La lettera: “Giovani e politica locale: il problema non è l’età, ma il modello”
CASTELLI ROMANI (attualità) – La riflessione dopo le parole del candidato Marco Toti ad Albano Laziale
ilmamilio.it
“Gentile redazione,
ho apprezzato molto la pubblicazione dell’articolo del candidato Marco Toti su Albano Laziale, e condivido pienamente la riflessione sull’idea di costruire un progetto che dia ascolto e risalto ai giovani del nostro territorio. È un passaggio importante, perché rimette al centro una domanda che ci poniamo spesso, ma alla quale ancora fatichiamo a dare risposte, ovvero: esiste ancora il rapporto tra i giovani e la vita pubblica dei nostri Comuni?
Nei Castelli Romani — e questo riguarda ovviamente anche Grottaferrata — la sensazione diffusa è che molte ragazze e ragazzi, come tanti cittadini meno giovani, osservino la politica da fuori; non con indifferenza, ma con distanza; non per disinteresse, ma per la mancanza di riconoscersi e trovare spazio nell’attuale sistema. Eppure, se guardiamo bene, le energie non mancano affatto. Basta uscire dalle aule consiliari e frequentare le associazioni. Quando l’associazionismo giovanile si muove in modo coeso nascono progetti seri, strutturati, spesso più solidi di quanto si immagini. Si organizzano eventi complessi, si gestiscono spazi, si intercettano finanziamenti, si lavora in squadra. E la cosa fondamentale è che in quei contesti emergono competenze vere, capacità organizzative, visione strategica, uso degli strumenti digitali. Competenze che potrebbero essere molto utili alla pubblica amministrazione, al dibattito politico, alla pianificazione dello sviluppo territoriale. Basta riconoscere questo per far nascere un’ulteriore riflessione: se le competenze ci sono, se l’impegno civico esiste, perché il passaggio verso la politica amministrativa è così raro?
Forse perché il problema non è solo generazionale, ma nel modello su cui si basa l’attuale politica.
Negli ultimi anni abbiamo assistito, nei Castelli Romani, e soprattutto a Grottaferrata, ad un copione che si ripete ciclicamente in modo preoccupante. Coalizioni costruite sommando semplicemente le liste intorno alla figura del candidato Sindaco, con programmi elettorali spesso troppo semplici per non essere condivisi ad ampio spettro, equilibri interni delicati; e dunque amministrazioni che faticano ad arrivare a fine mandato o che ci arrivano attraverso continue ridefinizioni. Quando un sistema produce instabilità in modo ricorrente, forse il problema non è tanto episodico, quanto strutturale. Ma è in questa fase del dibattito che rischiamo di guardare il dito e
non la luna. Ci concentriamo sul fatto che i giovani e molti cittadini non partecipano abbastanza, che non si candidano, che non votano come una volta. Ma raramente ci chiediamo se il sistema politico locale sia davvero aperto, permeabile, capace di integrare energie nuove senza inglobarle dentro logiche — soprattutto di potere —già ben delineate.
Non basta inserire qualche volto giovane e nuovo in lista per parlare di rinnovamento; se il progetto resta un’aggregazione costruita su basi definite da altri attori, se le dinamiche decisionali restano le stesse e non si innesca un vero percorso di partecipazione, il cambiamento rimane solo estetico. La politica non cambia perché il metodo non cambia.
E forse è proprio qui che la riflessione collettiva può e deve fare un passo avanti; non solo valorizzare nuove figure, ma ripensare il modello con cui si costruiscono i progetti. Meno alleanze di comodo, meno equilibri imposti dall’alto, più percorsi che nascano davvero dai cittadini, dalle competenze diffuse, da chi vive il territorio ogni giorno.
In questo senso, anche e soprattutto chi ha esperienza e memoria amministrativa deve avere un ruolo fondamentale. Non necessariamente restando al centro, o facendo un passo indietro, ma mettendosi di fianco, trasmettendo competenze, tutelando davvero chi entra, lasciando spazio senza abbandonare, accompagnando senza la pretesa di voler condurre. Un passaggio di testimone consapevole, non una “rottamazione” come vorrebbe chiamarla qualcuno.
Forse la politica locale cambierà davvero quando smetterà di chiedere ai cittadini — e ai giovani in particolare — di entrare come personaggi di una sceneggiatura già scritta, con battute assegnate e margini molto stretti, e inizierà invece a interrogare sé stessa; a rivedere regole, equilibri e meccanismi.
Per troppo tempo la politica ha dato l’impressione di muoversi come un teatro in cui i fili, tenevano insieme equilibri delicati, regie silenziose, dinamiche impossibili da leggere dall’esterno. Un palcoscenico in cui i cittadini “comuni” faticavano e faticano tuttora a trovare spazio, non perché manchino di capacità, ma perché non sempre accettano logiche che li vorrebbero legati a fili già tesi.
Molti, soprattutto tra i giovani, non cercano qualcuno che li sollevi in cambio di appartenenza o fedeltà; cercano piuttosto un luogo in cui poter stare in piedi da soli, con le proprie idee, le proprie competenze, la propria autonomia. Forse il vero cambiamento non sta nel sostituire i protagonisti sulla scena, ma nel ripensare quei fili, scioglierli, e immaginare una classe politica capace di reggersi sulla forza delle persone, non su fili tirati nell’ombra che tengono insieme equilibri fragili e che finiscono per comprimere la trasparenza, il dibattito politico, il merito e la libertà di iniziativa. Perché una classe politica che ha bisogno di fili per restare in piedi è una classe che non si fida della forza della propria identità. E forse il cambiamento comincia proprio quando si ha il coraggio di rinunciare a quei sostegni, iniziando a misurarsi, finalmente, sulla solidità delle idee, sulla trasparenza, sulla condivisione delle scelte e soprattutto sulla fiducia reale tra le persone.
Jacopo Tomboletti”
