Grottaferrata, la ‘guerra’ delle ciclabili e il vero problema (strade e traffico) che nessuno ha risolto
GROTTAFERRATA (attualità) – Tra ‘marciapiedoni’ ribattezzati ciclopedonali e progetti rivendicati, la città continua a fare i conti, dieci mesi all’anno, con una viabilità difficile. Il nodo vero è liberare i quartieri e costruire infrastrutture adeguate
ilmamilio.it
di Fabrizio Giusti
A Grottaferrata si litiga sulla ciclopedonale. O, per essere più precisi, su quello che viene presentato come un percorso ciclopedonale di Viale Kennedy e che, agli occhi di non pochi cittadini, appare soprattutto come un marciapiede più largo (costato una considerevole spesa di denaro), dove si continua a camminare e passeggiare come prima.

Il dibattito politico si è trasformato in una contesa su chi abbia avuto l’idea, chi abbia progettato cosa e quale amministrazione possa rivendicare il merito dell’opera.
Un confronto che rischia però di perdere di vista la questione centrale: qual è il problema che Grottaferrata deve davvero risolvere? Non certo stabilire chi abbia messo per primo una pista ciclabile su una planimetria, soprattutto in una città in cui il l’utilizzo delle due ruote è sempre stato storicamente minimale.

Il problema è una città che, da anni, soffre di una viabilità incapace di reggere il traffico quotidiano. Ci sono quartieri, come il Pratone, che hanno bisogno di collegamenti e di una rete stradale capace di distribuire il traffico. Ogni mattina centinaia di persone, a causa di una crescita edilizia sconclusionata eretta su residua una rete viaria di mezzo secolo fa, si mettono in macchina con largo anticipo perché sanno che uscire da Grottaferrata può trasformarsi in una dura prova di pazienza.

Via Santovetti, Via delle Sorgenti, Via Tuscolana, Via Anagnina: basta che uno dei principali assi di collegamento si congestioni (e accade sempre, ogni giorno, nelle ore di punta della stagione scolastica, e l’intera città ne risente. Per percorrere poche centinaia di metri o riuscire a raggiungere una strada di scorrimento si possono impiegare decine di minuti.

È questo il tema sul quale la politica locale dovrebbe confrontarsi.
Perché sarebbe troppo semplice attribuire la situazione all’amministrazione di turno. Il problema viene da lontano e coinvolge, in misura diversa, le amministrazioni che si sono succedute almeno negli ultimi trent’anni. Una lunga stagione nella quale la crescita edilizia, che è stata in alcune zone anche abusiva, non è sempre stata accompagnata da infrastrutture adeguate, collegamenti alternativi e una visione complessiva della mobilità cittadina.

Per questo il confronto tra esponenti delle ultime due Giunte, entrambe commissariate, quando si riduce alla contrapposizione sui progetti delle piste ciclabili, rischia di diventare un dibattito surreale. Il punto non è stabilire chi abbia fatto meglio o peggio. Il punto è chiedersi perché, dopo decenni di amministrazioni e di trasformazioni urbanistiche, Grottaferrata continui a non avere una soluzione strutturale per la propria viabilità.

Una ciclopedonale può essere utile se la rete che la sostiene vede il contributo di altri comuni. La mobilità ciclabile è un elemento di una città green e può contribuire a ridurre l’uso dell’auto. Ma ci devono essere caratteristiche ben precise, una base strutturale e una strategia complessiva che oggi non esiste. Un percorso che parte all’incrocio di Viale Dusmet, sembra iniziare quasi dal nulla e termina poco prima dello stadio di Frascati difficilmente può essere considerato attraente, da solo, o essere considerato un modello di opera sostenibile. Anche fosse partito da un punto più centrale della città, tra l’altro, sarebbe stato uguale.

Grottaferrata ha bisogno collegamenti, percorsi alternativi e una pianificazione viaria capace di mettere in relazione i quartieri con le principali direttrici di traffico. E ci vogliono le idee e le competenze. Non la propaganda, i litigi o i rancori tra esponenti di Giunte tra l’altro decadute malamente tra strascichi e stracci in faccia.

E soprattutto ha bisogno di una classe politica disposta ad ammettere gli errori, a misurarsi con i fallimenti, a riconoscerli da persone mature (ma l’umiltà è una pratica sempre meno frequentata in generale) e affermare che il problema non finirà con la prossima inaugurazione. Prima ancora di rivendicare opere che a oggi non hanno raggiunto gli obiettivi stabiliti negli annunci, sarebbe forse il caso di spiegare ai cittadini come si intende liberare una città che, nelle ore di punta, dieci mesi all’anno, è ostaggio del proprio traffico.
Quello sì, sarebbe un dibattito politico interessante e all’altezza dei problemi reali.
