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Rocca di Papa, la leggenda di Alba Longa, Monte Cavo e la ‘vergogna europea’ da estirpare

ROCCA DI PAPA (attualità) - La certezza della localizzazione del sito della leggenda di Alba Longa rivoluziona completamente la visione dei luoghi. Politica locale da sempre inefficace. L’ora di una legge di stato

ilmamilio.it

Alexandre Grandazzi, professore alla Sorbona, ha definito la realtà di Monte Cavo “una vergogna europea”. Una ragione, la sua, che viene da lontano. Il sito che dovrebbe essere il patrimonio di tutti i Castelli Romani, ed in particolare della comunità di Rocca di Papa, è oggi offeso e deturpato da centinaia di tralicci, una gestione opinabile del territorio, la mancata valorizzazione di un’area che, va sottolineato, rappresenta l’inizio di tutto. La civiltà latina, secondo le recenti scoperte di archeologi e studiosi, ha preso molte delle sue origini qui, con la sua storia, le sue genti, i suoi miti, le sue leggende secolari, i suoi insediamenti, la sua funzione sacra e divina. Le Testimonianze non smettono mai di stupire e fornire dati. Oggi, più di ieri. Oggi, con aspetti più definiti di quelli un tempo solo raccontati, narrati, spiegati con approssimazione.

Proprio qualche giorno fa l’Osservatorio dei Colli Albani per l’Archeologia e l’Ambiente ha dato notizia di altri rinvenimenti relativi ad antichissimi sepolcreti posti accanto ai rispettivi insediamenti ‘capannicoli’ disseminati lungo la dorsale del Monte Cavo. Questi documentano di fatto l’attività delle genti vissute tra il X e il IX sec. a.C. in rapporto con l’area sacra e verso la sommità del Monte stesso.

La politica locale, in oltre trenta anni, alla luce dei fatti concreti e non idealizzati, non ha saputo – nonostante programmi, promesse e annunci - risolvere la questione degli impianti di comunicazione. Un sito che va in contrasto persino con i dettami costituzionali dell’articolo 9: “La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione”.

Una colpa grave. Persino oggi - con il giudizio incontestabile delle sentenze definitive che danno la facoltà di abbattere alcuni impianti abusivi - tutto rimane immobile.

L’Osservatorio Colli Albani, partendo dalla necessità di imprimere una svolta decisiva e saltando lo stallo, ha iniziato a fornire proposte. Ha consigliato, ad esempio, la formazione di un Comitato intercomunale che istituisca ed orienti nelle linee generali una ‘Commissione interdisciplinare di esperti che valuti, programmi e segua tutte le fasi necessarie per restituire fruibilità all’area in tempi certi. Un lavoro che, ed è questo l’elemento nuovo, porti alla stesura di una legge dello Stato per Monte Cavo (ipotesi principale) o ad un Progetto europeo. Esattamente come accaduto per Pompei o per Matera. Una Commissione con una simile identità potrebbe inoltre sovrintendere, assieme agli organi competenti, alle corrette opere di rimozione di tutte le strutture abusive comprese le opere di fondazione, alla demolizione di tutti gli edifici abbandonati dal Ministero della difesa e ripristino dei luoghi originali, alle modalità per l’esproprio dell’intera area per pubblica utilità.

La legge di Stato (o del Progetto europeo) a quel punto servirebbe per il restauro e la destinazione finale dell’ex convento dei Padri Passionisti (finalità ipotetiche: un Centro congressi Internazionale, Museo virtuale della Civiltà Latina), lo scavo archeologico dell’intera area, la pianificazione, l’aspetto della fruizione attraverso il progetto di una terrazza panoramica funzionale ad un alto numero di turisti, e persino di una funivia che colleghi la vetta con Castel Gandolfo.

Idee, progetti reali, tutti fattibili. Però possono essere perseguiti solo con la volontà degli uomini e delle forze associative e politiche realmente interessate a rompere il dominio delle emissioni e delle comunicazioni sulla storia e la civiltà del mondo.

Le ultime scoperte hanno infatti sancito un’impronta determinante su questi luoghi.

Il sito della “città”, tutta leggendaria, di Alba Longa, è stato finalmente identificato con certezza grazie agli studi sulla Via Sacra che sale al Santuario federale di Giove Laziale, e alla scoperta del bosco Sacro, la cui delimitazione racchiude alla base il Monte Albano. Alle pendici del monte, lungo la sua dorsale, le fonti antiche, nel III sec. a.C. immaginarono Alba Longa, nel luogo che per un millennio era stata considerata la mitica residenza degli antenati Albani e la reggia dei re latini. Siamo di fronte alla ‘fondazione’ di tutte le città del Lazio antico, Roma compresa.

L’archeologo Franco Arietti ha presentato recentemente queste conclusioni, figlie di un lungo lavoro sul campo, ricerca di fonti certe ed anche di corrispettivi di altri studiosi, alla presentazione di un libro di prossima pubblicazione, intitolato ‘Alba e il Monte Albano’.

