Grottaferrata | La fine del “sindaco accentratore”: cronaca di una caduta annunciata

GROTTAFERRATA (politica) – Dall’iperesposizione all’isolamento politico: la parabola di Di Bernardo si chiude tra tensioni e lo ‘strappo’ del PD. Ecco come una gestione “personalistica” ha trasformato una solida maggioranza in un castello di carta

Si conclude nel modo più traumatico l’esperienza amministrativa di Di Bernardo. Quella che era iniziata come una marcia trionfale, capace di sedurre persino pezzi dell’opposizione (memorabile il voto favorevole al bilancio dell’unico consigliere di FdI), si è schiantata contro il muro di una gestione politica ritenuta da molti “egocentrica” e priva di reale collegialità verso la propria squadra.

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L’illusione della stabilità

Per due anni, la narrazione ufficiale ha raccontato di un’Amministrazione solida. Ma dietro i comunicati stampa dove compariva ossessivamente solo il nome del Sindaco e dietro le fotografie che lo ritraevano come unico protagonista, l’insoddisfazione della maggioranza covava sotto la cenere. I consiglieri hanno iniziato a chiedersi che ruolo avessero in un progetto che sembrava diventato “l’amministrazione di uno solo”, di un ‘accentratore’, utilizzando le parole dell’assessore Rossotti, l’uomo che con le sue dimissioni ha dato il via al crack definitivo. La stabilità apparente si reggeva più su equilibri tattici, dunque, che su una reale condivisione politica.

I cambi di assessore e la maggioranza che si sfalda

A pesare in modo determinante è stata anche l’instabilità interna alla Giunta. I cambi di assessore sono stati numerosi, ben tre soltanto all’Urbanistica, un settore chiave per qualsiasi amministrazione. Un turnover che ha dato l’idea di una rotta incerta e di equilibri sempre da ricostruire. A questo si è aggiunta una fase di rimpasto piuttosto repentina, segnata dall’ingresso di esponenti dell’opposizione in Consiglio e in Giunta: operazioni lette come tentativi di ampliare la base numerica ma anche come mosse per creare margini continui di trattativa, utili a restare saldo al comando. Le ultime, disperate aperture verso l’area civica riconducibile ad Andreotti lo confermerebbero.

Una strategia improntata quasi a un’“ingordigia” politica, nel tentativo di accaparrarsi ogni spazio di consenso per blindare la posizione, che però ha prodotto l’effetto opposto: lo sfaldamento progressivo del mandato originario.

La perdita di pezzi è stata costante. Emblematico l’addio della lista “Siamo Grottaferrata” e del suo consigliere Federico Pompili, oggi in Fratelli d’Italia: un potenziale stimato intorno ai 700 voti disperso e regalato al centrodestra del futuro. A completare il quadro, un rapporto non sempre fluido con esponenti di rilievo del Partito Democratico a livello regionale, che ha contribuito a isolare ulteriormente il Sindaco nei momenti decisivi. Tutti tasselli che, messi insieme, hanno accelerato la fine di un’esperienza politica partita con ben altre ambizioni e con una vittoria al primo turno, mai successo a Grottaferrata.

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Le crepe dell’estate 2025 e i “soldati” abbandonati

Il punto di non ritorno è arrivato con i casi estivi. Mentre il caso “José Martì” e le polemiche sui presunti conflitti d’interesse delle sorelle Franzoso infiammavano la politica in città, il Sindaco è stato percepito come distante, lasciando le sue esponenti a incassare i colpi dell’opposizione senza una copertura politica netta e comunicati tardivi. Lo stesso copione si è ripetuto con Trovalusci, poi passato all’opposizione, sulla questione legata a CasaPound: un silenzio giudicato da molti assordante.

I progetti annunciati e le opere ‘incomplete’

Alla crisi politica si è sommata quella amministrativa. Emblematico il destino dei progetti di parcheggi multipiano, annunciati come soluzione strutturale al problema della sosta e poi progressivamente scomparsi dal dibattito pubblico. Stesso copione per il futuro del PRG: alle richieste di chiarimento su visione urbanistica, tempi e indirizzi strategici, sarebbero seguite risposte generiche o rinvii, alimentando l’impressione di una pianificazione bloccata e solo sulla carta. Non meno controversa la richiesta, avanzata in Aula, di modificare lo Statuto comunale in materia di concessione delle sale pubbliche a gruppi ritenuti in conflitto con i principi democratici. Un tema politicamente delicato, che avrebbe richiesto una presa di posizione chiara e che invece — nonostante le richieste della stessa maggioranza – sarebbe stato sostanzialmente ignorato dal primo cittadino. Senza considerare poi le opere completate che hanno subito gradualmente un destino niente affatto in sintesi con quanto si annunciava: la sala Ghelfi mai diventata Consiglio comunale, l’ex biblioteca mai diventata ‘polo universitario’, l’Infopoint inaugurato e lasciato vuoto, così come i locali di Via dell’Artigianato o l’indimeritcabile ‘pista ciclabile’ di viale Kennedy (che a chiamarla così ci vuole anche coraggio).

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Il boomerang Roncati e il “colpo di grazia” del PD

L’ultimo atto si è consumato nelle ultime ore. Sentendo il fiato sul collo della “massa critica” che si stava addensando nel PD, dove intanto il malumore cresceva, nell’area vicina a Rosotti e a quella di Roncati, Di Bernardo ha tentato la mossa: forzare la mano sullo stesso Roncati, l’anello debole, per rompere gli equilibri, tentare un nuovo gioco di prestigio e riprendere il controllo. Il calcolo si è rivelato un errore fatale. Invece di isolare il “ribelle”, la mossa ha spinto il PD a fare quadrato, con un comunicato di solidarietà a Roncati che ha fatto presagire il peggio e sancendo di fatto la fine dell’esperienza amministrativa. Le dimissioni dell’assessore Rossotti e dei consiglieri dell’opposizione, unite a Mazza e Vinciguerra della maggioranza, hanno messo la parola fine. Il PD, nel documento finale, non c’è. Tuttavia è come se ci fosse, senza firma.

Cosa resta?

Cade un sistema che ha privilegiato la “convenienza di stabilità” e il trasformismo rispetto alla coesione identitaria. Di Bernardo lascia una città segnata da annunci rimasti a metà e una coalizione polverizzata. Ora la palla passa ai commissari o alle urne nel 2027. Ma la lezione politica sembra chiara: quando la leadership si trasforma in solitudine decisionale, il rischio è che la maggioranza si dissolva.

In politica, chi decide di correre da solo, finisce spesso per restare solo al traguardo.

Colline (5)

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