Dom Giovanni Franzoni: la storia dell’abate che preferì la libertà. Il ‘cattolico marginale’ e il valore del dissenso
ACCADDE OGGI – Il 13 Luglio 2017 la scomparsa dell’ex Abate di San Paolo Fuori Le mura, protagonista di un momento di profonda riflessione dentro e fuori la Chiesa
ilmamilio.it
di Fabrizio Giusti
Dom Giovanni Franzoni apparteneva a quella categoria di uomini che, quando se ne vanno, lasciano domande e certezze. Nel corso della sua vita gli furono cucite addosso molte etichette: «Abate Rosso», «Abate Ribelle», «Abate Eretico». Lui, con una sobrietà che lo distingueva, preferiva definirsi un «cattolico marginale». Era forse la definizione più esatta, perché i margini, a volte, sono il luogo da cui si vede meglio il centro.
Nato a Varna l’8 novembre 1928, attraversò la stagione più inquieta della Chiesa del Novecento. Passò da Firenze, dove il cattolicesimo respirava un’aria nuova con figure come Ernesto Balducci, Giorgio La Pira e don Lorenzo Milani. Da giovane militò nell’Azione Cattolica. A diciannove anni entrò nel seminario benedettino dell’Aventino. Nel 1950 iniziò il noviziato nell’Abbazia di San Paolo fuori le Mura e, dopo i voti, fu inviato a Farfa.
Avrebbe dovuto limitarsi ad amministrare una comunità monastica. Fece altro. Insegnò storia e filosofia, aprì una scuola media per le ragazze, organizzò momenti di incontro, restituì ai giovani un posto dentro la vita del monastero. Aveva fiducia nelle nuove generazioni, una fiducia che non avrebbe mai rinnegato.
Nel 1964 fu nominato Abate di San Paolo. Paolo VI gli donò un anello d’oro, segno di stima personale. Molti anni dopo quell’anello sarebbe stato venduto per finanziare una raccolta di fondi destinata a un ospedale di Gaza. Anche i simboli, quando servono gli uomini, possono cambiare significato.
Da Abate partecipò al Concilio Vaticano II, convocato da Giovanni XXIII. Aveva appena trentacinque anni, il più giovane della grande assise. Da quell’esperienza maturarono convinzioni che non avrebbe più abbandonato.
Erano gli anni delle grandi contrapposizioni ideologiche. Franzoni pronunciava omelie contro la guerra in Vietnam, denunciava le speculazioni edilizie, chiedeva una Chiesa più vicina agli ultimi e aperta al dialogo con il socialismo democratico. Per alcuni era un riferimento, per altri un problema.
Guardava con interesse alle comunità cristiane di base e cercava di restituire alla fede la sua dimensione originaria. La preghiera diventava esperienza condivisa, riflessione comune, confronto. Perfino le omelie nascevano dal dialogo con la comunità. Un metodo che allora appariva ai tradizionalisti quasi una provocazione.
Le tensioni non tardarono ad arrivare. Nella radicalizzazione di un rapporto tra autorità e la sua realtà, iniziarono i primi problemi. Prima attraverso dei momenti di tensione politica che sfociarono persino in una incursione violenta di alcuni attivisti missini durante una liturgia, poi direttamente con la gerarchia pontificia, quando si schierò contro i licenziamenti all’interno di un’opera del Vaticano, fino ad arrivare ad esprimere delle simpatie per quel Pci di Berlinguer che sembrava rassicurare anche i più perplessi nel rapporto tra comunismo, processi democratici e distanziamento dalla ‘teca ideologica’ di Mosca. Durante una celebrazione nella Basilica, un giovane prese la parola per leggere un’invocazione dai toni insoliti e fortemente critici. Rivolgendosi a Dio, espresse l’auspicio che i propri figli potessero crescere in una Chiesa libera da compromessi economici e da ogni forma di speculazione finanziaria, citando esplicitamente lo IOR (Istituto per le Opere di Religione). L’intervento, pronunciato in un contesto liturgico, rifletteva un disagio che stava emergendo anche all’interno del mondo cattolico e che trovava eco nel dibattito pubblico dell’epoca. Scoppiò il caso.
“In Vaticano – raccontò Franzoni successivamente in un intervista a “La Repubblica”, citando i tempi dell’allontanamento – mi denigravano. Dicevano che mi ero venduto al Pci. Una domenica in basilica un giovane pregò perché suo figlio potesse crescere in una Chiesa dove non si faceva speculazione finanziaria. Paul Mayer, a quel tempo segretario dei Religiosi, reagì. Mi disse che visto che ero così “democratico” dovevo accettare le sue condizioni: sottoporre ogni atto pubblico al parere dei superiori. Presi tempo. In una riunione della Comunità si alzò Vincenzo Meale. Disse che dovevo obbedire perché altrimenti sarei stato l’unico a pagare. Però, spiegò, “è certo che se accetta le censura, la mia esperienza con la Comunità finisce qui”. Fu un lampo, un’illuminazione appunto. Risposi: “Ho capito”. E il lunedì seguente dissi a Mayer che volevo dimettermi. E così ebbe inizio la mia nudità”. Il 12 luglio 1973 rassegnò le sue dimissioni da abate
All’inizio del 1974, lasciata la Basilica, viveva in un piccolo appartamento di via Ostiense. Un quotidiano scrisse con evidente soddisfazione: «L’abate rosso si è messo da parte. Speriamo che stia tranquillo». Ma gli uomini inquieti raramente conoscono la tranquillità.
