Grottaferrata | Villino Civette, Archè: “Nel torrino dove si guardava il cielo 6 antenne dentro le finestre. Nel resto dell’edificio piove dentro”
GROTTAFERRATA (attualità) – Il grido dell’associazione che svolge la sua attività nella struttura. Parte la mobilitazione. Indice puntato sulle responsablità politiche, tecniche e amministrative degli ultimi anni
ilmamilio.it
C’è un villino a Grottaferrata che ha visto crescere il paese intorno a sé. Nel 1907 era solo, su via Dusmet, con un torrino rivolto al cielo: lo racconta Stefano Paolucci nei Cenni storici sul villino Donati (Castelli Romani, 2025). Poi villa, casa di religiose, scuola. Chi ha fatto le medie alla Anna Frank sa cosa c’era in cima a quelle scale, e sa che da lassù, nei giorni limpidi, il tramonto scendeva fino al
mare.

Oggi si chiama Villino delle Civette. Le civette vedono al buio. Dentro, piove. Non è una metafora. Il 20 ottobre abbiamo consegnato al Comune due relazioni di un
architetto: acqua dalla copertura, infissi marci, lesioni nelle murature portanti, umidità accanto alle prese. Due settimane dopo, non una riga. Noi fotografiamo, datiamo, segnaliamo. Nessuno sale le scale. Eppure per un pezzo del Villino i lavori sono decisi da un anno e mezzo. Il torrino. Non per ripararlo: per sei antenne dentro i vani delle finestre, su tre lati, dove si guardava il cielo. Progetto depositato il 18 marzo 2025, autorizzato il 5 giugno. Adriano Olivetti fece
le fabbriche di vetro perché gli operai, alzando gli occhi, vedessero le colline. Qui le finestre devono reggere gli apparati. Se un tetto non regge la pioggia, come regge un’antenna?

Il Comune ha scritto questo Villino in due elenchi, entrambi suoi. Nel 2012 nell’elenco degli edifici da proteggere, con sedici voti favorevoli e nessun contrario. Nel 2024 nell’elenco dei posti dove mettere le antenne, con otto voti favorevoli. Dodici anni, due delibere, lo stesso torrino. E, in parte, le stesse persone. Chi presiedeva il Consiglio che votò la tutela, nel 2025 presiedeva la Commissione che si chiese se tutto questo non fosse stato “sottovalutato”. E un consigliere era in aula tutte e due le volte: nel 2012 per la tutela; nel 2024 per dire che in un regolamento le antenne non si tolgono, e votare a favore.
Lo stesso Piano, all’articolo 4, stabilisce che le nuove antenne vadano prima di tutto dove altre già esistono. A centodieci metri c’è un campanile, numero 7 nel Registro antenne del Comune. La relazione sulle emissioni allegata al progetto scrive che “nel raggio di 200 m non sono visibili altre emittenti”. Il campanile, a quanto pare, non si vedeva.

La responsabilità, in politica, esiste. Non si prescrive con lo scioglimento di un
Consiglio. Tutto comincia con un no. Via San Nilo, 2019: il Comune respinse un’antenna e la società ricorse al TAR. Tre anni dopo la stessa società scrisse all’Autorità per le comunicazioni: a Grottaferrata c’è “assenza di copertura del segnale radiomobile”. Era vero. Lo diciamo per primi: un’antenna, lì intorno, serviva, e il Comune doveva consentirla. Ma il luogo lo sceglie il Comune. I luoghi c’erano. Il campanile, già attrezzato. E quelli che l’amministrazione stessa ha
nominato a verbale: “la Madonnella”, “la ex Bazzica”, “la zona del bivio”. Per cinque mesi ufficio tecnico e società girarono il paese insieme. Si fermarono sotto il torrino. Il 19 giugno 2023 la società chiese di mettere la stazione lì. Perché lì lo ha spiegato il sindaco di allora, a verbale: “giocoforza, si è deciso per il male minore”. Da quel giorno comincia la storia che ci riguarda. Non contestiamo l’antenna.

