Manosphere e mansplaining, quando il cambiamento fa paura
FRASCATI (attualità) – Valentina Galli analizza paure, fragilità e dinamiche culturali che alimentano l’opposizione all’autodeterminazione femminile nella società contemporanea
ilmamilio.it – contenuto esclusivo
di Valentina Galli, dottoressa in Scienze e Tecniche Psicologiche Autrice di “Vista da qui”
Mi sono imbattuta in un documentario sulla Manosphere — l’ecosistema online che oppone al femminismo una visione nostalgica della mascolinità — e ho fatto fatica a terminarlo. Mi ha lasciato un senso di indigestione, amplificato da alcune dinamiche quotidiane: commenti fuori luogo e il classico mansplaining, ovvero quella lezioncina paternale in cui ti viene spiegato un concetto ovvio come se fossi incapace di comprenderlo.
Da psicologa, so che l’astrazione selettiva potrebbe portarmi a vedere solo la negatività. Eppure, osservando questi fenomeni, credo ci sia molto di più di un semplice atto di arroganza.

Il parallelo con il conservatorismo
Credo che la Manosphere possa essere letta in parallelo a certe derive del conservatorismo politico: si tratta, in entrambi i casi, di una reazione difensiva. Il nostro “cervello antico” teme il nuovo perché lo percepisce come un’insidia alla sicurezza del “noto”. L’autodeterminazione femminile, scardinando rituali e gerarchie secolari, viene vissuta come una minaccia esistenziale.
Quando mancano gli strumenti emotivi per integrare questo cambiamento, la risposta non è il confronto, ma la chiusura: si cerca protezione in una struttura rigida, dove i ruoli sono definiti e protetti.

Le parole come specchio della resistenza
Questo malessere si traduce nel linguaggio. Pensiamo a un termine come “mammo”: lo trovo svilente. Non nobilita il ruolo del padre, lo trasforma in una caricatura comica per rassicurare chi teme che la cogenitorialità possa scalfire la vecchia figura del capofamiglia autoritario. Non è progresso, è un tentativo di prendere le distanze da un futuro che non si è pronti ad accogliere.

Una domanda aperta
Liquidare tutto come mera “stoltezza” sarebbe un errore di prospettiva. Se guardiamo oltre l’aggressività digitale, emerge una domanda di sicurezza: chi sono io, se non posso più ricoprire il ruolo per cui sono stato cresciuto?
Comprendere le radici di questa opposizione non significa giustificarla, ma riconoscere che ogni resistenza porta con sé una profonda fragilità. Per questo, vorrei lanciare una provocazione a chi sente il bisogno di erigere questi muri: cosa temete vi venga sottratto, se una donna acquisisce finalmente la piena gestione di sé
Valentina Galli – Dottoressa in Scienze e Tecniche Psicologiche Autrice di “Vista da qui”. Per approfondire questi temi e partecipare alla discussione, potete seguire il blog e iscrivervi alla newsletter:
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