STORIE & METALLO | 80 anni di Repubblica italiana nei suoi simboli. L’emblema nazionale sotto la lente
ROMA (storie & metallo) – La stella a cinque punte e la ruota dentata, racchiuse nei due ramoscelli di quercia ed ulivo. Riferimenti antichi per una Nazione ancora giovane
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di Marco Caroni
Se il 2 giugno 1946 gli italiani sceglievano la Repubblica a discapito della Monarchia che aveva rappresentato la giovane Nazione sin dal 1861, pochi sanno che i simboli e gli emblemi che via via sono entrati a far parte del “corredo repubblicano” lo hanno fatto non necessariamente dai primi momenti di vita post-monarchica ma anzi si sono aggiunti, come mattoni di una nuova costruzione, strada facendo nel corso dei primi anni del nuovo assetto costituzionale.

Tre sono innegabilmente ed universalemente riconosciuti come i simboli della Repubblica Italiana. Il primo è la bandiera tricolore, di derivazione fine settecentesta ma adottata anche dal Regno d’Italia e nella nuova versione repubblicana (quella attuale) senza lo stemma sabaudo al centro, nel campo bianco.
Il secondo simbolo è senza dubbio il Canto degli italiani, l’Inno d’Italia, scritto da Goffredo Mameli e musicato da Michele Novaro nel 1847, in tempi decisamente “non sospetti”. Dal 1946 è l’inno nazionale, universalmente riconosciuto. Siam pronti alla morte l’Italia chiamò!
Il terzo simbolo è l’emblema della Repubblica Italiana, il cosiddetto “stellone“, proprio perché dominato dalla stella a 5 punte bianca, bordata di rosso. La stella è “accollata” (inserita) negli assi di una grande ruota dentata. A coronare l’emblema due ramoscelli, uno di quercia a destra ed uno d’ulivo a sinistra, tenuti insieme in basso da un nastro rosso dove campeggia la scritta “REPVBBLICA ITALIANA”.

Vediamo l’emblema più da vicino.
LA STELLA – Proprio la stella a 5 punte, presente anche in molte monete già nel Regno d’Italia ed anche prima, è ritenuto uno dei simboli patri della penisola italiana più antichi. Fatta risalire alla Grecia antica, associata alla stella di Venere (la “stella” è visibile a occidente dopo il tramonto, ed il riferimento è alla fondazione di Roma ad opera di Romolo e Remo, discendenti di Enea, partito dalla Grecia appunto verso occidente), era già usata nell’emblema del Regno ed è sempre comparsa nella monetazione sabauda.
I due casi qui sotto rappresentati sono emblematici.

Moneta in rame da 10 centesimi del 1867 coniata nella Zecca di Birmingham (H) sotto Vittorio Emanuele II

Moneta in rame da 2 centesimi del 1897 coniata nella Zecca di Roma sotto Umberto I
La stella in versione Savoia, emblema anche di protezione, è spesso “radiante” a simboleggiare il destino radioso cui è destinata la Nazione.
Proprio la stella a cinque punte è l’elemento di richiamo repubblicano cui si ispirano entrambe le facce della moneta da 6 euro coniata dalla Zecca italiana quest’anno (ancora disponibile sul sito IPZS ad un prezzo di 130 euro), tirata in 5mila esemplari e con un peso di 31 grammi. La stella compare sia al dritto che al rovescio e particolarmente bella è l’allegoria del dritto nella quale compare l’Italia con capo coronato da ramoscelli di quercia ed ulivo la cui mano sinistra sorregge la stella cui convergono – come un centro di attrazione – le linee di fuga sullo sfondo.

Il richiamo è il medesimo anche nel rovescio nel quale, invece, si celebra il voto alle donne che in Italia debuttò proprio in quel 2 giugno 1946.


I RAMOSCELLI – Come evidente in tutte le monete sopra richiamate è presente anche l’elemento dei doppi ramoscelli di ulivo e quercia che, come detto, incorniciano anche l’emblema italiano. Piuttosto semplici e diretti i riferimenti iconografici: la quercia è simbolo di forza e di resistenza, l’ulivo è simbolo di pace e riconciliazione. Due elementi che, come visto, già presenti nell’iconografia del Regno, assumono un nuovo e più profondo significato nella versione repubblicana.

