necessità). “Pertanto il numero di persone coinvolte – recita il documento - per l’agguato di via Fani - secondo la ricostruzione di Valerio Morucci, uno dei brigatisti di punta dell'organizzazione - appare evidentemente molto esiguo”.

Nella dinamica dell’assassinio della scorta e del rapimento, durata due minuti e 50 secondi, molte delle certezze che sembravano assodate nel corso del tempo sono state riscritte dalla Commissione, che ha verificato anche l’esistenza di due moto Honda mai identificate. Oltre a questo è emerso che in via Fani vi erano almeno due persone che parlavano in tedesco. Un'altra curiosità importante: le Br hanno sempre affermato che il ‘Bar Olivetti’, nei pressi dell'agguato, era chiuso. Secondo le nuove indagini, le sue serrande erano parzialmente aperte. Esiste, inoltre, la testimonianza di almeno una persona che afferma di aver fatto colazione in quei locali quella mattina.

Il “Bar Olivetti” era frequentato – accerta la Commissione - da uomini della mafia siculo-americana, della banda della Magliana, dei Servizi segreti italiani, dell’esercito, dalle BR e dai Nar. Il riconoscimento del coinvolgimento di quei locali in attività criminali sono documentati nella relazione e costituiscono un’importante acquisizione di notizie al fine di disegnare uno sfondo di compromissioni a vari livelli, dentro cui si collocherebbero anche le infiltrazioni nelle Brigate Rosse che si verificarono sin dai primi anni settanta.

E ancora: le Brigate Rosse dicono di aver compiuto autonomamente l’azione. Almeno il maresciallo Leonardi, caposcorta, e Iozzino, furono uccisi con delle pallottole sparate da destra. Evidentemente, come affermato poco fa, c’erano persone da tutte e due i lati del luogo dell’eccidio. Furono sparati in tutto 93 colpi. 49 bossoli sono stati attribuibili ad una sola arma. Chi ha premuto quel grilletto?

LE STRANEZZE - Il primo ad arrivare sulla scena del crimine fu un fotografo, Antonio Ianni. Scattò molte immagini. Mentre svolgeva la sua attività, vide un elicottero. "Alzai gli occhi perché sentii un elicottero che fece un paio di giri sulle nostre teste e poi scomparve. Non mi sembrava avesse segni distintivi evidenti della polizia o dei carabinieri. Ebbi solo il tempo di fare delle foto mentre arrivavano i fotografi delle altre grandi agenzie straniere poi fummo allontanati tutti dal servizio d'ordine e continuammo a scattare foto da un terrazzo lì vicino. Poco dopo - ricorda Ianni - andai a Pratica di Mare per cercare di fare delle riprese dall'alto. Mi informai e mi dissero che in quell'ora nessun elicottero si era alzato in volo a Roma". La sera stessa trovò la sua abitazione sottosopra. I rullini di via Fani sparirono. C’era anche una giornalista dell’Agi, quel giorno, che documentò la scena e portò i rullini alla Digos. Furono rubati anche quelli.

Che circolino delle immagini che riguardano persone che non c’entrano affatto con le Brigate Rosse lo dice, in quel periodo, anche Mino Pecorelli, direttore di OP. Verrà ucciso poco dopo.

Soggetti terzi, dicevamo. Secondo la Commissione è possibile affermare, con ragionevole certezza, che il 16 marzo del 1978 in via Fani c'erano due esponenti della 'ndrangheta, ritratti in alcune foto rimaste inedite per oltre 35 anni.

Secondo i documenti redatti dalla commissione parlamentare esisteva un tacito accordo che ha determinato il cosiddetto 'Memoriale Morucci – Faranda', sostanzialmente contestato dalla nuova traccia di verità e ritenuto da una parte figlio di un compromesso tra terrorismo e Stato per chiudere quella pagina di vita della nazione e al contempo offrire il frutto di una verità ‘dicibile’ al popolo italiano. La storia del delitto Moro è tutta da riscrivere? Dove sono finiti, ad esempio, tutti i documenti, i verbali dei Comitati di crisi presso il Viminale? Perché non sono più consultabili? 

LA PRIGIONE MISTERIOSA: UN'ALTRA MANO PER L'OMICIDIO? – Nuovi misteri, inoltre, si sono addensati sul luogo di detenzione di Moro, che potrebbe non essere stata Via Montalcini. Dall’incidente probatorio fatto dai RIS, è emersa una realtà differente. Il modo in cui le BR dicono di avere ucciso lo statista, l’ubicazione del corpo nella Renault, il numero e le traiettorie dei colpi e lo stato fisico del prigioniero non corrisponderebbero agli esiti dichiarati nel corso dei primi anni. Probabilmente, secondo le perizie, chi ha sparato non era incluso nell'ambiente brigatista che si è autoaccusato del delitto. Il sospetto è che esistano dunque delle corresponsabilità impronunciabili. Secondo la nuova versione, Moro sarebbe stato ucciso mentre era in piedi, colpito da dodici pallottole di due diversi armi. Lo Statista avrebbe anche tentato istintivamente di difendersi, tanto è vero che un proiettile gli lacerò un dito della mano.

