Elezioni Grottaferrata | Di Bernardo più maratoneta che santo. Uno sguardo a ieri
GROTTAFERRATA (politica) – L’ex sindaco dopo la caduta non si è mai fermato ed oggi punta tutto sulla frammentazione della scena, su qualche insperato alleato e sulla sua rinarrazione dei fatti
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Come ogni agosto che si rispetti e come ogni fase pre-elettorale che la politica manda in scena, ecco comparire sulla piazza della pubblica discussione una pletora di personaggi che, autoreferenziali fino all’inverosimile, pretendono di inquinare il dibattito. Nomi improbabili, figure mitologiche più o meno riconoscibili, vecchi “soloni” (autodefiniti) che si inseriscono nell’estiva contrapposizione elettorale che sparano nel mucchio pensando di pesare qualcosa o di colpire chissà chi. La realtà è diversa.


Fatta questa doverosissima premessa, entriamo nel dunque perché è vero che è agosto, è vero che la gente è in vacanza, ma è altrettanto vero che in questa fase si legga di più, si sia più propensi a maneggiare il cellulare e – per poche menti elette – anche a ragionare. E la fase attuale è decisiva per quello che accadrà dall’autunno in poi.
E, per quanto dibattutissimo, è il caso di tornare a parlare di Mirko Di Bernardo.
L’ex sindaco, caduto rovinosamente a febbraio scorso, non è certo uno che come avrebbe detto Benedetto XVI, “è sparito agli occhi del mondo”. Tutt’altro. Di Bernardo in questi lunghi mesi non si è mai fermato: si è arrestato nelle prime settimane nella sua frenetica tessitura di trame (in questi tempi va di moda il termine “costruttore di ponti”), specialità ben mostrata nel corso di questi anni, ma comunque senza mai smettere di apparire. Un vero maratoneta.


Adesso, in attesa di capire chi e come potrà riaffancarsi a Di Bernardo nel 2027, bisogna chiarire ancora una volta alcuni punti fermi.
Per quanto in questi mesi abbia vestito gli umili panni del martire, in chiaro forte odore di santità, Mirko Di Bernardo – ovviamente politicamente parlando – non è un santo.
Perché no?
In questi mesi l’ex primo cittadino ha imbastito la sua lunghissima campagna elettorale nella costruzione di una nuova narrazione. Narrazione che è vera solamente in parte, come abbiamo noi stessi provato a mostrare e dimostrare in questi mesi.
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Di Bernardo, cui certamente in questa fase fa comodo un’ampia frammentazione della scena politica ma allo stesso tempo spera di diventare nuovamente polo di attrazione.
Ma polo di attrazione per cosa?
Questo Di Bernardo non lo sa bene e cerca di non farlo capire. Perché è chiaro che servono sostegno e voti, come erano serviti nel 2021, ed oggi più che mai servono da qualsiasi parte possano arrivare. Il PD? Difficile ma perché no. Le forze civiche (quali esattamente)? Può essere, perché disdegnare. Eventuali fuoriusciti dal centrodestra? Magari arrivano.
Lo ripetiamo ancora una volta: Di Bernardo è stato un buon amministratore, certamente il migliore di almeno dei suoi 4 predecessori. Ma Mirko Di Bernardo è stato anche uno scaltro politico che, supportato dal cerchietto magico, ha preferito tagliare con chi lo aveva accompagnato al successo nel 2021 per tentare sino all’inverosimile di agganciare i suoi ex competitor.

Vale ancora una volta ricordare che un giorno prima di cadere, Di Bernardo aveva quasi chiuso quello che sarebbe stato un capolavoro politico, dal suo punto di vista.
Immediatamente prima di essere sfiduciato proprio da coloro che lo avevano sostenuto nel 2021 e da quelli che lui era convinto di aver portato dalla sua parte (ma solo Di Bernardo non aveva capito che il politica non si può davvero tutto tutto), aveva comunque dalla sua parte: l’ex candidato sindaco Luigi Spalletta (oggi suo fedelissimissimo scudiero), l’amico ed ex competitor Lorenzo Letta (nominalmente Fratelli d’Italia ma solo sporadicamente avversario in aula) ed era arrivato ad un soffio dall’ex sindaco architetto.
Ma, appunto, in politica si può tutto, ma non proprio tutto tutto.
L’abile spregiudicatezza politica che ha caratterizzato Di Bernardo tra il 2021 ed il 2026 anche in ambito sovracomunale è un dato di fatto: da Marta Bonafoni a Daniele Leodori sino a Claudio Mancini, attraverso . Senza mai perdere l’occasione per una strizzata d’occhio a qualche esponente di centrodestra. Il tutto scivolando sempre più verso un autoritarismo che, tipico dei sindaci che poi alla fine cadono, ha portato Di Bernardo a restringere sempre di più il suo
Ecco. La narrazione va demolita quando non sostenibile. E credere che oggi Di Bernardo possa essere cambiato, bé, appare complicato. 4 anni hanno mostrato a sufficienza.
Le alternative? Vanno create.
