Franco Basaglia e la rivoluzione della dignità. Quella porta aperta e la sua eredità
ACCADDE OGGI – 11 Marzo 1924: nasce lo psichiatra che ha cambiato l’Italia
ilmamilio.it
di Fabrizio Giusti
Ci sono date che passano nel calendario come tutte le altre. E poi ce ne sono alcune che, senza clamore, segnano una svolta. L’11 marzo 1924 nasceva a Venezia Franco Basaglia, lo psichiatra che avrebbe cambiato il modo in cui l’Italia guarda alla follia.
Per secoli la malattia mentale è stata trattata con paura. Il diverso veniva chiuso, nascosto, isolato. I manicomi erano città dentro le città: luoghi dove si entrava e da cui, spesso, non si usciva più. Più che curare, servivano a togliere di mezzo ciò che disturbava la normalità.
Basaglia ebbe il coraggio di guardare quel mondo e dire che non era cura. Era esclusione.
Psichiatra e filosofo, fu uno degli intellettuali più influenti del Novecento italiano. Ma soprattutto fu uno sperimentatore. Non si accontentò delle teorie: entrò nei luoghi della sofferenza e provò a cambiarli. Quando nel 1961 arrivò come direttore nel manicomio di Gorizia trovò porte chiuse, corpi legati ai letti, vite sospese. Uomini e donne che avevano perso il nome e diventati solo una diagnosi.
L’Italia, intanto, correva verso il benessere del boom economico. Fabbriche, città che crescevano, campagne che si svuotavano. Ma dietro quella corsa al progresso si nascondevano nuove solitudini: contadini diventati operai, periferie anonime, catene di montaggio che ingoiavano il tempo e le persone. In quella trasformazione qualcuno restava indietro. E spesso veniva chiamato “matto”.
Basaglia capì che la follia non era soltanto una questione clinica. Era anche una questione sociale. Iniziò a demolire il meccanismo del manicomio dall’interno. Aprì i reparti, tolse le contenzioni, restituì parola ai pazienti. Sosteneva che il medico non dovesse limitarsi a osservare i sintomi, ma avvicinare la persona, mettersi dalla sua parte, ascoltarla. Perché chi soffre non ha bisogno soltanto di farmaci: ha bisogno di relazioni, di dignità, di una vita.
Denunciò anche un’altra verità scomoda: la malattia non è uguale per tutti. “Uno schizofrenico abbiente – disse – avrà una prognosi diversa da quella dello schizofrenico povero”. Perché il primo può restare nel suo mondo, mentre il secondo rischia di essere separato per sempre dalla realtà.
Da quelle idee nacque una rivoluzione. La critica radicale al manicomio portò alla riforma della psichiatria italiana e alla Legge 180, che avviò la chiusura degli ospedali psichiatrici e aprì la strada a una nuova concezione della salute mentale, fatta di servizi sul territorio e di diritti per i pazienti.
Basaglia aveva una convinzione semplice e radicale: non si può trasformare il mondo senza trasformare se stessi. Bisogna esporsi, mettere in discussione ciò che sembra naturale. “La società – diceva – per dirsi civile dovrebbe accettare tanto la ragione quanto la follia”. Invece tende a trasformare la follia in qualcosa da neutralizzare, da rendere innocuo, da rinchiudere. Lui provò a sciogliere quel nodo.
Aprì le porte dei luoghi dove venivano rinchiusi i fratelli scomodi e, simbolicamente, spalancò i cancelli della civiltà. La sua lezione resta ancora oggi: non diffidare di chi è diverso, non temere chi non rientra nei nostri schemi.
Perché la misura di una società non si vede da come tratta i forti, ma da come guarda chi è fragile.
