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29 dicembre 1925: la morte di Anna Kuliscioff, l’amante del progresso che aiutò le donne ad alzare la testa

ACCADDE OGGI – Profilo di una figura in parte dimenticata, ma fondamentale per il percorso delle donne italiane

ilmamilio.it 

Tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento alcune donne emersero nel dibattito dell'opinione pubblica. Figure che si i batterono tutta la vita per affermare i diritti di altre donne in Italia. Una di loro fu la protagonista assoluta della storia del socialismo e del femminismo: Anna Kuliscioff.

Antonio Labriola, massimo teorico di Marx in Italia, scrisse di lei: “A Milano non c’è che un uomo, che viceversa è una donna: la Kuliscioff”. Erano, quelli, anni di cambiamento in Europa, dove erano state già varate le prime leggi che tutelavano le donne e i minori (nelle vicine Francia e Austria, ad esempio, la giornata lavorativa era diventata di 11 ore). Nella Penisola italiana c’era, invece, una totale assenza di garanzie: le donne potevano lavorare anche 16 ore al giorno. Nulla accadeva. E fu proprio grazie all’impegno della Kuliscioff se fu alzato a 12 anni il limite del lavoro minorile e si introdusse un riposo per le puerpere di quattro settimane. Un passo avanti, rispetto all'assenza totale di garanzie.

“Mi auguro, per il trionfo della causa del mio sesso, solo un po’ più di solidarietà fra le donne – scrisse anni più tardi - allora forse si avvererà la profezia del più grande scrittore del nostro secolo – Victor Hugo – che presagì alla donna quello che Gladstone presagì all’operaio: che cioè il secolo XX sarà il secolo della donna”. Profezia avveratasi solo in parte. Tuttavia non si può negare che progressi ne siano stati fatti, e anche in modo considerevole, sopratutto in larga parte del mondo occidentale.

Nata nel 1855 a Sinferopoli, in Crimea, da famiglia di mercanti ebrei, Anna – raccontano le testimonianze - aveva una capacità mnemònica sopra la media. Era una donna rigorosa, che sin da bambina era stata incoraggiata a studiare con maestri privati e si interessò precocemente di politica. Nel 1871 si trasferì a Zurigo per i suoi studi di filosofia, poiché in Russia alle donne era proibito l’accesso all’università. Tornata proprio in Russia nel 1874, dopo appena tre anni fu costretta a fuggire nuovamente in Svizzera in seguito agli arresti compiuti dalle forze dell’ordine all’indomani di vari movimenti di piazza. Qui conobbe Andrea Costa, il primo deputato socialista italiano, figura storica del movimento operaio, con il quale si trasferì a Parigi.

Arrestata ed espulsa anche dalla Francia, la Kuliscioff fu ancora in Svizzera. Qui riprese gli studi e passò all'interesse per la medicina. In seguito alle numerose detenzioni, era stata colpita da tubercolosi. Nel 1888 si specializzò in ginecologia. La sua tesi dedicata alle cause della febbre puerperale, avendone indicato l’origine batterica, aprì la strada alla scoperta che avrebbe salvato milioni di donne dalla morte dopo il parto. Si trasferì dunque a Milano, ove cominciò ad esercitare l’attività medica. Si recava nei quartieri più poveri, assisteva chi era escluso dalla cure mediche. Dai milanesi venne così chiamata la “dottora dei poveri”.

