Lupo Alberto, l’oroscopo e l’effetto Forer: perché abbiamo così bisogno di etichette?
ROMA (attualità) – La riflessione della psicologa Valentina Galli sul bisogno umano di sentirsi compresi e sui rischi delle etichette nella società contemporanea
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Avrò avuto all’incirca dieci anni; deve essersi trattato della gita di fine quinta elementare. Il primo viaggio da sola, fuori casa per due notti: il primo, vero taglio del cordone ombelicale. Con me portavo una macchinetta fotografica usa e getta — un oggetto che pensavo relegato alla cassapanca delle memorie e che invece si trova ancora facilmente in commercio, capace di stimolare l’attenzione nell’usare l’analogico: sai che ogni scatto sarà unico, dovrai ragionarci, guardare bene la realtà e decidere da quale angolazione leggerla.

Durante quel viaggio sperimentai le prime piccole autonomie: chiamare a casa da una cabina telefonica, tuffarmi in una piscina di palline e, infine, acquistare un souvenir. Comprai tre quadretti con Lupo Alberto, i segni zodiacali e la spiegazione delle caratteristiche di ciascuno. Ricordo perfettamente la sensazione di allora di fronte a quelle descrizioni: “Cacchio, questa è proprio mia madre!”. Ero convinta che quelle brevi righe fossero più efficaci di qualunque parola per definire le nostre personalità. Sintetiche, giuste, centrate.
Negli anni l’astrologia non mi ha mai incuriosita, ma data la longevità degli oroscopi sui giornali e sul web, è evidente che l’essere umano non ha mai smesso di cercare risposte in quelle righe. La psicologia, in realtà, ha dato un nome ben preciso a questo fenomeno.

L’effetto Forer: l’illusione di essere compresi
Nel 1948, il professor Bertram Forer decise di testare la validità delle procedure diagnostiche dell’epoca. Era convinto che offrire a una persona una descrizione generica di “com’è” implicasse il fatto che la persona vi si riconoscesse sempre, cadendo in un bias (una scorciatoia mentale).
Sottopose a un gruppo di studenti un test della personalità. Una settimana dopo, restituì a ciascuno un profilo scritto, chiedendo di valutare con un punteggio da 0 a 5 quanto si ritenessero descritti da quelle parole. Il risultato fu una media schiacciante di 4,26. Peccato che Forer avesse consegnato a tutti gli studenti lo stesso identico testo.
Forer dimostrò così che l’individuo tende a dare validità a una descrizione non perché sia scientificamente corretta, ma perché si sente compreso da frasi talmente generiche da poter essere adattate a quasi ogni vissuto. Quando ci viene consegnato un “pacchetto completo” sulla nostra personalità, le nostre barriere difensive cadono: ci lasciamo avvolgere dal quadro d’insieme e finiamo per accettarlo come una verità assoluta su noi stessi.

Il rischio civile delle etichette: tra gioco e realtà
Se con l’oroscopo il meccanismo è innocuo e persino terapeutico per l’umore, la questione diventa maledettamente seria quando usciamo dall’astrologia ed entriamo nella vita reale, sociale e clinica. Io, con le etichette, non vado per nulla d’accordo.
C’è una tendenza sempre più forte, oggi, a voler categorizzare precocemente ogni comportamento, ogni sfumatura caratteriale, specialmente nei più giovani. Certo, definire e diagnosticare è fondamentale per comprendere e supportare, ma il rischio di legare una persona con un nodo troppo stretto a un’idea rigida e a un’etichetta prestampata è altissimo. Quando la definizione arriva troppo presto o viene usata in modo superficiale, c’è il rischio concreto che l’individuo finisca per adagiarsi su quell’idea di sé, limitando le proprie potenzialità. Le etichette, se non maneggiate con cura, rischiano di trasformarsi da strumenti di comprensione a gabbie d’identità da cui è difficile liberarsi.
Quindi giochiamo pure con l’oroscopo, divertiamoci a immaginare che il futuro sia scritto tra le stelle e coccoliamoci con la convinzione che le cose andranno in un determinato modo. Abbiamo tutti bisogno, a volte, di allentare la presa e “deresponsabilizzarci”. Ma impariamo a farlo in modo responsabile, ricordandoci che noi siamo sfumature, complessità e storie in divenire. Molto più di un profilo prestampato su un quadretto di Lupo Alberto.

Valentina Galli – Dottoressa in Scienze e Tecniche Psicologiche Autrice di “Vista da qui”. Per approfondire questi temi e partecipare alla discussione, potete seguire il blog e iscrivervi alla newsletter:
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