”Radio Alice”, l’idea libera che dava voce a chi non l’aveva mai avuta

ACCADDE OGGI – Il 12 marzo del 1977 le forze dell’ordine entrano nella sede dell’emittente e ne chiudono l’esperienza. Una radio che ha fatto storia, aprendo la strada alla ”comunicazione orizzontale”

di Fabrizio Giusti

Il 12 marzo 1977 la polizia entrò in una soffitta di via del Pratello, a Bologna, e spense una radio. Non era una radio qualsiasi. Si chiamava Radio Alice e, in poco più di un anno di vita, aveva cambiato il modo di parlare e di ascoltare.

Era nata il 9 febbraio 1976, nel pieno della stagione delle radio libere. Trasmetteva sui 100.6 MHz con un trasmettitore militare recuperato da un carro armato americano della seconda guerra mondiale. Una radio povera di mezzi, ma ricchissima di idee. Non aveva una vera redazione, non aveva un palinsesto fisso. Aveva però una cosa che allora sembrava quasi rivoluzionaria: il microfono aperto.

In quella soffitta entrava di tutto. Telefonate in diretta, poesie, letture di libri, comunicati sindacali, discussioni politiche, lezioni di yoga, dichiarazioni d’amore, ricette di cucina. E poi la musica: dagli Area di Demetrio Stratos a Beethoven. Era una radio che non filtrava la vita, la lasciava semplicemente passare.

L’idea nacque anche dentro l’Università di Bologna. Al DAMS insegnava Gianni Celati, che teneva un seminario su Alice nel Paese delle Meraviglie di Lewis Carroll. Quel seminario divenne presto un laboratorio culturale, poi un collettivo, infine una radio. Il nome, infatti, venne proprio da lì, ma anche dalla figlia di una delle fondatrici, Dadi Mariotti.

Radio Alice diventò rapidamente uno dei simboli del ‘Movimento del ’77’. Non era soltanto la voce degli autonomi o degli “indiani metropolitani”. Era, soprattutto, un esperimento di comunicazione liberata. Chiunque poteva intervenire. Chiunque poteva raccontare quello che stava vedendo o vivendo.

La sera del 12 marzo 1977 Bologna era attraversata da forti tensioni. Il giorno prima, durante gli scontri tra studenti e forze dell’ordine, era stato ucciso Francesco Lorusso, militante di Lotta Continua. La città, guidata dal sindaco comunista Renato Zangheri, era scossa da manifestazioni e scontri. Il ministro dell’Interno Francesco Cossiga inviò perfino i carri armati.

In quel clima, la polizia fece irruzione nella sede di Radio Alice. Gli speaker stavano trasmettendo in diretta e raccontavano ciò che stava accadendo nelle strade. Quando gli agenti entrarono, la radio continuò a parlare ancora per pochi istanti. Si sentivano le voci concitate, qualcuno spiegava che la polizia era dentro, che tutti avevano le mani alzate. Poi il silenzio.

Gli arrestati furono portati in questura e trasferiti nel carcere di San Giovanni in Monte con l’accusa di aver diretto via radio gli scontri in città. Accusa che non reggerà. Tutti verranno prosciolti. Radio Alice non aveva guidato la violenza: aveva semplicemente raccontato in tempo reale ciò che stava succedendo, grazie alle telefonate di chi guardava dalle finestre e dai balconi.

In un certo senso era già una forma primitiva di ciò che oggi chiamiamo informazione partecipata, diretta social: persone comuni che raccontano gli eventi mentre accadono.

La radio riaprì qualche settimana dopo e continuò a trasmettere ancora per un paio d’anni, ma senza lo spirito e i protagonisti dell’inizio. Alla fine la frequenza passò a Radio Radicale.

L’esperienza di Radio Alice durò poco, ma lasciò un segno profondo. Per la prima volta la radio non era solo uno strumento per trasmettere contenuti, ma un luogo dove la comunicazione diventava collettiva.

Oggi i social network hanno moltiplicato quella possibilità. Ma il meccanismo è diverso: milioni di voci che parlano spesso da sole, in un flusso che dura il tempo di un post.

A Bologna, in quella soffitta di via del Pratello, per un breve periodo sembrò invece possibile qualcosa di più semplice e forse più difficile: parlare insieme.

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