Il 23 febbraio 2024 il Consiglio approvò il Piano antenne, lo strumento che per Regolamento deve proteggere i luoghi sensibili. Il torrino c’era già dentro, area
preferenziale 11: il Piano ratificava un accordo che lo precedeva. Quella mattina
qualcuno lo vide. Un consigliere di minoranza disse che l’impianto sulla Biblioteca “va rimosso”: “vista la presenza della biblioteca, del villino Civette, di fronte c’è il liceo”, “è proprio un pugno nell’occhio”. Un consigliere di maggioranza gli rispose: “non possiamo mettere sul regolamento di togliere un’antenna”. Il sindaco concluse: “andrebbero ascoltate le persone che stanno lì, sentite le associazioni”, ma “prima si approva e poi si valuta”. Il Piano passò con otto favorevoli, tre astenuti, nessun contrario. Nessuno ricordò la tutela del 2012. Le associazioni non furono mai ascoltate: negli atti non ce n’è traccia. Undici mesi dopo
il contratto era firmato: seimila euro l’anno, nove anni più nove, e il consenso anticipato a tutto ciò che verrà. In autunno arrivarono i lavori, e il Comune stesso dovette fermarli due volte. Poi i secchi. Poi le associazioni. Il bene non lo ha tutelato chi ne aveva il dovere. Lo hanno fatto i cittadini.
Il 16 ottobre 2025 accadde una cosa rara. La maggioranza riconobbe l’errore che la minoranza le aveva indicato venti mesi prima, e il Consiglio, tutto, votò all’unanimità l'”invito a sospendere ogni attività propedeutica all’installazione” sul torrino. Errare è umano; quel giorno il paese ebbe il coraggio di dirlo. Noi lo abbiamo riconosciuto a tutti. Undici giorni dopo, in Commissione, a verbale. Il sindaco: il sito “accettato dall’Amministrazione obtorto collo quale male minore”, e “non rileva il fattore storico del villino ai fini del contenzioso”. Un consigliere di maggioranza: “ho votato il Piano senza approfondirlo”. Dalla minoranza: “se il contenzioso è debole l’antenna verrà installata”. Tutto quello che avevamo detto noi, detto da loro. Agli atti. E lì rimasto.
Il 25 novembre la Commissione, di nuovo all’unanimità, chiese di riscrivere il Piano e trovare un altro sito. A gennaio una relazione tecnica, messa agli atti in Commissione, indicava già un’alternativa: “il sito della Madonnella è quello preferito per antenne”. Fu trattata in sette minuti, in coda a una seduta di tre ore sul piano regolatore; il sindaco annunciò che l’amministrazione avrebbe deciso “nel primo consiglio comunale”. A febbraio il punto tornò all’ordine del giorno della Commissione e non fu nemmeno trattato. Il primo Consiglio fu il 19 febbraio: otto punti, nessuno sul Villino. La Giunta, che per Regolamento “ha facoltà di apportare in qualsiasi momento revisioni”, non ne apportò. Nove giorni dopo, nove consiglieri dal notaio. Il Consiglio si sciolse, e con lui una promessa votata da tutti e mai diventata un atto.
Il 9 ottobre 2025, nella sala del Centro socio-culturale, al piano terra di questo Villino, davanti all’ex sindaco e al dirigente, abbiamo detto uno per uno i problemi di quell’iter, carte alla mano, con tecnici del settore, e le abbiamo consegnate a chi poteva usarle. Sette giorni dopo il Consiglio votava all’unanimità. Il Comune aveva argomenti, li aveva ricevuti in pubblico, e scelse di non usarli: l’ex sindaco annunciò un’altra strada, contestare alla società i ritardi nelle opere accessorie. La giudicammo debole, e lo dicemmo subito. Delle nostre osservazioni, negli atti venuti dopo, non c’è traccia. Ne prendemmo atto: un’associazione custodisce, non amministra. Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Il Comune si sedette al tavolo con una sola carta, quella debole, e si alzò con una transazione. Chi ha scelto quella strada, dopo aver ascoltato e scartato le altre, se ne assuma la responsabilità. In politica è una parola che si usa. Per noi viene prima: verso la storia di un luogo, l’identità di un’architettura, un torrino che era una stanza con vista fino al mare e che qualcuno ha deciso di fare ripostiglio di un’antenna.