COSA SI E’ SCOPERTO - Lo studio delle varie fasi della Via Sacra ha rivelato l’identificazione del tracciato arcaico (VII sec. a.C. – III sec. a.C.) sottostante il lastricato attuale. Il dato, di eccezionale importanza, è costituito però dall’identificazione della Via Sacra vera e propria, che prende avvio dall’interpretazione delle lettere scolpite sui basoli – un unicum nella sterminata rete stradale romana – per molto tempo rimasto irrissolto nonostante gstudiosi di prim’ordine come T. Mommsen e G. Lugli.

La chiave necessaria di lettura è stata fornita dalla scoperta di un complesso sistema di segnacoli disseminati con lo scopo di individuare un numero di interventi di restauro del lastricato piuttosto considerevole. L’intero tracciato, lungo sei chilometri ( dalla Via Appia, presso Ariccia) era finora conosciuto comunemente con nomi generici e persino inappropriati. Il taglio strutturale dell’ultimo tratto di strada, di circa 800 metri prossimi alla vetta, specifica come la strada abbia assunto una connotazione diversa. Solo qui il lastricato, infatti, fu sottoposto ad una serie di interventi di carattere religioso. La strada aveva dunque funzione cerimoniale e sacra.

Appena superata la spianata del Prato Fabio, dal punto in cui la sede stradale si restringe, iniziavano salire i cortei dei trionfi minori, le processioni annuali dei consoli e senatori, le delegazioni ammesse ai riti in rappresentanza dei popoli del Lazio che partecipavano alle ferie latine. La strada, dunque, diventa Sacra via nel momento in cui entra nel bosco Sacro di Iuppiter Latiaris, la divinità più importante dei Latini, posta sulla vetta. E’ una scoperta fondamentale.

PRATO FABIO - E’ stato sancito che la delimitazione sacrale separa due spazi: uno riservato agli dei, l’altro agli uomini, rispettivamente rappresentati dal Monte Albano e dall’area sottostante, costituita da Prato Fabio. Quest’ultima area, esterna all’area sacra, aveva un carattere ‘residenziale’, ma le ridotte dimensioni della zona, un ettaro, non lo connotano come abitato protostorico tradizionale (ma una campagna di scavi e sondaggi forse aiuterebbe a ribadire che non esistevano altre presenze arcaiche). E’ probabile, invece, che i due spazi in questione fossero complementari e collegati da un rapporto funzionale specifico.

Il culto comunitario delle aristocrazie albane vengono collocate sin dall’VIII sec. a.C., e sono rivolte ad un antenato mitico comune e alle divinità sotterranee venerate sul Monte Albano prima di Giove Laziale. Per millecinquecento anni al collegio sacerdotale dei Sacerdotes Cabenses fu conferito il diritto di officiare all’interno del più importante centro sacrale dei Latini per svolgere le attività di culto, sia sulla vetta che all’interno del bosco sacro che avvolgeva il Monte.

Nel corso dei secoli, proprio a partire dall’VIII sec. Secondo gli studi recenti la cosiddetta ‘regia’ albana sarà sistematicamente associata al potere terreno di re e dinastie regali, a sua volta legittimato da potere degli dei venerati sul mons Albanus. In questa dinamica, la complessa stratificazione formatasi nel tempo dei miti albani, latini e infine romani, sembra comporsi e trovare un ordine preciso. Franco Arietti lo identifica così: “Ad iniziare dagli Albani (VIII sec. a.C.), per poi proseguire con la serie di racconti etruschizzanti di età arcaica come quello di Tarchezio “re di Alba”, nella cui reggia appare un dio (VI sec. a.C.), fino a re Latino (VI – V sec. a.C.) divinizzato dopo la morte e successivamente venerato sull’adiacente mons Albanus come Iuppiter latiaris; infine, il ciclo si conclude con la lunga dinastia romana dei re Silvii (III sec. a.C.). In tal modo, la “reggia” albana documenta il graduale passaggio del primitivo potere albano delle curie gentilizie a quello romano – etrusco – albano (Tuscolano) legato al tentativo egemonico dei Tarquini nel Lazio, a quello della lega latina ed infine a quello romano”.

Nel tentativo egemonico dei Tarquini nel Lazio si accompagnarono anche i racconti simili a quello di Tarchezio (la saga dei gemelli fondatori, ancora anonimi, fatti uccidere e gettati nel fiume albano: leggende scomparse in seguito alla cacciata dei Tarquini, ma riprese in età medio repubblicana) che forse si accompagna a divinità affini al “Giove giovane”, che prelude al il re Latino, venerato anch’egli in cima al mons Albanus. Infine è lo stesso Giove Laziale a legittimare il potere dinastico romano della sottostante reggia di Alba Longa, trasformata nella mitica e leggendaria “metropoli” fondatrice di tutte le città del Lazio.

Da qui si può comprendere dunque la complessità del racconto. Complessità che arriva alla leggenda decisiva: ovvero quello di ‘Alba Longa’.

