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9 Maggio 1978, l’uccisione di Aldo Moro: la fine di una Repubblica tra misteri e verità nascoste

ACCADDE OGGI – Grazie alle ultime scoperte sul rapimento e sul delitto sappiamo che non andò come si è detto per decenni

ilmamilio.it 

9 maggio 1978: il corpo del Presidente della Democrazia Cristiana, Aldo Moro, viene fatto trovare nel bagagliaio di Una Renault 4 rossa in Via Caetani, a Roma. Il possessore dell’auto, per avendo denunciato per due volte il furto del veicolo, Filippo Bartoli, verrà persino arrestato. Qualche anno dopo rifiuterà di vendere la macchina ad una società che voleva usarla per fini pubblicitari. Un gesto nobile.

Via Caetani è fino a quel momento una strada tra Via delle Botteghe Oscure - sede del Partito Comunista Italiano, e Piazza del Gesù, centro politico della Democrazia Cristiana. I due partiti da qualche anno si parlano, dialogano, in mezzo alla fase storica dei blocchi mondiali contrapposti tra Usa e Urss. E’ l’epoca del compromesso storico e del Governo Andreotti con l’appoggio esterno dei comunisti. Via Caetani è, nonostante la sua posizione particolare, ancora una strada anonima, quella mattina del 9 Maggio. Una giornata grigia, con l’asfalto ancora bagnato per la pioggia caduta il giorno prima.

L’Italia è ancora sconvolta per ciò che è accaduto 55 giorni prima in Via Fani  (leggi 16 marzo 1978: la strage di Via Fani e il sequestro Moro. 40 anni di versioni differenti, ma ora c’è un’altra verità – IL DOCUMENTO). Roma è un enorme posto di blocco. Tutto è sospeso. Però i terroristi hanno il tempo di passare con una macchina proprio in mezzo al cuore della città, dove circola il potere, dove ci sono le zone calde e sensibili, con un cadavere a bordo.

E’ un’Italia agghiacciata, dicevamo, ma che pensa anche a vivere. In radio c’è "Un'emozione da poco" di Anna Oxa, "Pensiero stupendo" di Patty Pravo, "Figli delle Stelle" da Alan Sorrenti. In tv scorrono le immagini di Portobello e Raffaella Carrà canta "come è bello far l'amore da Trieste in giù". Al cinema è uscito ‘Ecce Bombo’ di Nanni Moretti. I bambini guardano Heidi e Goldrake, due miti generazionali dei bambini nati all'inizio degli anni settanta. Ce n’è un altro mito, quello degli adolescenti, che ha trovato le sue sembianze nel film "La febbre del sabato sera", con John Travolta-Tony Manero, pellicola contestata perché instilla - affermano i più intellettuali - i germi di quel riflusso e di quella fuga dall’impegno che aveva caratterizzato un decennio di vita sociale. Il 1978 è anche l'anno del maggior numero di avvistamenti Ufo in Italia e di ‘Guerre Stellari’. L’evasione dalla realtà comincia dallo spazio.

Questa, però, è solo l’immagine di una nazione che si vuole distrarre. Perché intanto si consuma un delitto che cambierà la storia.

LE INDAGINI E I MISTERI - Secondo la versione Morucci-Faranda, Aldo Moro sarebbe stato ucciso quel 9 Maggio nel box di Via Montanlcini alle sei e trenta del mattino. I brigatisti affermeranno che morì sul colpo e coloro che si autoaccusano del delitto, Maccari e Moretti, testimoniarono un numero di colpi sparati, sia per quelli silenziati e quelli non silenziati, differenti tra loro. Per 40 anni si è creduto a questo. Con la Commissione di indagine parlamentare che ha terminato i suoi lavori nel 2018 si è venuto a conoscenza invece che Moro ebbe un’agonia di ameno 30 minuti e che l’ora esatta della sua uccisione potrebbe essere le 4,35 di mattina. I colpi che lo uccisero furono 12. Subito dopo la scoperta del corpo al massimo, durante le prime perizie, si era arrivati a undici.

I brigatisti, inoltre, affermano di aver trucidato Moro quando quest’ultimo era all’interno dell’auto, rannicchiato. Un dito della vittima è stata però scheggiata da una pallottola. La descrizione non corrisponde nella sostanza con la traiettoria degli spari, che altrimenti, essendo la mano ferita piazzata sul fondo schiena, avrebbero dovuto entrare all’altezza del bacino. Il Presidente della Dc, secondo nuove ipotesi, non fu quindi ucciso dentro l'auto. Dall’analisi fatta con l’utilizzo di fumi colorati a contrasto di quelli delle revolverate, che non spariscono mai, lo statista sarebbe stato assassinato sul bordo posteriore della Renault. Ci lascia supporre che fosse fuori, in piedi, e che il suo esecutore fosse in altezza più basso.