Oggi c’è un Commissario straordinario che ha ereditato un fascicolo scritto da altri. Verso di lui vogliamo essere possibilisti, e credere a un errore di valutazione. Ma una cosa sta negli atti. Il 15 ottobre 2026 il Comune ha accettato 37.342 euro una tantum al posto delle opere previste dal contratto; ha rinunciato ai canoni dal giugno 2025, e la delibera chiama questa rinuncia la “principale concessione dell’Ente”; ha revocato le sospensioni del cantiere. Un Comune convinto delle proprie ragioni non concede: pretende. Noi lo leggiamo così: è l’accordo di chi non ha creduto nelle proprie armi, forse perché aveva scelto le più deboli. E la delibera lo ammette: l’esito di un giudizio sull’inadempimento era “obiettivamente incerto”, perché il contratto firmato nel 2025 subordinava le opere ai permessi e impegnava il Comune a cooperare. La debolezza non stava nella causa. Era scritta nel contratto. E dentro c’è una clausola che nessuno ha spiegato ai cittadini. All’articolo 5.2 la società rinuncia a ogni azione, anche contabile o penale, verso il Comune, i suoi organi politici e commissariali che si sono succeduti, i funzionari, i dipendenti, e in particolare il dirigente tecnico. Tutti dentro: chi ha deciso e chi ha firmato, chi ha votato e chi ha amministrato. Una liberatoria collettiva, in un accordo nel quale a rinunciare ai propri crediti è il Comune. Allora la domanda la facciamo a voi. Chi non ha tutelato il Villino,
chi lo ha scelto come male minore, chi ha votato senza approfondire, chi ha preso la strada più debole e l’ha persa: meritano una liberatoria? Merita, il Comune, di pagare il conto? Chi agisce così merita l’immunità? Noi crediamo di no. Lo abbiamo scritto al Commissario: dieci pagine, dieci fatti, nove richieste, ogni riga con il suo protocollo. Chiediamo una risposta entro trenta giorni. Chiediamo il tetto prima dell’antenna. Chiediamo che le antenne vadano dove già
suonano le campane.
Scrivo da presidente di Archè, e firmo con il mio nome, perché la responsabilità che chiediamo agli altri la mettiamo prima in faccia a noi. Siamo giovani, studiamo e lavoriamo al Villino ogni giorno, e siamo digitali per definizione: non rifiutiamo la tecnologia, ne promuoviamo il progresso, purché guidato da scelte sostenibili. Le antenne le vogliamo, sul campanile, dove il Piano del Comune dice di metterle. La tecnologia non ci fa paura. L’oblio sì: un paese che si abitua a un torrino che si sgretola, finché non lo vede più. E non ci arrendiamo. Nei modi della democrazia: le carte, gli atti, gli errori con data e pagina. Insieme alla lettera abbiamo presentato istanza di accesso agli atti: trentuno documenti, dalla stima del canone al parere legale sulla transazione. Li leggeremo tutti. Sappiamo che è un accesso complesso e corposo, e ringraziamo fin d’ora i funzionari che se ne occuperanno: il loro lavoro, prima che un adempimento, è un servizio alla
tutela del bello e del giusto, e vogliamo che sia riconosciuto così, da tutti e da loro per primi. Se le istituzioni non risponderanno, ci rivolgeremo a chi ha il compito di
accertare: il giudice amministrativo, la Corte dei conti, la Soprintendenza. Davide, in questa storia, non ha una fionda. Ha un fascicolo.
La campagna elettorale è cominciata, e con essa il gioco dei fatti. Noi non ci giochiamo. Chi vuole contestare una data, un protocollo, una riga di questo comunicato, è invitato a un confronto pubblico, in diretta streaming, carte alla mano, al Villino. Metteremo i fatti in fila come i secchi sotto le travi che gocciolano: uno accanto all’altro, dove tutti possono contarli. Da oggi apriamo una campagna in tutto il paese, insieme al Centro socio-culturale e a tutte le associazioni che vorranno sostenerla: cerchiamo le fotografie del Villino che
dormono nei cassetti di Grottaferrata, per raccontare questa storia casa per casa e restituirla al paese. Vogliamo farne una mostra, al Villino, aperta a tutti: chi porta una foto la vedrà appesa accanto alle altre. Il tetto lo deve rifare il Comune. La memoria la rifacciamo noi. Le modalità per consegnare le foto saranno annunciate nei prossimi giorni. Non chiedere per chi suona la campana, scriveva John Donne quattro secoli fa. Suona per chi è salito su quel torrino da ragazzo e, una sera limpida, ha visto il mare. Per chi ci passa davanti ogni mattina senza alzare gli occhi. Per chi ha firmato, per chi ha votato, per chi ha taciuto. Per chi non sa ancora che lo sta perdendo. Suona per noi. E allora che suoni. Dal campanile. Mirko Buttaglieri, Presidente Associazione Archè APS