ALBA LONGA - Tito Livio e Dionisio di Alicarnasso forniscono due diverse descrizioni di Alba Longa. Livio non lasciò dubbi interpretativi: veniva posta “sub Albano monte”. Livio non nomina il lago: alle pendici del Monte Albano, al di là della via Sacra, c’è solo il pianoro del Prato Fabio. Egli considerò rigorosamente le delimitazioni sacre: quella alle pendici del Monte Albano e quella di Alba Longa, città secondo la leggenda fondata da Ascanio figlio di Enea.

Dionisio, dal canto suo, non allude invece al mons Albanus perché il monte di cui parla non fa parte del Monte Albano essendo posto all’esterno dell’area sacra e della sua delimitazione. Dionisio non parlò comunque di un luogo qualsiasi, ma della “Città madre di tutti i Latini”, distrutta settecento anni prima e della quale ai suoi tempi non si vedeva più nulla. Secondo la sua illustrazione è comunque il sito di riferimento di tutte e trenta le città del Lazio, un’opera immortalata da Livio con la frase “omnes Latini ab Alba oriundi”. Per quanto riguarda il nome, Dionisio specifica che Alba venne chiamata Longa per distinguerla da Alba Fucens, fondata da Rom nel 304 o 303 a.C.

L’identificazione di Alba Longa con il Prato Fabio in apparenza consente il collegamento con la gens Fabia, una delle famiglie più importanti e potenti di Roma. Quanto alle interpretazioni specifiche, delle risposte potrebbero essere affidate soprattutto a scavi futuri. Esiste comunque un affresco, rinvenuto a Pompei agli inizi del 1900, nella domus di M. Fabio Secondo, già collegato al Prato Fabio in passato dallo studioso genzanese F. Dionisi, il quale collegò per primo Alba Longa con il Prato Fabio. La rappresentazione pittorica mostra quattro eventi in successione tra loro, due dei quali ambientati ad Alba Longa. Sullo sfondo appare il Monte Albano: evidenzia la discesa di Marte dal cielo che sta per fecondare Rea Silvia. E’ un affresco celebrativo della gente Fabia.

Il collegamento tra il Fabio pompeiano, Marte e la gente Fabia è assicurato dal ruolo di quest’ultima nell’ambito de i Lupercalia, la festa in onore del dio Fauno, nella sua accezione di Luperco, in origine identificato con il lupo sacro a Marte. Ma il collegamento alla gente Fabia che forse più si adatta al Prato Fabio è quello relativo allo storico Fabio Pittore, il quale per primo ha narrato e ricostruito le vicende legate alle origini di Roma, nelle quali Alba Longa primeggia come la Città madre di tutti i Latini.


Le ricerche degli ultimi decenni e anni ora sono consapevoli di un fatto: le due estremità, la Sacra via collegava il Santuario di Giove Laziale ed Alba Longa, sono i due monumenti dell’antichità latina. La scoperta più importante, però, è quella di Alba. Mentre Alba conserva tutte le più antiche leggende – sia primordiali, che albane e latine – sedimentate durante un lunghissimo arco di tempo e consolidate in una grande narrazione mitostorica, nel III sec. a.C. Alba Longa conclude questo ciclo. La critica storica moderna ha chiarito le varie fasi in cui sì è formato il mito di Alba Longa. Nonostante questa netta posizione, anche di livello scientifico, che esclude l’ipotesi che Alba Longa sia realmente esistita, numerosi studiosi di ogni tempo ed estrazione hanno creduto di averla identificata in almeno quindici posti diversi. Da qui la confusione di ipotesi e di specifici dati nel corso degli anni: descrizioni che hanno persino portato le pendici del Monte Albano sino al bordo del del Lago di Castel Gandolfo (il monte è solo un’elevazione sul bordo del recinto craterico delle Faete). In questa dinamica, Alba, Alba Longa, i miti albani e gli dei del mons Albanus, una volta separati, sono stati persino dispersi.

Dopo secoli di confusione, la chiave di lettura fornita dalla Sacra via consente di identificare e ricomporre, uno ‘spazio mitico e leggendario’ altrimenti impossibile da delimitare.

E’ stata la Sacra via a fornire sostanzialmente la testimonianza archeologica riconducibile al sito leggendario di Alba Longa, proprio dove gli antichi l’avevano immaginata e magnificata.

In base a tutto ciò, ora, c’è la possibilità di imprimere una svolta storica all’area di Monte Cavo considerandola come un patrimonio europeo e mondiale. Per questo è doveroso che gli enti comunali delle colline romane inizino a strutturarsi e pensare un’iniziativa che può essere a vantaggio non solo dei paesi direttamente coinvolti, come Rocca di Papa, ma dell’intero comprensorio dei Castelli Romani.

La necessità è estirpare una volta per tutte, in nome di millenni mitici e fondativi di un’intera civiltà, ma anche delle generazioni presenti e future, la vergogna attuale, fatta di tralicci, edifici abbandonati o attività sportive che nei loro eccessi transitano persino sui basoli (lì dove un tempo nulla poteva essere toccato e doveva essere riconsacrato al minimo episodio sacrilego), un patrimonio da consegnare, per il suo effettivo scopo e per il suo messaggio profondo, al futuro del territorio con tutta la sua valorizzazione, il suo sviluppo, la sua economia e la sua bellezza straordinaria e millenaria.

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