Tra le monete più celebri dei primissimi anni di Repubblica ecco infatti le 10 lire “Pegaso-ulivo”: al rovescio il ramoscello, con alcuni frutti, al dritto il Pegaso alato. Realizzata da Romagnoli e Giampaoli, tirata complessivamente in oltre 115 milioni di esemplari tra il 1947 (rare) ed il 1950, queste monete sono tra i simboli assoluti del nuovo corso nazionale.
LA RUOTA DENTATA – Simbolo del lavoro, su cui è fondata la Repubblica Italiana, la ruota dentata è elemento di certa innovazione in quella che è – come visto – un’iconografia piuttosto classica. Per la verità si tratta di un simbolo piuttosto comune in particolare nella medaglistica dell’800: emblema di lavoro, di tecnologia e progresso, una delle icone della seconda rivoluzione industriale. La ruota dentata compare ad esempio spesso nelle medaglie legate alle esposizioni, in particolare a quelle di settore.

Rovescio della medaglia per l’Esposizione generale di Torino del 1884
Ma la moneta per eccellenza che presenta in bella mostra una ruota dentata è la moneta da 200 lire in bronzital (lo stesso materiale delle 20 lire, ne parliamo qui sotto) introdotta nel 1977 e prodotta sino all’ultimo anno di circolazione delle lire, il 2001. La ruota dentata campeggia nel rovescio della moneta, mentre nel dritto figura una donna – allegoria dell’Italia – che differentemente da altre monete ha la testa scoperta, non presenta infatti né ramoscelli né altro genere di corone.

La primissima versione delle 200 lire, prima ed unica moneta repubblicana con questo facciale
La ruota dentata campeggia nell’emblema della Repubblica italiana ed il suo messaggio viene affermato in quella che è una delle monete più conosciute repubblicane, opus Vallucci.
Un piccolo riferimento alla 20 lire (coniata tra il 1959 ed il 1999), anche questa in bronzital: opus Giampaoli, la moneta presenta al dritto la classica testa di donna raffigurante l’Italia che però tra i capelli ha delle spighe di grano.

Al rovescio ecco quello che abbiamo scoperto essere un grande classico della monetazione, sin dall’ottocento o anche prima: il ramoscello di quercia, in questo caso però declinato in una forma poco nota, quella del virgulto con tanto di qualche ghianda. La moneta da 20 lire, di gran popolarità, ha nel corso dei decenni perso appeal per il deprezzamento della lira.

IL CONCORSO DEL 1948 – Fatta che fu la Repubblica bisognava trovare un emblema. Nell’ottobre 1947 il secondo Governo De Gasperi istituisce una commissione specifica per creare un simbolo identificato della Repubblica, nata da pochi mesi: in poco tempo viene bandito un concorso al quale partecipano la bellezza di 341 candidati, per un totale di 637 bozzetti. A vincere è l’artista piemontese Paolo Paschetto, all’epoca ultrasessantenne, con alle spalle un variegato curriculum nel quale, tra gli altri, spiccano i bozzetti per i francobolli della celebre serie del Regno “Imperiale” con la testa dell’Italia turrita.

Il bozzetto vincente (qui sopra) non riscuote però il successo atteso e viene quindi istituita una seconda commissione che pone il tema del “lavoro” come fondante. Ancora una volta a vincere è la proposta di Paschetto che di fatto accoglie alcune osservazioni della commissione e comunque crea l’emblema che ancora oggi ci accompagna e del quale tanto abbiamo sopra discusso.

