VICENDE – L’antico acquedotto di Rocca di Papa: il Condotto

ROCCA DI PAPA (attualità) – Storia di un capolavoro di ingegneria millenaria e dei tempi moderni

di Flavia Santangeli

Rocca di Papa ha la fortuna di conservare un antico acquedotto sotterraneo, un’opera monumentale realizzata grazie alla sapiente ingegneria romana. Numerose opere degli scrittori dell’antichità descrivono dettagliatamente questi straordinari manufatti, all’epoca unici nel mondo, essenziali per garantire il benessere sociale e lo sviluppo delle città.

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Nella costruzione di un acquedotto il primo passo consisteva nell’individuazione di una sorgente copiosa. Al tempo di Frontino, i metodi di ricerca delle fonti erano quelli descritti da Vitruvio nel capitolo VIII del De Architectura: si basavano sull’osservazione della vegetazione, della conformazione del terreno e persino dell’umidità dell’aria.

Ai Campi d’Annibale, al centro del Vulcano Laziale e all’interno della sua caldera, si trova un antico acquedotto sotterraneo ancora funzionante, che fornisce una notevole quantità d’acqua, presumibilmente captata dalle principali vette del complesso vulcanico: Monte Cavo e Maschio delle Faete.

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L’abbondanza d’acqua spinse già in epoche remote a intercettarla per controllarne l’utilizzo. Dal centro della piana dei Campi d’Annibale parte infatti un cunicolo che, attraverso varie diramazioni, termina il suo percorso all’esterno del cono vulcanico. Pur in assenza di documentazione certa, si può ipotizzare che il cunicolo sia stato realizzato in epoca preromana e successivamente riutilizzato dai Romani per l’approvvigionamento idrico. Questo acquedotto-cunicolo, d’ora in avanti definito “il condotto”, appellativo già utilizzato da Giuseppe Tomassetti nella sua opera La Campagna Romana antica, medievale e moderna, probabilmente perché così veniva chiamato dagli abitanti del luogo, era già esistente in epoca augustea.

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La scoperta di questa antica “Acqua Albana” venne documentata da Alderossi nel 1872. Della presenza del condotto si ha comunque certezza già nel 34 a.C., durante l’edilità di Marco Vipsanio Agrippa, uno dei più grandi artefici dell’ingegneria idraulica romana. Nominato edile, Agrippa restaurò numerosi acquedotti e ne fece costruire di nuovi, modificando e deviando antichi cunicoli per soddisfare il crescente fabbisogno idrico. Come riportato da Rodolfo Lanciani e da De Rossi, l’acqua venne convogliata fino alla grande cisterna situata sopra Palazzolo. La cisterna, durante l’ultimo conflitto mondiale, fu colpita dai bombardamenti, riportando la distruzione dei pilastri e di parte delle murature perimetrali. Oggi non rimangono tracce della copertura, ma non si può escludere che originariamente fosse voltata. L’assenza di elementi costruttivi nella parte superiore delle murature rende tuttavia difficile stabilirlo con certezza.

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Nel corso dei successivi duemila anni il condotto subì numerosi interventi di restauro e deviazioni, resi necessari dalle esigenze delle popolazioni che si sono succedute sul territorio dell’attuale Rocca di Papa. Il condotto misura circa 1.600 metri di lunghezza e presenta numerosi diverticoli, probabilmente realizzati in epoche differenti. Il tratto più antico e suggestivo è quello scavato nella dura roccia basaltica del fondo della caldera. Dove il percorso attraversa il peperino, l’acqua ha progressivamente modellato le pareti; nel basalto, invece, esse risultano ancora perfettamente conservate e mostrano chiaramente le scanalature lasciate dagli antichi strumenti di lavorazione, tanto da sembrare realizzate in tempi recenti.

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Il cunicolo dei Campi d’Annibale conserva ancora otto discenderie, o “luminari”, in diversi stati di conservazione. L’acqua che vi scorreva era di qualità eccellente e rispettava i rigorosi criteri adottati dagli antichi Romani nella scelta delle sorgenti.

Fino a pochi decenni fa l’intero tratto dell’acquedotto era privo di qualsiasi impurità. Oggi, purtroppo, non è più possibile affermarlo a causa della presenza di tubazioni delle acque reflue che in alcuni punti sversano nel condotto.

Già in epoca romana quest’acqua alimentava ville e ninfei della Valle Albana, lasciando probabilmente il proprio ricordo anche nel toponimo della vicina località “Grotte dell’Acqua”.

L’acqua raggiungeva il nucleo originario del paese, nell’antica Piazza Vecchia, oggi Piazza della Repubblica (o l’attuale denominazione), poco sotto la Chiesa del Crocifisso. Qui venne costruita una fontana in peperino, forse utilizzando materiali di recupero provenienti dalla distruzione della fortezza medievale. La fontana divenne il primo punto di aggregazione della comunità, luogo nel quale il banditore leggeva gli editti emanati dalle autorità.

Con l’espansione del villaggio, che nel XVIII secolo assunse ormai le dimensioni di un vero paese, aumentò anche il fabbisogno idrico. Nel 1752 Fabrizio Colonna, accogliendo le richieste della comunità, concesse ai cittadini due terzi dell’acqua disponibile nei prati di una località della città.

Le fonti documentarie fanno inoltre supporre che, durante la costruzione del Duomo, l’acqua fosse stata condotta fino all’attuale Largo Massimo d’Azeglio, dove venne realizzata una nuova fontana.

Tra il XVI e il XVII secolo le nuove tecniche di distribuzione mediante tubazioni permisero anche la costruzione di un lavatoio posto al di sotto della fontana, così da riutilizzare l’acqua in eccesso. Successivamente vennero realizzati numerosi fontanili pubblici, poiché la portata continua della sorgente non poteva essere interrotta.

Con ogni probabilità la stessa acqua alimentava anche il grande fontanile di Piazza Margherita e, forse, la prima funicolare di Valle Oscura, funzionante grazie alla forza dell’acqua.

In epoca moderna venne progettato un nuovo sistema di approvvigionamento che prevedeva la captazione delle acque dagli Squarciarelli fino al Carpino, raccogliendo numerose sorgenti poste a quote inferiori. A tale scopo fu realizzato anche il serbatoio idrico degli Squarciarelli. Agli inizi dell’agosto del 1928 venne inaugurata la prima parte dell’opera.

Successivamente, la realizzazione dell’Acquedotto del Simbrivio, lo scavo dei pozzi di Via delle Barozze e la maggiore facilità di pompaggio garantirono alla popolazione un approvvigionamento idrico sufficiente. Il vecchio condotto cessò così di ricevere la necessaria manutenzione e, dopo oltre duemila anni di servizio, iniziò un lento e progressivo stato di abbandono.

Ancora oggi, tuttavia, questo straordinario acquedotto rappresenta una delle più importanti testimonianze dell’ingegneria idraulica antica presenti nel territorio di Rocca di Papa, raccontando una storia millenaria di tecnica, ingegno e gestione delle risorse idriche.

Le notizie riportate in questo articolo sono tratte dalla pubblicazione “Pillole su Rocca di Papa”, opera realizzata da un gruppo di autori composto da Francesco Casciotti, Alessia Ulisse, Diana Nesci e Pio Gatta, con introduzione al testo di Rita Gatta. Il volume raccoglie approfondimenti dedicati alla storia, al patrimonio culturale e alle tradizioni di Rocca di Papa, offrendo un prezioso contributo alla conoscenza del territorio.

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