Francesco Baracca, il cavaliere del cielo e il suo ricordo
Accadde oggi – 19 giugno 1918. Moriva Francesco Baracca, il cavaliere del cielo che lasciò in eredità un cavallino rampante
di Fabrizio Giusti
Aveva trent’anni. Un’età in cui si pensa al futuro, non alla morte. Eppure il 19 giugno 1918, sopra il Montello, nel pieno della Prima guerra mondiale, Francesco Baracca non fece ritorno da una missione di combattimento. Volava sul suo SPAD S.VII, come aveva fatto decine di volte prima. Questa volta, però, il cielo che amava tanto divenne la sua ultima dimora.
Due giorni dopo, il Bollettino di guerra ne annunciò la scomparsa con parole asciutte, quasi burocratiche: «Il valoroso Maggiore Baracca, che aveva raggiunto la sua 34ª vittoria aerea, il giorno 19 corrente non ha fatto ritorno da un eroico volo di guerra». Bastavano poche righe. Il Paese aveva già compreso.
Baracca era diventato un simbolo. Non soltanto per le 34 vittorie ottenute nei cieli della guerra tra l’aprile del 1916 e il giugno del 1918, ma per ciò che rappresentava. Coraggio, disciplina, eleganza. Apparteneva a quella generazione che vide nascere il volo e che trasformò l’aeroplano da fragile macchina sperimentale in strumento di leggenda.
Comandava la 91ª Squadriglia, il reparto degli assi. Uomini diversi per carattere e provenienza, accomunati da una professione che allora aveva qualcosa di pionieristico e qualcosa di cavalleresco. Si combatteva sospesi nell’aria, affidando la propria vita a motori spesso inaffidabili e a una manciata di metri di tela e legno.
Eppure Baracca non era soltanto un soldato. Era un uomo colto, cresciuto in una famiglia benestante, curioso della modernità. Nelle lettere che scriveva ai familiari emerge un tratto che sorprende: la capacità di conservare lo stupore anche nel mezzo della guerra.
Nel 1915 raccontava un’alba osservata dall’alto: «Ho veduto di lassù il sole uscir dietro i monti ed uno spettacolo di luci meraviglioso». Sono parole che parlano più dell’uomo che del combattente. Perché mentre intorno si combatteva e si moriva, lui trovava ancora il tempo di osservare la bellezza.
L’amore per il volo era nato prima della guerra. Già nel 1912, dopo una delle sue prime esperienze in aeroplano, scriveva al padre di aver vissuto «un magnifico sogno ad occhi aperti». Guardava scorrere sotto di sé alberi, strade e campagne e chiedeva al pilota di salire ancora più in alto. «Plus haut! Plus haut!», gridava. Più in alto.
Forse tutta la sua vita può essere raccontata così: la ricerca continua di un orizzonte più ampio.
La sua morte colpì profondamente l’Italia. Non era soltanto caduto un ufficiale decorato. Era scomparso uno dei volti più conosciuti della guerra. Gabriele D’Annunzio gli dedicò un elogio funebre solenne e appassionato, vedendo in lui la fusione perfetta tra uomo e macchina, tra volontà e azione, tra coraggio e destino.
Ma l’eredità di Baracca avrebbe preso una strada inattesa.
Sul fianco dei suoi velivoli campeggiava il cavallino rampante, simbolo del Reggimento Piemonte Reale Cavalleria nel quale aveva servito prima di diventare aviatore. Dopo la guerra, la madre di Francesco, la contessa Paolina Baracca, incontrò un giovane pilota automobilistico destinato a diventare famoso. Si chiamava Enzo Ferrari. Fu lei a suggerirgli di adottare quel cavallino come portafortuna.
Ferrari lo fece. Cambiò il colore, lo inserì su uno sfondo giallo, il colore di Modena, e lo trasformò in uno dei marchi più celebri del mondo.
Così il simbolo di un eroe della Grande Guerra passò a un altro mito italiano.
Francesco Baracca continua a raccontare qualcosa del suo tempo: l’entusiasmo per il progresso, il fascino dell’avventura, la fiducia nella tecnica e, insieme, il prezzo altissimo che una generazione pagò alla storia.
Morì giovane, come tanti ragazzi del suo tempo. Ma lasciò dietro di sé molto più di un nome inciso nei libri. Lasciò un esempio, una leggenda e quel cavallino rampante che ancora oggi corre sulle strade del mondo, ricordando un uomo che aveva imparato a vivere guardando il cielo.
