E’ uscito “Ho perso (Coltano 1945)”: “Il soldato Turati tra guerra, prigionia e scoperta della libertà”
Intervista con l’autore, Fabrizio Giusti
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“Ho perso (Coltano 1945)“, edito da ‘Scatole Parlanti’ (Gruppo editoriale Utterson), racconta la vicenda di Leandro Turati, ex combattente della Repubblica Sociale Italiana, che il 25 aprile 1995, nel cinquantesimo anniversario della Liberazione, ripercorre in una lunga lettera la propria esperienza di guerra, la prigionia nel campo di Coltano e il lento cammino che lo porterà a guardare con occhi diversi il senso della democrazia e della libertà.
Abbiamo incontrato l’autore, Fabrizio Giusti, per parlare della nascita del libro e del suo significato civile.
Come nasce l’idea di scrivere “Ho perso”?
È nata da una rilettura. La casa in collina di Cesare Pavese mi ha riportato davanti una domanda semplice e difficile: cosa resta di un uomo quando la guerra è finita? Non mi interessava scrivere un libro sulle ideologie. Mi interessava raccontare una coscienza. La storia di un giovane che sceglie una parte e poi trascorre il resto della vita a fare i conti con quella scelta.

Chi è Leandro Turati? È un personaggio di fantasia o si ispira a una persona reale?
Turati è un personaggio di invenzione, ma nasce dalla memoria di mio zio, fratello maggiore di mio padre di ben diciannove anni. Aveva aderito alla RSI, combattuto nella Decima Mas, era stato catturato dai partigiani e poi rinchiuso nel campo alleato di Coltano. Non gli furono contestati episodi di gravità e di “guerra sporca”. Dopo sette-otto mesi fu smobilitato come tanti e tornò a casa nella sua Pisa.
Ad aspettarlo trovò sua moglie e anche un bambino di cinque anni, mio padre, suo fratello, che praticamente non lo conosceva. Lo guardò e disse soltanto: «Ah, ma allora sei vivo». Quelle parole lo scossero, quasi lo ridestarono. Dentro c’era tutto: la guerra, la paura, gli amici perduti, Pisa ferita dai bombardamenti e il peso di essere tornato, ma anche una nuova possibilità. Da quella memoria privata è nato il bisogno di raccontare una generazione.
Perché ha scelto la forma della lettera?
Perché una lettera non concede alibi. Chi scrive è solo con se stesso. Non c’è il rumore della storia, restano soltanto la memoria e la coscienza. Mi sembrava il modo più sincero per dare voce a un uomo che, dopo tanti anni, sente il bisogno di dire finalmente ciò che non aveva mai raccontato.

Quale ruolo ha il campo di Coltano nella storia?
Coltano è il luogo dove la guerra non finisce davvero, però sono finiti i combattimenti e comincia il tempo delle domande.
Il campo, allestito dagli Alleati vicino a Pisa, accolse circa trentaduemila militari e sostenitori della RSI. Vi passarono persone che il dopoguerra avrebbe reso celebri, come Raimondo Vianello, Walter Chiari ed Enrico Ameri. Nella vicina Arena Metato, invece, fu imprigionato il poeta Ezra Pound, dentro una gabbia, il che non evitò comunque la composizione dei ‘Canti Pisani’ amati anche da Pier Paolo Pasolini. Nella confusione dell’immediato dopoguerra, gli americani internarono provvisoriamente a Coltano non solo repubblichini, ma anche civili, renitenti alla leva e quasi mille partigiani le cui posizioni, identità o armamenti dovevano ancora essere vagliati e verificati ufficialmente dalle autorità alleate.
Per il protagonista non è soltanto una prigione. È il luogo dove comprende che la libertà non è una parola da pronunciare, ma un valore irrinunciabile. Mio zio, ad esempio, iniziò da quel momento un’altra vita. Non rinnegò mai le sue scelte, ma imparò nuove cose, prima sconosciute. E comprese anche la sofferenza di chi, durante il regime, era stato imprigionato o confinato.

Quanto è importante oggi raccontare queste vicende?
La memoria non serve a distribuire solo assoluzioni o condanne. Serve a conoscere. E conoscere significa essere meno fragili davanti al presente. La storia non cambia ciò che è accaduto, ma può impedire che si ripercorra il terreno su cui ricrescono gli stessi errori.
Quale messaggio desidera lasciare ai lettori?
Vorrei che nessuno considerasse scontate la pace, la libertà, la Costituzione e la democrazia. Sono conquiste nate da sacrifici enormi. Esistono soltanto se qualcuno continua a difenderle con responsabilità e partecipazione. È questo il lascito più grande di quella generazione.
Del ‘vero’ Leandro Turati, ovvero di suo zio, ricorda un aneddoto simbolico delle sue memorie di guerra?
Ricordava soprattutto il momento della resa, quando il suo superiore gli disse: «Gli americani sono a Novara e Milano, Mussolini è fuggito, la guerra è finita, deponiamo le armi». Per un ragazzo disposto a morire in nome di un ideale fu uno choc. Sapere che l’uomo da cui era nato tutto aveva tentato la fuga mentre lui era disposto a morire con la divisa indosso in una caserma lo colpì moltissimo. Non si sentì tradito. Si sentì improvvisamente solo, deluso. Scoprì che anche i miti possono cadere. Mi raccontava che soltanto molti anni dopo, con la nascita dei suoi figli, riuscì davvero a mettere pace dentro quel ricordo.
Suo zio quando ricordava quegli anni aveva sentimenti di rancore o odio?
Mai. Diceva che ciascuno era figlio del proprio tempo. Parlava dei partigiani con rispetto, ad esempio, riconoscendone il coraggio. Ripeteva spesso che loro avevano imparato a combattere combattendo, mentre lui proveniva da un esercito addestrato nelle caserme. Non usò mai parole di disprezzo.
Una volta gli chiesi quale fosse, dopo tutto quello che aveva vissuto, la differenza tra dittatura e democrazia. Rispose con una frase: «La guerra mi ha portato via la giovinezza. La democrazia mi ha dato quattro figli”. Dentro quelle poche parole c’era il bilancio di una vita.
Se dovesse riassumere il significato del titolo “Ho perso”, cosa direbbe?
È la confessione di una sconfitta, ma non soltanto militare. È il riconoscimento di una rinascita. Il protagonista comprende di avere combattuto dalla parte sbagliata, ma decide di non restare prigioniero del passato. Come tanti italiani della sua generazione, partecipa alla ricostruzione del Paese senza cancellare la propria storia.
Quegli uomini e quelle donne uscirono dalla guerra con ferite profonde, eppure riuscirono a rimettere in piedi un’Italia distrutta, costruendo una democrazia fondata sulla Costituzione e sulla libertà. È un’eredità che troppo spesso diamo per acquisita. In realtà continua a chiederci responsabilità ogni giorno.
