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Grottaferrata: cronistoria recente di un Museo Archeologico Nazionale ‘mutilato’

 

GROTTAFERRATA (attualità) – Gli ultimi soffertissimi venti anni ci raccontano una serie di complessità che hanno causato problemi evidenti

ilmamilio.it

Riaperto nell’aprile 2017 (nel periodo di commissariamento del Comune), dopo vent’anni di chiusura per restauri che si sono rivelati molto costosi, il Museo Archeologico Nazionale dell’Abbazia di San Nilo viene ora aperto al pubblico solo il sabato dalle 10 alle 18 con le visite guidate del GAL dalle 11 alle 16.

I lavori, iniziati nel marzo 1998 sono stati ultimati nell’aprile 2017; motivati inizialmente solo da un piccolo intervento per la realizzazione dell'impianto di riscaldamento sotto la pavimentazione effettuato con i fondi delle Celebrazioni del Giubileo del 2000, si trasformarono in una vera e propria “Cava di San Pietro”. Il museo non è stato riaperto nemmeno per le Celebrazioni per il Millenario della fondazione dell’Abbazia del 2004, per le quali il Ministero per i beni e le attività culturali aveva stanziato circa 10 miliardi delle vecchie lire per opere di ristrutturazione dell’intero monumento abbaziale.

Se si eccettua una iniziale levata di scudi dell’Amministrazione Comunale dell’epoca contro le scelte incomprensibili del ministero, per vent’anni tutto è stato avvolto nel silenzio e nell’indifferenza locale, mentre le decisioni ministeriali spazzavano via ogni traccia di un mondo ormai scomparso. Nato dall’amore dei monaci, quel museo annoverava varie sezioni che raccontavano molti momenti della storia locale (quella protostorica, arcaica e romana, vi era persino una collezione numismatica). Negli anni ’60 e ’70 dello scorso secolo la straordinaria opera divulgatrice di Bruno Martellotta e la risposta di molti giovani entusiasti, avevano trasformato Grottaferrata nel più fiorente centro di cultura dei Castelli Romani. Tra l’altro, nasceva allora la sede di un gruppo archeologico, alla quale afferivano numerosi volontari provenienti da vari paesi albani e persino da luoghi lontanissimi; iniziava allora la gestione della catacomba Ad Decimum attraverso un servizio di guide, mentre l’attività di ricerca e di studio interessava tutto il territorio albano. Vennero fatte numerosissime scoperte importanti, molte delle quali sono documentate nella Carta archeologica comunale (considerata dagli addetti ai lavori la migliore del Lazio) che riassume quella straordinaria esperienza del volontariato locale. Risale a quegli anni il faticoso recupero (durato ben undici anni) del prezioso corredo della famosa Tomba principesca del Vivaro e della sua monumentale struttura tombale. Nei primi anni ’80 vennero depositati al museo, da Bruno Martellotta e Franco Arietti, centinaia di preziosi reperti di età preromana (VIII sec. a.C.) elencati in un corposo verbale di consegna, la cui lista appare nel libro pubblicato nel 1998 dagli stessi autori del recupero.

Il corredo della tomba - considerata uno dei complessi protostorici più importanti dell’Italia centrale tirrenica - venne esposto al museo per circa dieci anni. La struttura tombale, composta da enormi lastroni e blocchi sagomati disposti a contrasto, perfettamente ricostruibile, venne invece fatta a pezzi alla fine degli anni ’80 e usata come pietra da taglio per il restauro delle mura dell’Abbazia.

Successivamente, per volere della soprintendenza archeologica, il corredo della tomba fu temporaneamente trasportato al Museo Nazionale delle navi di Nemi, in attesa dell’ultimazione dei lavori di ristrutturazione del museo. Ma poi si è deciso di lasciarli definitivamente a Nemi. Una scelta purtroppo definitiva e grave nei confronti del volontariato locale e che ha privato il museo di una delle sue attrazioni più importanti.