La Relazione spiega ancora che Moro ebbe la possibilità di ricevere la visita di un prete e di confessarsi. E’ stata individuata, nella zona della Balduina, in via Massimi 91, una palazzina, di proprietà dello Ior, abitata (o frequentata) da cardinali, prelati e dal presidente Paul Marcinkus. "Complesso edilizio che, anche alla luce della posizione, potrebbe essere stato utilizzato - si legge nel documento - per spostare Aldo Moro dalle auto utilizzate in via Fani a quelle con cui fu successivamente trasferito oppure potrebbe aver addirittura svolto la funzione di prigione dello statista". La relazione dimostra addirittura che Prospero Gallinari (il carceriere di Moro) e le armi usate dalle Br a via Fani, sono state nascoste per alcuni mesi, nell'autunno 1978, nello stesso stabile.

UN UOMO SCOMODO - Steve Pieczenick, consulente Dipartimento di Stato degli Stati Uniti d'America di Cossiga, per il quale è stata chiesta l’estradizione, ha affermato: “Siamo stati noi dal Ministero degli Interni ad uccidere Aldo Moro. Dovevamo salvare uno Stato, abbiamo preferito sacrificare una persona”. In un’intervista di Francesco Cossiga a Radio Radicale, l’ex Presidente della Repubblica disse: “Sono stato io ad uccidere Moro quando ho deciso con Ugo Pecchioli del Pci di non trattare con le BR. Quando passerò miglior vita vorrò incontrare Moro, il mio migliore amico: devo chiedergli scusa per averlo ucciso da innocente. Devo espiare la colpa. Altri, beati loro, fanno finta di niente: avranno fatto il parto con il diavolo”.

Moro fu abbandonato alla sua sorte, il 9 Maggio del 1978, giorno in cui è stata scritta, anche in questo caso, una storia diversa da quella realmente accaduta. Sotto le sue scarpe furono rinvenute mucillagini, sabbia, filamenti di cotone, catrame. Le perizie dicono che questo materiale si era depositato negli ultimi quindici giorni di prigionia. Possibile che il leader democristiano sia stato custodito altrove? 

LA SEDUTA SPIRITICA - Nei 55 giorni ci sono episodi a dir poco imbarazzanti, come quello della seduta spiritica in cui ben nove professori universitari muovono l’anima di Don Sturzo e La Pira con un piattino e individuano il nome di Gradoli. Il fatto singolare strana è che all’epoca si credette alla possibilità che un evento simile potesse essere attendibile. La seduta – secondo il senatore Grassi - copre una fonte che non si vuol definire. Le forze dell’ordine, come noto, andarono in massa nel paesino di Gradoli e non in Via Gradoli, quartier generale e covo delle BR. Una strada chiusa, all’epoca, frequentata da criminalità diffusa. Quando la moglie di Moro chiese se Via Gradoli fosse a Roma gli dissero che non esisteva. Fu lei stessa a verificare il contrario, prendendo le Pagine Gialle. Fatto ancor più anomalo è che l’Ucigos, ovvero Ufficio centrale per le investigazioni generali e per le operazioni speciali, avesse sulla via addirittura sei appartamenti. 

L’IDEALE DI MORO - La democrazia compiuta nella mente di Moro era nel tentativo di evitare che in Italia ci fosse sempre un partito che governava, la Democrazia Cristiana, e uno sempre all’opposizione, il Partito Comunista. Moro voleva portare i comunisti in una dimensione europea, realizzare in Italia una sorta di bipartitismo atlantico, moderno e costruire un continente dei popoli, concetto non apprezzato da Stati Uniti e Russia. Per tutte queste ragioni, divenne un personaggio scomodo che fu sacrificato con la complicità di terrorismo, servizi segreti deviati italiani, criminalità organizzata. Questo è stato accertato dagli atti parlamentari.

CONCLUSIONI – Nella storia del sequestro e dell’uccisione di Aldo Moro ci sono auto e moto mai identificate, persone mai scoperte, altre che sparano e altre che dicono di aver sparato. Moro fu cercato davvero? Ci fu la volontà di liberarlo? Doveva morire per volontà già costituita? Il suo è l’unico caso in cui emerse la ‘trattativa della fermezza’. E’ quello che si deduce dall’inquietante serie di notizie di questi ultimi anni, anche grazie al lavoro della Commissione parlamentare d’Indagine, i cui atti ufficiali hanno cercato finalmente di liberare la verità. Tra queste pagine si legge: “Al di là dell’accertamento materiale dei nomi e dei ruoli dei brigatisti impegnati nell’azione di fuoco di via Fani e poi nel sequestro e nell’omicidio di Moro, emerge infatti un più vasto tessuto di forze che, a seconda dei casi, operarono per una conclusione felice o tragica del sequestro, talora interagendo direttamente con i brigatisti, più spesso condizionando la dinamica degli eventi, anche grazie alla presenza di molteplici aree grigie, permeabili alle influenze più diverse”. Va detto che quelle sopra descritte sono alcune delle scoperte fatte dalla Commissione e che consigliamo di leggere in calce all’articolo.

“Questo Paese – disse Moro - non si salverà, la stagione dei diritti e delle libertà si rivelerà effimera, se in Italia non nascerà un nuovo senso del dovere”. Il senso del dovere è oggi cercare ancora la verità. Grazie agli uomini di buona volontà. In nome di 5 uomini delle forze dell'ordine e di Aldo Moro, ucciso sull’altare dei misteri. Un uomo mite, che pensava alle future generazioni e che parlava del ‘Mare Mediterraneo’ come un luogo di Pace.

GUARDA LA RELAZIONE DELL’ON. GERO GRASSI SUL CASO MORO

 

LEGGI LA RELAZIONE DELLA COMMISSIONE D’INDAGINE PARLAMENTARE IN ALLEGATO

 

 

 

 

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