4 maggio 1949: la tragedia di Superga. Il giorno in cui il ‘Grande Torino’ divenne eterno
ACCADDE OGGI – Trentuno vite e un mito che il tempo non ha cancellato
ilmamilio.it
di Fabrizio Giusti
Il 4 maggio 1949. Un G-212 Fiat, trimotore con sigla ELCE, lascia alle spalle Barcellona e punta verso casa. Dentro c’è una squadra di calcio, ma sarebbe più giusto dire un pezzo d’Italia. Piove, il vento spinge. Dal campo di volo arriva una frase che suona già come presagio: visibilità scarsa, nubi basse.
Alle 17,05, un boato.
Non è un atterraggio: è uno schianto. L’aereo si infrange contro la Basilica di Superga. Trentuno morti. Non numeri, ma nomi, volti, storie. Dentro quel relitto c’è il Torino Football Club, la squadra che aveva restituito orgoglio a un Paese ancora sporco di macerie.
Il Grande Torino non era soltanto una squadra. Era una certezza. Era la domenica degli italiani, era la voce della radio, era il futuro che sembrava possibile. Cinque scudetti di fila, una superiorità quasi insolente, e quella liturgia del “quarto d’ora”: tre squilli di tromba, Valentino Mazzola che si rimbocca le maniche e la partita finisce lì. Il Grande Torino è quello di una incredibile imbattibilità interna durata 6 anni e 9 mesi (dal 31 gennaio del 1943 al 23 ottobre del 1949). 100 partite, di cui 3 giocate dai ragazzi della Primavera subito dopo la tragedia e 4 dalla nuova squadra nel campionato successivo: 89 vittorie, 11 pareggi, 363 gol realizzati, 80 incassati.
Erano invincibili in casa, quasi per legge naturale: anni senza perdere, gol come pioggia, avversari ridotti a comparse. Ma il destino, quando decide di intervenire, non guarda classifiche.
Tornavano da Lisbona, da una partita col Benfica. Qualcuno restò a terra: un infortunio, una febbre, un documento non rinnovato, una coincidenza. Piccoli dettagli che diventano confine tra la vita e la morte. Anche Vittorio Pozzo e Nicolò Carosio non salirono su quell’aereo.
L’ultima formazione scesa in campo resta lì, come una fotografia che non sbiadisce: Bacigalupo, Ballarin, Maroso, Grezar, Mazzola. Uomini prima ancora che campioni.
Dopo, il silenzio. Poi la folla. Un milione di persone per strada, perché quando muore una squadra così non è solo sport: è lutto nazionale. Il campionato viene assegnato, gli avversari schierano i ragazzi. Un gesto di rispetto, ma anche di impotenza.
In quegli anni l’Italia cercava di rialzarsi. Lo faceva con le biciclette di Gino Bartali e Fausto Coppi, con i motori della Ferrari, e con quel Torino che era già leggenda mentre giocava.
Poi arrivò la tragedia, e trasformò la leggenda in mito.
Indro Montanelli scrisse: ”Gli eroi sono sempre immortali agli occhi di chi in essi crede. E così i ragazzi crederanno che il Torino non è morto: è soltanto “in trasferta”.
Da allora, ogni 4 maggio, non si ricorda solo una squadra. Si ricorda un’Italia che aveva trovato, per un momento, il modo di credere in se stessa. E che quel giorno, su una collina di Torino, perse molto più di una partita.
Questi i nomi delle vittime della Tragedia di Superga:
Valerio Bacigalupo (25, portiere), Aldo Ballarin (27, difensore), Dino Ballarin (23, portiere), Émile (detto Milo) Bongiorni (28, attaccante), Eusebio Castigliano (28, mediano), Rubens Fadini (21, centrocampista), Guglielmo Gabetto (33, attaccante), Roger (detto Ruggero) Revelli Grava (27, centravanti), Giuseppe Grezar (30, mediano), cimitero di Sant’Anna, Ezio Loik (29, mezzala destra), Virgilio Romualdo Maroso (23, terzino sinistro), Danilo Martelli (25, mediano e mezzala), Valentino Mazzola (30, attaccante e centrocampista), Romeo Menti (29, attaccante), Piero (detto Pierino) Operto (22, difensore), Franco Ossola (27, attaccante), Mario Rigamonti (26, difensore), Július (detto Giulio) Schubert (26, mezzala), Egidio (detto Arnaldo) Agnisetta (55, Direttore Generale), Ippolito Civalleri (66, Dirigente Accompagnatore), Andrea Bonaiuti (36, organizzatore delle trasferte), Egri Erbstein (50, Direttore Tecnico), Leslie Lievesley (37, allenatore), Ottavio Cortina (52, massaggiatore), Renato Casalbore (58, Tuttosport), Renato Tosatti (40, Gazzetta del Popolo), Luigi Cavallero (42, La Nuova Stampa), Pierluigi Meroni (33, primo pilota), Cesare Bianciardi (34, secondo pilota), Celeste D’Inca’ (44, motorista), Antonio Pangrazzi (42, radiotelegrafista).
Sono entrati eternamente nel cuore degli sportivi italiani di ogni generazione.