In questo periodo entrò in contatto con le principali esponenti del femminismo milanese, da Anna Maria Mozzoni a Norma Casati, fautrici, nel 1882, della Lega per gli interessi femminili. “Tutti gli uomini – dirà in un suo intervento pubblico - salvo poche eccezioni, e di qualunque classe sociale, per un’infinità di ragioni poco lusinghiere per un sesso che passa per forte, considerano come un fenomeno naturale il loro privilegio di sesso e lo difendono con una tenacia meravigliosa, chiamando in aiuto Dio, chiesa, scienza, etica e leggi vigenti, che non sono altro che la sanzione legale della prepotenza di una classe e di un sesso dominante”. Un pensiero che troveremo più avanti, e con maggiore seguito, dentro il movimento femminista degli anni settanta. Ma qui siamo negli anni antecedenti la prima guerra mondiale ed Anna Kuliscioff interroga la condizione semplicistica che attribuisce l’inferiorità della donna all’egoismo e alla prepotenza maschile. È già cosciente che l’evoluzione intellettuale e morale dell’uomo ha trasformato l’antica condizione di schiavitù della donna, l’ha modernizzata, addirittura, e definita a suo piacimento. Mutandola, questo sì, ma senza abolirne i caratteri viscerali.

Nel 1891 insieme a Filippo Turati, Anna fondò la rivista “Critica sociale”, dalla quale promosse l’emancipazione femminile, l’indipendenza economica delle donne, i diritti, fino al suffragio universale. Questo perché agli inizi del Novecento la discussione attorno al voto era incentrato sulla richiesta della sua estensione a tutti i cittadini maschi, ma di quello delle donne proprio non se ne faceva cenno. “Direte che agli analfabeti spettano i diritti politici perché sono anch’essi produttori – scrisse - forse le donne non sono operaie, contadine, impiegate, ogni giorno più numerose? Non equivale, almeno, al servizio militare, la funzione e il sacrificio materno, che da’ i figli all’esercito e all’officina? Le imposte, i dazi di consumo forse son pagati dai soli maschi? Quali degli argomenti, che valgono pel suffragio maschile, non potrebbero invocarsi per il suffragio femminile?”.

Nel 1912, proprio percependo (e forse un po' temendo), le avanzate sociali, il governo Giolitti approvò una legge che concesse il voto a tutti gli uomini alfabeti che avessero compiuto i ventuno anni di età, e a tutti i maschi analfabeti almeno trentenni. Di risposta la Kuliscioff fondò il bimestrale “La Difesa delle Lavoratrici”. Con lei Linda Malnati, Carlotta Clerici o Angelica Balabanoff. Al di fuori dell’impegno quotidiano, però, si affaccia all’orizzonte la più terribile delle tragedie: la guerra. Il periodo apre il contesto all’ultima stagione di Anna. Terminato il conflitto, infatti, arrivano gli anni delle grandi mobilitazioni, delle grandi illusioni e poi dell’avvento del Fascismo. La sua rivista continuò a vivere, ma ancora per poco. Chiuse nel 1925, anno in cui la Kuliscioff morì nel suo appartamento milanese. Tra le sue ultime parole, il quadro di un tempo buio: “È proprio difficile anche morire”.

Pietro Nenni ricordò le sue tumultuose esequie in questo modo: “I funerali erano stati un’apoteosi per lei e per il sopravvissuto suo compagno. Ma, ai fascisti, anche l’omaggio reso a una donna insigne per sapere, preclara per carattere, da tutti stimata per la bontà senza pari, era riuscito intollerabile. Sui gradini stessi del Monumentale, mentre a mo’ di saluto io gridavo “Viva il socialismo!”, fummo aggrediti. Attorno alla bara, attorno alle corone e ai nastri, ci fu una zuffa breve e feroce dalla quale parecchi uscimmo sanguinanti e pesti. Ed era triste pensare che ciò avvenne in un cimitero e davanti alla salma di una donna che, con tutta la sua anima, con tutta la sua intelligenza aveva auspicato pace, giustizia e fraternità". Pochi mesi dopo, Turati scappò a Parigi. Si sarebbe spento il 29 marzo 1932.

Anna Kuliscioff visse più di quarant’anni in Italia. Da straniera, con un provvedimento di espulsione mai revocato. Fu tra i maggiori protagonisti del socialismo italiano. Fu una dirigente, una militante, una rivoluzionaria. Insegnò alle donne ad alzare la testa, in tempi decisamente sfavorevoli e contrari.