3 Marzo 1944, Balvano: una strage dimenticata
ACCADDE OGGI – I morti furono tra i 500 e i 600. Mai scoperte le responsabilità
ilmamilio.it
di Fabrizio Giusti
Centinaia di cadaveri, allineati lungo i marciapiedi di una stazione. L’immagine simbolo della tragedia di Balvano è questa: un’enormità di corpi, di tutte le età, ammassati come si poteva, uno accanto all’altro. Senza un nome, spesso. Senza un saluto.
Era il 3 marzo 1944. Era appena accaduto il più grave incidente ferroviario d’Europa. Ed era destinato a diventare il più dimenticato.
Pochi libri ne raccontano il dramma, poche trasmissioni televisive ne hanno svelato i contorni. La tragedia di Balvano ebbe la sfortuna di capitare nel momento sbagliato della Storia.
Nel marzo del 1944 l’Italia combatteva ancora. A sud erano arrivati gli Alleati, ma Roma era occupata dai tedeschi. Nel nord incombevano la guerra civile e la Resistenza. La morte, in quei mesi, aveva troppi indirizzi.
La fame mordeva. Era la vera padrona delle case. Dalle campagne partivano ogni giorno donne, uomini, bambini. Destinazione: Napoli. Portavano farina, uova, zucchero. Tornavano con qualche lira, con un vestito, con un oggetto prezioso. Era un baratto di sopravvivenza. Non c’era mercato, c’era bisogno.
Si viaggiava sui treni merci. Anche sul numero 8017, partito da Napoli la sera del 2 marzo 1944 e diretto a Potenza.
I vagoni, in parte scoperti, si riempirono oltre ogni limite. A Battipaglia intervenne perfino la “Military Patrol”, manganelli in mano, per contenere la calca. A mezzanotte il convoglio entrò nella stazione di Balvano. A Salerno la linea elettrica era stata sospesa. La locomotiva andava a vapore, alimentata a carbone.
Poi la “Galleria delle Armi”. Un tunnel lungo oltre due chilometri. Il treno, appesantito all’inverosimile, perse forza. Si fermò. Rimase lì cinque ore.
Il fumo del carbone continuò a uscire. I gas invasero i vagoni. L’aria divenne irrespirabile. Oltre cinquecento persone rimasero intrappolate. Morirono nel sonno, molti senza accorgersi di nulla. Monossido di carbonio, acido carbonico: parole fredde per spiegare una morte silenziosa.
L’inchiesta fu rapida. E silenziosa anch’essa. Il Consiglio dei ministri, il 7 marzo 1944, stabilì che quelle persone non avrebbero dovuto trovarsi su quel treno. Altre indagini accertarono che il personale ferroviario aveva chiesto il pagamento del biglietto.
Alla fine fu indicato un solo responsabile: il carbone fornito dagli Alleati, di scarsa qualità, ricco di zolfo e ceneri. Un carbone che ostruiva le tubature e impediva il corretto tiraggio dei fumi.
Una colpa tecnica. Senza volto.
A Balvano furono identificate 432 vittime. Le altre rimasero senza nome.
Il bilancio ufficiale parlò di 501 passeggeri morti, più 8 militari e 7 ferrovieri. Ma alcune stime arrivano a 600, forse 650.
Furono sepolti senza funerali, in quattro fosse comuni. Per anni, senza un segno che indicasse chi riposasse sotto quella terra. Molti sopravvissuti non si ripresero più. La mente, a volte, è più fragile del corpo. E nessuno, salvo qualche giornalista ostinato o qualche uomo di buona volontà, si occupò di loro.
Solo ad alcune famiglie, dopo lunghe battaglie giudiziarie, fu riconosciuta un’indennità di guerra. I responsabili di una delle più gravi tragedie ferroviarie d’Europa non sono mai stati accertati. E così, oltre alla vita, a Balvano si perse anche la verità.
