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Quando nel 1967 crollò il Ponte di Ariccia e i giornali titolavano: “In Italia nessuno controlla i ponti”

crollo ponte unitaARICCIA (attualità) - Mezzo secolo di parole che si rincorrono, sempre uguali: articoli stampa e interrogazioni parlamentari fotografano una situazione identica a quella di oggi

ilmamilio.it - contenuto esclusivo

La cronaca di ieri, simile a quella di oggi. Il 18 gennaio del 1967 due arcate centrali del Ponte di Ariccia caddero giù rovinosamente. Morti e feriti. Un episodio che ripescando qualche giornale dell’epoca fu vissuto in modo tragicamente simile a quello del Ponte Morandi a Genova. Fa impressione, oggi, a leggere quei titoli e quelle parole. Identiche, clamorosamente ripetitive. Segno di una nazione che per certi aspetti cambia poco o che ripete gli stessi errori, rimettendo poi le cose in ordine dopo che è arrivata l’emergenza.

L’era digitale era ancora lontana, nel 1967. Per sapere le notizie ci si affidava a tre canali: radio, Tv e quotidiani (quelli di carta, che uscivano ed escono il giorno dopo e non possono essere aggiornati di continuo nello spazio di un minuto). Un’altra era geologica dell’informazione.

Ieri come oggi: il 1967, lo stesso anno del completamento del maledetto ponte Morandi di Genova. Coincidenze.

Foto Archivio Fotografico de "L'Unità"

“Crolla nella notte il viadotto di Ariccia. Forse è un attentato: già cinque morti”, titolò ‘La Stampa”. “Crolla il Ponte di Ariccia: numerosi morti. Attentato?”, scrisse “L’Unità”. Proprio così: nelle prime drammatiche ore di quella giornata si ipotizzò ad un ordigno posizionato per far venire giù tutto, come in tempo di guerra. Il crollo, stando alle cronache del tempo, avvenne verso le 00:23, travolgendo alcune auto che stavano transitando nei due sensi. "Il viadotto – sottolineava il cronista - scavalca un burrone con un salto di 312 metri, è sull'Appia, all'ingresso di Ariccia, a 27 chilometri dalla capitale. La voce popolare lo indica come “Il ponte dei suicidi”. Una triste realtà, quest'ultima, rimasta intatta.

La scena dei soccorsi, all’epoca come l’altro giorno a Genova, si presentò drammatica. Mezzi completamente distrutti e la terribile scena dei feriti e dei lamenti che provenivano dalle auto fracassate nel vallone.

Al di là della cronaca è però da sottolineare il numero di riferimenti, parole, circostanze e ipotesi che somigliano in modo incredibile ali dibattiti odierni.

Ancora ‘La Stampa’, una volta smentita l’ipotesi di una bomba, si scriveva: “Già da due anni erano state segnalate fessure nel viadotto crollato ad Ariccia”. E ancora: “Alcuni abitanti affermano di avere riferito al Comune - Ma gli uffici competenti lo negano”. Le lesioni, secondo l’articolo, erano state riscontrate nelle strutture ricostruite dopo la distruzione nel periodo bellico. Eppoi il solito quesito emerse all’istante: abbattere il Ponte dell’Ottocento o ricostruito ex novo? Furono ascoltati all’epoca alcuni operai che fra il 1946 e il 1948 lavorarono con l'Impresa che ricostruì quasi tutto il ponte. “Appare sicuro – concludevano le prime deduzioni - che la causa del crollo è del “ordine statico”, ma altri propendevano per le infiltrazioni d'acqua che, gelatasi, avevano fatto ‘scoppiare’ le arcate crollate. Altri ancora attribuiscono il disastro al traffico pesante, alle vibrazioni dei motori degli autotreni”.

Teorie che oggi ci risuonano tutte nella stessa maniera. “Il ponte, che aveva retto ‘gagliardamente’ sino al 1944 (compreso il transito di carri armati) – concludeva la cronaca del tempo - è andato giù do schianto diciannove anni dopo la ricostruzione”.

LE PAROLE DI UN EDITORIALE – Un editoriale su ‘La Stampa’ di Vittorio Gorresio, il 20 gennaio del 1967, fu pubblicato con titolo inequivocabile: “Nessuno in Italia controlla i ponti”. Dopo oltre cinquanta anni siamo qui, tutti noi, a porci le stesse riflessioni. E all’epoca, si badi bene, non era cominciata il grande periodo delle privatizzazioni e quasi tutto era sotto il controllo dello Stato. Tuttavia esistevano problemi ancor più profondi, come la mancanza di una legislazione accurata. Normative che oggi ci sono, ma che non hanno a quanto pare risolto il tema delle manutnezioni e della cura costante delle infrastrutture.

