Fausto Coppi, il mito intramontabile

Pubblicato: Lunedì, 02 Gennaio 2023 - Fabrizio Giusti

ACCADDE OGGI - Il 2 gennaio 1960 muore di malaria il Campionissimo. Il suo mito è rimasto tale. 

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La sua straordinaria esperienza di sportivo, in un’Italia coraggiosa e piena di speranza, terminò il 2 gennaio 1960, alle 8,45. Aveva partecipato ad una corsa ciclistica e poi a una battuta di caccia nella boscaglia attorno a Ouagadougou, in quello che un tempo si chiamava Alto Volta (oggi Burkina Faso), dove aveva contratto la mortale malattia da cui era scampato durante la guerra, fresco vincitore del suo primo Giro d'Italia.

Fausto Coppi, da quel preciso istante, iniziò a superare lo spazio e il tempo. 

Figlio di Domenico, contadino e sensale dei vini, e di Angiolina, cominciò a salire sulla bicicletta per consegnare i prodotti di una salumeria. Si innamorò gradualmente delle due ruote e iniziò ad utilizzarle per gareggiare. Ottenne la prima vittoria nella Castelletto d’Orba-Alessandria. Scoperto da Biagio Cavanna, storico massaggiatore di Costante Girardengo, venne poi ingaggiato della Legnano per 700 lire al mese con un ruolo umile e di rispetto: gregario del grande Gino Bartali. 

Il 9 giugno 1940 Coppi vinse a 20 anni il suo primo Giro d’Italia, ma non ebbe fortuna: il giorno dopo Benito Mussolini dichiarò guerra a Francia e Gran Bretagna. Una carriera spezzata dal secondo conflitto bellico. Poi la prigionia, la malattia, il ritorno a casa. Finì a Caserta, in un campo della R.A.F., dove gli alleati gli consentirono di uscire in bicicletta per allenarsi qualche ora.

Un giorno lo vennero a prelevare. Sul camioncino, vestiti da corridori, quattro uomini, tra cui Bartali. ''Siamo venuti a prenderti, ce l’hai una bicicletta?'', gli disse Gino. ''Magari potessi venire, la bicicletta ce l’ho ma sono sempre un prigioniero''. Dopo qualche trattativa, gli alleati diedero il permesso. Così Fausto tornò a correre, il 22 novembre del 1945, a Sestri Ponente. La vita ripartì da lì. Poco dopo sposò Bruna Ciampolini, dalla quale ebbe una figlia, Marina, nata nel 1947, lo stesso anno in cui riconquistò il Giro d’Italia.

Coppi tornò a vincere. Con Bartali prese corpo una rivalità esclusivamente sportiva in cui gli italiani, già divisi politicamente tra democristiani e comunisti, si riconobbero. Un duello amichevole tra due uomini perbene, che si stimavano reciprocamente.

DAI CASTELLI AL TOUR DE FRANCE - Nel 1949 Coppi riescì a realizzare la sua indimenticabile doppietta: Giro e Tour. Il suo mito alimentò fantasie e cronache. Un giorno la sua leggenda accarezzò anche i colli dei Castelli romani. E' il 22 maggio del 1952 e si corre la cronometro Roma - Rocca di Papa: 35 chilometri coperti dal Campionissimo in un'ora e un minuto. La cronaca narrò che la gara, con arrivo sulla ''vetta dei 700 metri, ''lanciò in orbita Coppi, ''capace di imporre un ritmo indiavolato alla frazione e di relegare l'ottimo Astrua, ancora maglia rosa, a 32 secondi".

Dopo il quinto successo al Giro, nel 1953 Coppi ottiene il titolo mondiale a Lugano. Da questo momento in poi la sua vita venne messa in discussione per la sua storia d’amore con Giulia Occhini, soprannominata “la Dama Bianca”. La donna aveva già due figli. Quando i due decisero di convivere, lo scandalo scoppiò in modo dirompente in un’Italia decisamente bigotta. La notte fra il 25 e il 26 agosto del 1954, Giulia venne arrestata dai carabinieri per adulterio. La nazione si divise tra innocentisti e colpevolisti e la vicenda diventò politica. Nel marzo del 1955 il tribunale di Alessandria condannò Coppi a due mesi di detenzione con la condizionale, la Occhini a tre. Nel maggio del 1955 nacque Faustino, il figlio della coppia.

Intanto per Coppi si avvicinò la fine della carriera. Decise che il 1960, a 40 anni, sarebbe stata l'ultima stagione da professionista. La morte lo colse nel mezzo del cammino. Gli italiani rimasero orfani di un simbolo in cui si erano rispecchiati, l’esempio di quell’Italia che faticava, prendeva salite faticose ed arrivava a risultati inimmaginabili pochi anni prima, durante la distruzione del conflitto bellico. 

Un ciclismo massacrante e indimenticato, quello del mitico Airone: strade sterrate, nessuna comodità, fatica, passione, riscatto. Andare e pedalare per abbreviare l'agonia, andare e pedalare per provare a essere qualcosa, qualcuno. Su questi pezzi di ferro e gomma si correva verso la meta e si entusiasmava un popolo intero, un popolo che come i suoi eroi andava verso un traguardo: quello della rinascita e della vita.  

Cinque Giri d’Italia (1940, 1947, 1949, 1952, 1953), due Tour de France (1949, 1952), un campionato del mondo (1953), tre Milano-Sanremo (1946, 1948, 1949), cinque Giri di Lombardia (1946, 1947, 1948, 1949, 1954), una Parigi-Roubaix (1950), una Freccia Vallone (1950), quattro campionati italiani (1942, 1947, 1949, 1955). Un palmares impressionante. 

Coppi tagliava l'aria e vinceva. Poi cadeva e si rialzava. Si metteva in piedi e avanzava tra la gente che lo aspettava per ore. Pochi uomini dello sport, nel mondo, sono riusciti a restare dentro alla memoria collettiva così splendidamente integri.

I tanti italiani che ancora lo ricordano e ne amano le gesta lo sapevano e lo sanno bene. Per tutti loro è ancora il Campionissimo, uno di quegli atleti che hanno segnato un’epoca come il suo amico-rivale Bartali, Fiorenzo Magni o coloro che fecero parte di quella generazione di corridori che circolavano su biciclette pesanti, strade sterrate e polvere, stimolando le fantasie e l’immaginario di milioni di appassionati.