Moro, sempre secondo la versione dei terroristi, era al primo piano di Via Montalcini e sarebbe stato trasportato all’interno di una cesta di vimini fino al garage. Il primo piano raggiunge l’atrio del portone, da lì c’è una porta a destra che va nell’area per la sosta delle auto. I box, inoltre, sono piccoli e hanno un’intercapedine che li congiungeva sei da un lato e sei da un altro. Il rischio di essere visti o intercettati era enorme. Le verifiche recenti hanno inoltre messo in discussione anche la presenza dell’auto nel box dell’assassinio nelle forme e nei modi descritti dalle Brigate Rosse.

C’è un altro particolare: le prove fornite dai Ris hanno accertato che i colpi non silenziati si sono uditi fino a 500 metri sulla strada, quelli silenziati fino al terzo piano. Il racconto del condomini presenti all'epoca dei fatti ha accertato che nessuno udì nulla. La cesta di vimini non è stata mai trovata. Chi ha raccontato l’omicidio Moro, secondo i membri della Commissione di Indagine Parlamentare, non era presente al momento della sua morte perché sono troppi gli elementi che non coincidono.

La ‘cella’ ricavata per ospitare il 'detenuto' Moro era, sempre secondo la versione ufficiale, un buco di 2,80 per 1,20. Il leader Dc poteva lavarsi, sulla base delle parole dei suoi rapitori, una volta a settimana con una bacinella. Tuttavia la salma di Moro venne descritta in sede di autopsia come pulita, con le ossa in perfette condizioni compatibilmente con la sua età - 68 anni - e leggermente abbronzata. Sopra il suo corpo furono trovati otto peli di cane di grossa taglia, due capelli di 14 cm e 18 cm da donna di colore rosso. La Balzerani, sua carceriera ufficiale, aveva i capelli neri a caschetto. Monitorando le nuove prove, nella sostanza, una parte della magistratura giudicante acquisì la ‘prima verità’, diventata l’unica verità anche grazie ad una sequela di documentari e film che immagazzinarono  questa nella memoria collettiva, come quella accertabile.

Dove è stato ucciso Moro e da chi? Sono queste, incredibilmente, le domande che sono emerse e che ancora oggi animano chi cerca di capire la verità. 

Il memoriale Morucci-Faranda è stato considerato la sintesi dei famosi 55 giorni di prigionia. Il riscontro recente è che al 90% non sia attendibile sulla base delle nuove ricostruzioni sulla strage di Via Fani, sulla detenzione e sull’omicidio.

Chi ha scritto il memoriale? Secondo l’ex parlamentare Gero Grassi, componente della Commissione che si è più volte espresso al riguardo, il documento ha avuto il contributo diretto di Remigio Cavedon, all’epoca direttore editoriale de 'Il Popolo', il quotidiano della Dc.

Francesco Cossiga, all’epoca del delitto Moro Ministro degli Interni, viene eletto Presidente della Repubblica nel 1985. Scritto nel 1986, il fascicolo viene 'liberato' alla conoscenza nel 1990, ovvero quando è caduto il Muro di Berlino e la strategia dei due blocchi è finalmente chiusa. Consegnato da suor Tersilla Barillà (morta a causa di un investimento anni dopo) a Cossiga il 13 marzo del 1990, venne da lui trasmesso al ministro dell’Interno Gava solo il 26 aprile dello stesso anno. Gava, a sua volta, lo fece pervenire alla Procura della Repubblica. Fu il capo della polizia, il prefetto Parisi, a consegnarlo ai magistrati il 9 maggio 1990. Nei quattro anni cosa è successo? Sempre secondo gli atti usciti dal parlamento pezzi di servizi, pezzi della magistratura, politici del Pci e della Dc avrebbero sostanzialmente lavorato per una verità 'comoda' da dire agli italiani e che chiudesse la stagione del terrorismo in Italia.

L’immagine di Moro nella Renault è rimasta nella memoria di un popolo come il simbolo di una Repubblica che aveva fallito. I poteri forti avevano girato la testa. Nessuno aveva trattato, nessuno aveva salvato la vita all’uomo 'mite e buono'  - così come descritto dal suo amico Papa Montini. I tentativi di Pannella e Craxi di rompere il 'fronte della fermezza ' si rivelarono inutili davanti al muro di gomma.

Del memoriale che scrisse Moro sono sparite numerose pagine che forse avrebbero potuto far luce sul caso. Molti di coloro che avevano visto o letto il memoriale sono stati uccisi in circostanze diverse. Tra questi, il generale dei Carabinieri Dalla Chiesa e il giornalista Mino Pecorelli. La verità sull'assassinio, anche per questi motivi, è ancora oggi non completamente risolta. Un mistero ora parzialmente svelato, un mistero italiano innescato da una serie di notizie inesatte, false, contraddittorie o ricostruzioni che per 40 anni, o giù di lì, sono state incongruenti ed oscure. Emerge già qui, in questo scenario precario, tutta la cupa volontà che in quei giorni determinò la morte del leader democristiano.