Sembra che non esista una legge, fra le migliaia che il Parlamento ogni anno produce – scriveva Garrosio - che preveda verifiche a scadenze periodiche di manufatti come ponti e strade. Come strada statale, l'Appia è di competenza dell'Arias, ma a quanto pare la competenza non comporta iniziative, e tanto meno responsabilità di controlli regolari, cosicché non esiste nell'ambito dell'Anas un organismo con tali compiti: “Questi, piuttosto, spettano ai cantonieri ed ai tecnici”, si sono affrettati a spiegare i funzionari dell'azienda statale delle strade”. “Le voci che ora corrono in paese è che tutti, da tempo, - continuava il pezzo - sapessero che il ponte pericolava. Tutti dicevano che l'acqua filtrava e che piovevano sassi. Furono messe ‘biff’ e ‘spie’ di vetro, e si racconta che si spaccarono, fino dal 1955”. “Ora si dice che il Comune aveva chiesto l'intervento del Genio civile tre anni fa per un controllo, e d'altra parte invece si smentisce – si sottolineava - che al Comune siano mai arrivate segnalazioni d'allarme”. L’editoriale concludeva: “Saranno le commissioni di inchiesta ad accertare se costruttori siano stati vittime di un tradimento del peperino, o se altre cause componenti colpose o dolose siano riscontrabili a loro carico od a carico dei loro controllori. L'impresa che lavora per conto dello Stato risponde infatti agli organi statali tanto durante l'esecuzione delle opere, quanto successivamente, in relazione alla prova che il manufatto continua a fornire col passare del tempo, Il tema delle indagini tecnica e giudiziaria è preciso e strettamente delimitato: crollo di un ponte per difetto di costruzione o di manutenzione. E' invece vaga, illimitata e terrorizzante la prospettiva che ci fronteggia, almeno fino a quando non sapremo che esiste e che funziona un organo statale responsabile, oltre che ‘competente’, dei ponti e delle strade”.

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IL DIBATTITO PARLAMENTARE E POLITICO: IDENTICO AL 2018 - Nei giorni seguenti si alternarono altre ipotesi, sopralluoghi, relazioni tecniche, il consueto rituale dibattito politico e parlamentare (dalla Prima alla Terza Repubblica, a quanto pare, immutato). I senatori Bufalini, Mammuccari e Levi interrogarono l’allora Ministro dei lavori pubblici per conoscere quali controlli erano stati periodicamente effettuati dai tecnici del Ministero e del Comune di Ariccia per accertare la stabilità e l'agibilità del ponte di Ariccia, quali provvedimenti urgenti si intendevano adottare; quali sanzioni si intendevano adottare qualora fossero state accertate specifiche responsabilità nei confronti di amministratori e imprese colpevoli di negligenza o di non ottemperanza delle norme dei capitolati in base anche all'intensità del traffico pesante, concernenti materiali e tecniche da adattarsi nella ricostruzione del ponte.

resoconto senato ponte aricciaAnche i senatori Tomassini, Albarello, Di Prisco e Mascia vollero sapere se rispondeva al vero che il ponte di Ariccia fosse già incrinato e pericolante; se periodicamente erano stati esercitati controlli da parte degli organi tecnici per verificare la stabilità di un'opera che costruita nel lontano 1852, e nel giro di soli venti anni dalla guerra, era nuovamente crollata,

L’allora Sottosegretario di Stato per i lavori pubblici, l’On Angrisani, rispose che la Commissione d'indagine aveva concluso i suoi lavori affermando che il viadotto, dall'epoca della sua ricostruzione fino al momento del crollo, non aveva mai presentato manifestazioni esteriori che potessero indicare dissesti statici. Le lesioni delle vecchie murature risultavano antecedenti agli eventi bellici, e quelle delle nuove pile furono attribuite al diverso assestamento delle murature a causa delle plasticità della malta sotto carichi d'ordine di grandezza crescenti verso il centro e, comunque, nel verbale di collaudo venne escluso che le cause di delle lesioni potessero compromettere la stabilità dell'opera.

Il sen. Tomassini si domandò, replicando, se per un'opera come quella, con il traffico quotidiano che si effettuava su di essa ci si poteva astenere completamente da controlli periodici, pur sapendo che vi erano delle lesioni. “Ebbene - affermò - io non so come il Ministero abbia potuto ricevere un'opera in quelle condizioni e, per giunta, dal 1943 fino al 1966 non abbia mai esercitato la vigilanza dovuta; se ciò avesse fatto, avrebbe potuto, quanto meno, avvertire quello che poteva succedere e che, in definitiva, è successo. Soltanto in un modo voi avreste potuto scusare il Ministero dei lavori pubblici: se mi aveste dimostrato che il crollo del ponte di Ariccia è dipeso unicamente da un caso di forza maggiore o da un caso fortuito. Invece, dalla vostra risposta, si desume che c'è un rapporto di causalità tra le lesioni riscontrate, esistenti e permanenti, e la mancanza di vigilanza da parte degli organi tecnici; viceversa, se tale vigilanza vi fosse stata, si sarebbe, quanto meno, evitato il danno che è stato prodotto”.

Cronache di ieri, come le cronache di oggi. Il Ponte di Ariccia, come noto, fu poi ricostruito mantenendo l’antica identità. Un complesso monumentale che continua a servire la città, con tutti gli accorgimenti possibili e un diatriba che continua a scivolare dentro la comunità locale ogni qual volta avviene un crollo in Italia. Ma questa è un’altra storia, rispetto ad un dibattito che si rincorre sempre con le stesse parole dopo mezzo secolo. Al di là delle privatizzazioni, delle nuove tecnologie e delle normative rispettate o meno. 

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