Più connessi, sempre più soli: il disagio silenzioso dei giovani italiani
ROMA (attualità) – Il tempo passato davanti agli schermi per uso personale è in media 5,1 ore al giorno, quasi due mesi all’anno. I dati sono crudi
ilmamilio.it
C’è qualcosa di strano in quello che stiamo vivendo. Siamo più connessi di quanto lo sia stata qualsiasi generazione prima di noi, eppure il 40% delle persone dichiara di essersi sentito solo almeno qualche volta nelle ultime due settimane. Una percentuale che tra i giovani sale ancora.
Il Report AXA Mind Health 2026, basato su quasi 20.000 interviste in 18 Paesi, ha fotografato una realtà che molti avvertono ma faticano a nominare. I dati collocano l’Italia in una posizione critica: con un indice di Mind Health di 60,3 punti, il nostro Paese si posiziona al di sotto della media globale di 61,8, occupando la quinta posizione dal basso nella classifica mondiale. A titolo di confronto, la Svizzera guida il ranking con 65,4 punti, vantando il 32% della popolazione in uno stato di pieno “fiorire” psicologico. In Italia, questa percentuale crolla drasticamente: solo il 15% degli italiani dichiara di trovarsi in uno stato di pieno benessere psicologico.
Questa sofferenza è particolarmente acuta tra i 18 e i 24 anni, dove il 59% degli intervistati si trova in uno stato di languishing o struggling, ovvero 13 punti al di sopra della media globale. I giovani adulti sotto i 35 anni hanno una probabilità 2,3 volte maggiore rispetto al resto della popolazione di ricevere una diagnosi grave di depressione, ansia o stress. È un segnale d’allarme che non può più essere ignorato, poiché indica una fragilità strutturale nelle fondamenta della società di domani.
Il tempo passato davanti agli schermi per uso personale è in media 5,1 ore al giorno, quasi due mesi all’anno. Tra i giovani sale a 6 ore. Il 75% degli intervistati ammette che questo ha un effetto negativo sulla propria vita. Non un effetto trascurabile: moderato o peggio. Eppure smettere o ridurre è tutt’altro che semplice, soprattutto quando i legami sociali si sono spostati sempre di più proprio là, sullo schermo.
Non si tratta di una colpa da attribuire ai giovani, né ai social media come categoria generica. Il quadro è più complesso e vede nel mondo occupazionale uno dei suoi assi portanti. Il mercato del lavoro instabile, il costo della vita in crescita e l’incertezza sul futuro sono fattori che pesano in modo sproporzionato su chi sta costruendo la propria vita adulta senza una rete di protezione solida. Lo stress professionale è diventato una costante: il 56% dei lavoratori italiani riporta livelli moderati o severi di stress nell’arco di un anno.
In questo contesto, il burnout lavorativo emerge come una delle criticità maggiori. A lungo derubricato come semplice stanchezza o mancanza di tempra, è oggi riconosciuto dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) come un fenomeno occupazionale distinto. I dati mostrano che il burnout è la prima causa di aumento dell’assenteismo nei Paesi analizzati, trasformando un disagio individuale in un problema di produttività e salute pubblica. Per i giovani, la pressione di dover “performare” in contesti precari rende questo rischio ancora più tangibile, alimentando un ciclo di esaurimento che mina la salute mentale sul lungo periodo.
Paradossalmente, nonostante la salute mentale sia oggi al centro del dibattito pubblico come mai prima d’ora, esiste ancora una barriera culturale difficile da scalfire. Le persone ne parlano e i media ne scrivono, ma l’apertura al dialogo non sempre si traduce in azione. Secondo il report, il principale ostacolo a chiedere aiuto non è di natura economica o logistica, bensì la convinzione, dichiarata da un terzo degli intervistati, di “non averne bisogno”. Questa percezione stride violentemente con il dato reale del 46% della popolazione che si dichiara in difficoltà attiva.
Spesso il disagio non viene riconosciuto come qualcosa che merita attenzione professionale. Lo stress cronico che si accumula, la stanchezza persistente e la difficoltà a concentrarsi vengono liquidati come normali conseguenze del periodo o della vita moderna. Questa minimizzazione impedisce di vedere che il malessere, se ignorato, tende a cronicizzarsi. C’è una sorta di timore sottile nel definirsi “fragili”, come se ammettere il bisogno di supporto sminuisse il proprio valore o la propria forza individuale.
Normalizzare la richiesta di aiuto professionale è il passo fondamentale per invertire questa tendenza. Chiedere supporto non è un atto di debolezza, ma un gesto di profonda consapevolezza e coraggio: significa riconoscere i propri limiti per poterli superare. Intervenire tempestivamente, anche in assenza di una crisi conclamata, cambia significativamente gli esiti e la qualità della vita futura. Non dobbiamo aspettare che il “languishing” diventi una patologia grave per agire. Se senti di non riuscire a gestire queste sfide da solo, non esitare a rivolgerti a uno psicologo online o in presenza per intraprendere un percorso di supporto.
Un approfondimento su cosa ci dicono i dati italiani nel 2026, con uno sguardo specifico su giovani, lavoro e intelligenza artificiale, è disponibile sul blog di Serenis. I numeri raccontano una sofferenza silenziosa ma pervasiva. La sfida oggi non è solo aumentare la consapevolezza, ma trasformarla in una cultura della cura preventiva, dove la salute della mente sia considerata un diritto fondamentale e una responsabilità collettiva, non un peso da portare in solitudine.