Inoltre, nel corso della redazione della Carta archeologica comunale – documento ufficiale che doveva figurare come allegato alla variante di Piano Regolatore - nell’anno 2000, in località Villa Senni (Ad Decimum) avvenne una scoperta eccezionale che ebbe grande rinomanza nazionale e internazionale (Discovery Channel ha prodotto un documentario che ha fatto il giro del mondo, mentre Alberto Angela lo ha replicato nel programma di Rai1 “Passaggio a nord ovest”).

Del complesso, noto come “Ipogeo delle ghirlande”, fanno parte due sarcofagi rinvenuti in una cripta ipogea alla quale si accede attraverso una scala. Vi erano sepolti due personaggi, madre e figlio, in eccellente stato di conservazione, sia dei rispettivi corpi che dei vari reperti (centinaia di ghirlande vegetali, fiori, tessuti, offerte di cibo), In particolare, la donna portava al dito un anello d’oro con cabochon in cristallo di rocca al cui interno appare il fedele ritratto, in oro, di un personaggio maschile, di straordinaria fattura (che riproduce il volto del figlio?), considerato dagli esperti un vero e proprio capolavoro di tecnica orafa e dagli archeologi un prodotto di raffinatissima oreficeria romana proveniente da botteghe legate sicuramente ad ambienti vicini alla casa imperiale. Inoltre, ella indossava una parrucca perfettamente conservata (fissata alla testa da una treccia a due capi che passava sulla fronte, terminante con una “coda di cavallo”), mentre sui capelli vi era una reticella d’oro eseguita con fili finissimi, quasi impalpabili, formanti un motivo a “nido d’ape”, eseguiti mediante tessitura; la testa era appoggiata su un cuscino di stoffa recante decorazioni geometriche. Mentre il corpo della donna era interamente ricoperto da centinaia di piccole ghirlande, su quello del figlio, avvolto in un sudario, furono deposte cinque grandi ghirlande, con capi terminanti in ciuffi di spighe (?) fissati con cordoncini vegetali ai rispettivi supporti (questi dati sono desunti dalla carta archeologica comunale).

Finora, nessuno scavo è stato effettuato nelle immediate vicinanze, dove si incrociano due strade tra le più importanti della rete viaria albana: la Via Latina e la Via Valeria (via di Cavona). E’ assai probabile, a detta degli esperti, che vi siano altre sepolture analoghe nei pressi, in particolare attorno all’incrocio delle strade, come comunemente osservato altrove.

Attualmente al museo Nazionale dell’Abbazia di S. Nilo, dov’è stata ricostruita la cripta, sono conservati solo i due sarcofagi vuoti. L’anello è esposto al Museo di Palestrina, mentre le teche con i corpi, la parrucca e tutti i reperti menzionati sono custoditi nei laboratori e magazzini della soprintendenza. La dispersione dei reperti è stata recentemente condannata anche dal quotidiano nazionale ‘La Stampa’.

Leggi: Grottaferrata e la Carta Archeologica: la straordinaria scoperta dell’"Ipogeo delle Ghirlande" nel 2000

Già l’Amministrazione Comunale di Grottaferrata, nel 2000, aveva inviato al Ministro per i beni e le attività culturali, Giovanna Melandri, al Direttore generale del Ministero ed alle varie soprintendenze, una nota lamentando che gli impegni presi in precedenza per la riapertura immediata del museo erano stati disattesi. Venivano inoltre riassunte le vicende del museo: i lavori iniziati nel marzo 1998 e limitati alla sola realizzazione dell’impianto di riscaldamento innestato nei pavimenti dovevano essere conclusi entro il 31/12/1998; erano stati inoltre espressi i seri dubbi sulla necessità di quei lavori che avevano provocato la lunga chiusura del museo giudicato del tutto confortevole e fruibile. Il ministro Meandri, che nel 1999 aveva accolto l’invito di visitare l’abbazia in occasione dell’imminente Celebrazione del Millenario, era stata assicurata dai tecnici ministeriali che il museo sarebbe stato riaperto entro pochi mesi Ma circa un anno dopo, un sopralluogo congiunto tra l’assessore ai Lavori Pubblici del Comune di Grottaferrata e i tecnici del Ministero, rivelò invece che i lavori precedentemente iniziati e più volte interrotti, erano rimasti esattamente come li aveva visti il Ministro, mentre, sorprendentemente, ne erano iniziati altri nuovi, con una modifica del progetto iniziale, questa volta interessanti anche le pareti dell'edificio.