La sua, infatti, era una nudità spirituale. Cercava un cristianesimo essenziale, privo degli orpelli del potere, più vicino al Vangelo che alle istituzioni. Il Gesù che inseguiva non aveva bisogno di privilegi.
Il 28 aprile 1974, a causa del suo aperto schierarsi a favore del “No” al referendum per l’abrogazione della legge sul divorzio, fu sospeso a divinis. Con questo provvedimento gli fu vietato di amministrare i sacramenti.
Franzoni ricordò quei giorni con questo aneddoto: “Volevo che l’esperienza con il nostro gruppo di laici non finisse con la mia uscita da San Paolo. Cercai di nuovo il Cardinal Poletti, e, dopo avergli spiegato che la sentenza di sospensione a divinis era a mio avviso invalida perché io avevo ubbidito all’ingiunzione di non parlare più in pubblico disdicendo tutti gli appuntamenti, lui ammise che forse effettivamente c’era stato qualche errore ma si appellò alla mia comprensione delle procedure e delle prassi ecclesiastiche per cui non dovevo aspettarmi che la Chiesa ammettesse pubblicamente di avere sbagliato. Mi suggerì inoltre di trovare un vescovo benevolo pronto a incardinarmi nella sua diocesi. Contattai Monsignor Luigi Liverzani, a Frascati, la diocesi più vicina. Era una persona informata, aperta, vicina al mondo del lavoro, mi avrebbe preso nella sua diocesi senza alcuna condizione. Presentai quel nome a Poletti e il vicario mi rispose che Frascati era troppo vicina a Roma. «C’è un chilometraggio minimo, vostra Eminenza?».
La riduzione allo stato laicale arrivò il 4 agosto 1976. Ricevette la comunicazione mentre si trovava a Nusco, in Irpinia. Racconterà che, seduto a tavola con alcuni ragazzi, non riuscì più a deglutire.
Non si fermò. Fondò una Comunità Cristiana di Base, continuò a vivere nel quartiere San Paolo, tra la periferia e la borghesia romana, tra le contraddizioni di una città che cambiava volto. Riunì laici, donne, uomini, giovani, credenti. Si batté per la pace, per i lavoratori, per una Chiesa capace di interrogarsi. Già da Abate aveva scritto la lettera pastorale La terra è di Dio, una denuncia delle speculazioni edilizie legate al Vaticano nella capitale.
Forse era questo il suo modo di essere davvero «fuori le mura»: non soltanto oltre i confini della Basilica, ma oltre ogni recinto culturale e ideologico. Scelse l’autonomia della coscienza e pagò il prezzo delle proprie convinzioni.
Si definiva un uomo marginale. Eppure molte delle questioni che sollevava sono diventate, con il passare degli anni, patrimonio del dibattito ecclesiale e civile. Ciò che allora appariva scandaloso oggi viene spesso discusso con maggiore serenità. Succede così alle idee che anticipano il proprio tempo: vengono prima respinte, poi comprese.
Teologo rigoroso, non amava gli slogan. Argomentava sempre le sue posizioni. Immaginava una Chiesa plurale, nella quale il confronto prevalesse sulla scomunica e nessuno fosse escluso dalla possibilità di prendere la parola.
Dal 1991 era sposato con una giornalista giapponese, atea. Eppure continuò a considerare Paolo VI, il Pontefice che aveva autorizzato la sua riduzione allo stato laicale, il Papa più progressista e meno incline al potere temporale del Novecento. Ricordava che era stato il primo a rinunciare al triregno, simbolo della sovranità pontificia.
Nel 2012 il suo nome fu persino escluso dall’elenco ufficiale dei padri conciliari durante le celebrazioni per il cinquantesimo anniversario del Concilio Vaticano II. Un’altra ferita, forse l’ultima. Non arrivò mai una piena riabilitazione, come accadde invece ad altre figure ecclesiali.
La storia, però, ha un’abitudine che gli uomini dimenticano: non pronuncia sentenze definitive. Rilegge. E spesso restituisce voce proprio a coloro che, nel loro tempo, erano stati confinati ai margini. Dom Giovanni Franzoni appartiene a questa categoria di uomini. Non chiedeva di avere ragione. Chiedeva soltanto che fosse ancora possibile discutere, dubitare e cercare.
