9 Maggio 1978: l’uccisione di Peppino Impastato. La legalità e la bellezza da difendere
ACCADDE OGGI – 9 maggio 1978: l’assassinio di Peppino Impastato
di Fabrizio Giusti
Ci sono uomini che diventano simboli senza volerlo. Uomini che scelgono semplicemente di non voltarsi dall’altra parte. Peppino Impastato era uno di questi.
Fu ucciso il 9 maggio 1978, lo stesso giorno in cui a Roma veniva ritrovato il corpo di Aldo Moro. E quella coincidenza finì per cancellare in quel momento quasi tutto il resto. L’Italia guardava a Roma, al dramma dello Stato ferito dalle Brigate Rosse. Intanto, in Sicilia, un giovane che aveva osato sfidare la mafia veniva fatto saltare in aria sui binari di una ferrovia.
Per anni il suo nome restò ai margini. Ci furono depistaggi, silenzi, insinuazioni. Si parlò perfino di terrorismo, di suicidio, di un gesto folle. Ma la verità, quando è sorretta dalla dignità di chi non smette di cercarla, prima o poi riaffiora.
Impastato era nato a Cinisi il 5 gennaio 1948, dentro una famiglia dove i rapporti con la mafia erano cosa nota. Il cognato del padre, il boss Cesare Manzella, morì nel 1963 in un attentato mafioso: un’automobile imbottita di tritolo
Peppino scelse un’altra strada. Ruppe con la sua famiglia, con quell’ambiente, con quel sistema di potere che pretendeva obbedienza e silenzio. Cominciò a fare politica e cultura, che in certi territori erano già forme di ribellione. Si batté per i contadini espropriati a causa dell’ampliamento dell’aeroporto di Palermo, sostenne gli operai, i disoccupati, i dimenticati.
Negli anni Settanta fondò il gruppo “Musica e Cultura”: cineforum, teatro, dibattiti, incontri. Tentava di fare una cosa impegnativa e coraggiosa: insegnare ai ragazzi a pensare con la propria testa.
Poi arrivò la radio. Nel 1977 nacque Radio Aut. E la voce di Peppino diventò impossibile da ignorare. Attraverso trasmissioni satiriche come “Onda Pazza a Mafiopoli”, denunciava gli affari della mafia e della politica locale, facendo nomi e cognomi. Soprattutto quello del boss Gaetano Badalamenti.
La sua forza era l’ironia. Perché il potere teme chi lo combatte, ma teme ancora di più chi riesce a metterlo in ridicolo.
Le minacce arrivarono presto. E nella notte tra l’8 e il 9 maggio del 1978 arrivò anche la condanna. Impastato, candidato alle elezioni comunali con Democrazia Proletaria, venne assassinato. Il suo corpo fu adagiato sui binari e fatto esplodere con il tritolo per simulare un attentato terroristico andato male. La versione ufficiale, all’inizio, fu quella. Una messinscena utile a confondere, a cancellare le responsabilità mafiose. E mentre il Paese era sconvolto dalla morte di Moro, la vicenda di Peppino scivolò quasi nel silenzio.
A impedire che quel silenzio diventasse definitivo furono la madre, Felicia Bartolotta, il fratello Giovanni, gli amici, i compagni di lotta. Persone normali che decisero di non arrendersi.
Negli anni successivi, grazie alle loro denunce e al lavoro di magistrati coraggiosi come Rocco Chinnici e Antonino Caponnetto, venne riconosciuta la matrice mafiosa del delitto. E nel 2002 Badalamenti fu condannato all’ergastolo come mandante dell’omicidio.
Molti italiani hanno conosciuto questa storia grazie al film I cento passi di Marco Tullio Giordana, che restituì memoria e dignità a un uomo dimenticato troppo a lungo.
Peppino Impastato aveva capito una cosa fondamentale: che la mafia non era soltanto violenza. Era complicità, abitudine, paura, convenienza. È il silenzio di chi sa e tace.
Lui invece parlò. Con la sua voce, con la radio, con il coraggio quotidiano di chi sceglie la verità anche quando sa che potrebbe costargli la vita.
Ricordarlo oggi non significa soltanto commemorare una vittima della mafia. Significa domandarsi ogni giorno da che parte stare. Perché l’indifferenza, spesso, è il primo alleato del potere che soffoca, specula e corrode la civiltà.