Pochi mesi prima, la stessa Amministrazione Comunale aveva sollecitato vari organi del Ministero per i beni e le attività culturali, la Regione Lazio, la Provincia di Roma, chiedendo che in occasione dei lavori di ristrutturazione del museo si tenesse conto dell’opportunità di inserirvi i numerosi reperti (statue, mosaici ecc.) provenienti da scavi ottocenteschi effettuati a Tuscolo, ordinati dai Savoia e conservati nel Castello di Agliè, che il demanio dello Stato aveva deciso di alienare.

Nel 2001, anche alla luce dei lavori da ultimare e di nuovi fondi da reperire, le Soprintendenze competenti raggiunsero un accordo per l’elaborazione di un nuovo progetto espositivo che avrebbe permesso, entro breve tempo, la riapertura del Museo, con alcune proposte innovative rivolte alla didattica ed ai percorsi di visita dell’intero monumento. Nel frattempo il ministero e la Regione Lazio avevano stanziato una somma di dieci miliardi di lire, in occasione del Millenario del 2004, per restaurare sia il complesso abbaziale che per completare i lavori al museo, al quale vennero destinate alcune centinaia di milioni (circa 800 a quanto ci è stato riferito, ma la cifra è da accertare). Il Comune di Grottaferrata, un anno dopo, lamentò ancora una volta che nulla di quanto promesso era stato fatto. Anche la richiesta di trasportare i reperti provenienti da Tuscolo e conservati ad Agliè era caduta nel vuoto. (Tutte queste notizie sono desunte dal carteggio intercorso tra comune e varie istituzioni di cui ilmamilio.it è venuto a conoscenza).

La riapertura del museo, nel 2017, ha coinciso con la riforma Franceschini che ha affidato la gestione del monumento abbaziale al Polo Museale. Il passaggio però non ha migliorato le condizioni complessive del museo: la dispersione dei reperti dell’Ipogeo delle ghirlande ne è una prova, così come l’assenza della famosa tomba principesca del Vivaro.

Recentemente il sindaco Fontana, in risposta alla richiesta di collaborazione pervenuta dal nuovo Polo Museale in vista della riapertura del 2017, ha proposto la realizzazione di una serie di convenzioni riguardanti vari settori del monumento, e nel contempo, di ripristinare la figura del curatore del museo, voluta dal ministero, ruolo che per decenni era stato svolto molto bene dai monaci; questo ruolo poteva essere ora coordinato dal comune, attraverso l’impiego di suo personale oppure mediante incarico affidato a volontari. In tal modo, in accordo con i dettami della moderna museografia, il Museo Nazionale avrebbe svolto un importante ruolo centrale nell’ambito della vita culturale castellana, attraverso l’organizzazione di mostre, convegni e varie attività connesse.

La caduta della giunta ha fermato la conclusione di questo progetto.

Oggi il Museo di Grottaferrata – se si eccettuano i reperti medioevali legati alla storia dell’Abbazia che rappresentano quasi tutta la collezione – una volta ‘svuotato’ della parte archeologica e delle varie sezioni che la componevano, risulta totalmente ‘illeggibile’. Ai visitatori - limitati nel numero aprendo un solo giorno a settimana - non racconta nulla della storia del mondo albano, di Tuscolo e del Tuscolano, ma documenta solo un'apatia e la poca attenzione di un territorio che non ha mosso un dito o ha fatto poco per agire concretamente e cambiare questa opinabile gestione ministeriale mentre il paese, da centro di cultura qual’era in un’epoca purtroppo distante, è ormai divenuto un ‘dormitorio’. Dove solo i costruttori non dormono affatto.