Paschetto risultò poi essere un massone e gli occhi più attenti senz’altro scorgono riferimenti e stile afferenti a quel genere di produzione. Lo stemma della Repubblica nel corso dei decenni successivi, in particolare con Craxi premier e con Cossiga Presidente della Repubblica, è stato oggetto di critiche e di tentativi di modifica, sinora mai andati in porto.
Prima di chiudere questa lunga analisi, è inevitabile introdurre tra i simboli repubblicani anche quello dell’Italia turrita o comunque della metafora dell’Italia, che comunque non compare nell’emblema. Un’immagine alla quale siamo ampiamente abituati, avendola incontrata sotto molte forme sia nelle monete che nelle medaglie che nei francobolli. Storicamente e simbolicamente il richiamo è a Roma.
Celebre in tal senso la fortunata e longeva serie di valori bollati denominata proprio “Italia turrita“, ufficialmente la “Siracusana”. La serie, particolarmente longeva, venne prodotta in 3 differenti momenti con successive modifiche ma sempre mantenendo i suoi caratteri distintivi realizzati dal disegnatore Vittorio Grassi che aveva reinterpretato l’immagine di donna di un’antica moneta di Siracusa.

Va però detto che non si tratta di un simbolo prettamente repubblicano democratico. Si tratta di una immagine che risale quantomeno al XIV secolo, “canonizzata” nel 1603 dall’erudito Cesare Ripa, in varie forme e con molte declinazioni.
Tra i tanti riferimenti in metallo, vogliamo ricordare la splendida medaglia del 1859 coniata per l’apertura del Parlamento del Regno di Sardegna, quando ormai la traiettoria dell’Unità è tracciata. Vittorio Emanuele II riceve la corona di alloro dall’Italia turrita e, come si evidenzia, sulla testa della donna campeggia la stella radiante.

Doveroso citare la medaglia del 1898 nella quale un’Italia turrita, sovrastata dalla stella radiante, circondata dall’allegoria delle altre città della penisola, si trova al colmo di uno scalone che l’allegoria della città di Trieste (turrita anch’essa) sta per impegnare. L’auspicio è quello dell’adesione della città alabardata al Regno sabaudo

Questa medaglia introduce nella narrazione anche un altro rilevante elemento: l’importanza che la corona turrita riveste nella iconografia nazionale dal momento che turriti sono tutti gli stemmi di gran parte delle città italiane. Con qualche eccezione come ad esempio gli stemmi di Roma e Firenze che hanno un differente tipo di coronamento.
Ma è turrita, oltre a quella della serie “Imperiale” firmata da Paschetto nel 1929, anche l’Italia che compare sui pochissimi francobolli stampati nella breve esperienza della Repubblica sociale italiana. In questo caso l’Italia, con la testa coronata dalle mura e dalle torri, sorregge (ovviamente) un fascio littorio. Breve sarà, come noto, l’esperienza della Repubblica di Salò e con lei di questi non rari ma comunque curiosi valori bollati.

Di fatto, l’emblema della Repubblica italiana che compare in tutte le istituzioni statali e che è ben noto ai nostri connazionali, di fatto raramente è comparso sulle monete, ma anche sui francobolli e sulle medaglie. Lo stesso dicasi dalle banconote, emesse dalla Banca d’Italia il cui “marchio” fu per lunghi anni una testa di Medusa in rosso.
Ecco dunque che tra le rare monete in cui l’emblema repubblicano compare è quella coniata nel 2006 in occasione dei 60 anni della Repubblica dalla Zecca dello Stato.

Si tratta di una moneta non certo rara, sconosciuta al grande pubblico ma dalla fortissima carica simbolica. Disegnata da Luciana De Simoni al dritto la moneta da 5 euro presenta proprio l’emblema della Repubblica mentre il rovescio è un trionfo di riferimenti. La moneta, non grande (32 millimetri per 18 grammi di argento 925/1000) è inserita nella serie divisionale del 2006.
L’Italia in trono, con testa turrita sulla quale campeggia la stella a 5 punte (non radiante), sorregge nella mano destra lo scettro simbolo di potere con globo crociato, a rimarcare la laicità dello Stato ma anche l’estrazione cristiana dei valori nazionali. Nella mano sinistra una grande cornucopia, anch’essa tra i simboli repubblicani. Il contorno è impreziosito dai 20 stemmi delle Regioni italiane.
foto dalla pagina Facebook dell’Aeronautica militare

