Piero Gobetti, la libertà di pensiero come missione di vita. Il ragazzo che sfidò il fascismo

ACCADDE OGGI – 15 febbraio 1926: la morte prematura del fondatore de ‘La rivoluzione liberale’

di Fabrizio Giusti

Piero Gobetti è morto ragazzo, a 25 anni. Piero Gobetti è stato il raffinato intellettuale liberale che forse comprese il fascismo prima di molti altri e seppe raccontarlo nella sua deriva autoritaria, avulsa da qualsiasi respiro democratico.

Era piemontese nei tratti e nella misura, ma non nell’animo chiuso. Pensava, quando in troppi avevano smesso di farlo; non si accodava, mentre l’onda prevaricante cresceva e prometteva protezione a chi taceva.

Nato a Torino il 19 giugno 1901, figlio del Novecento appena sbocciato, lasciò un segno profondo nella storia culturale d’Italia: non solo come intellettuale, ma come organizzatore di cultura — che è mestiere diverso dal semplice conoscere. Amava la letteratura con fervore quasi fisico; studiava, leggeva, annotava. E amava Ada Prospero, compagna di vita e di idee. Quando si conobbero erano giovanissimi. Lui era come nelle fotografie: alto, magro, una gran testa di capelli ribelli come i suoi pensieri, sottili occhiali di metallo sul naso. Tra Ada e Piero un rapporto intenso, fatto di politica e tenerezze, di discussioni e promesse.

Figlio di genitori d’origine contadina, trasferitisi nel capoluogo piemontese per avviare un piccolo commercio, fu studente brillante al liceo Gioberti. Nel 1918 si diplomò; poi la Facoltà di Giurisprudenza. Intanto fondava e dirigeva “Energie Nove”. I suoi fari erano Benedetto Croce e Gaetano Salvemini. Collaborò a numerose testate: “Il Lavoro”, “L’Educazione nazionale”, “Poesia ed arte”, “L’Ora” di Palermo, “Il Popolo romano”, “Il Resto del Carlino”. Un’attività febbrile. Come se il tempo fosse poco, e lui lo sapesse.

Nel 1921 approdò a “L’Ordine Nuovo”, scrivendo con lo pseudonimo di Giuseppe Baretti. Si occupò di letteratura e teatro, firmando stroncature che non risparmiavano nessuno. Nel 1922 fondò il settimanale “Rivoluzione Liberale”: voleva un dialogo permanente tra intellettuali, borghesia e coscienze attive del proletariato. Poi il potere passò a Benito Mussolini. E sotto il fascismo quella rivista divenne sinonimo di antifascismo militante.

Nel settembre 1924 Gobetti fu aggredito e manganellato. Due mesi dopo rispose con un’altra rivista, “Il Baretti”, e con una casa editrice, la “Piero Gobetti editore”, che pubblicò la prima edizione di Ossi di seppia di Eugenio Montale. Il poeta lo ricorderà così: “Continuo a ricordarlo come un Lohengrin isolato, una figura eroica, un leader senza successo, che aveva però le stimmate del genio. Era sempre in movimento… Così finì a essere fatalmente un pruno nell’occhio per chi voleva addomesticare le forze politiche italiane, togliendo loro ogni possibilità di fare la “rivoluzione liberale” in cui Piero ha creduto fino in ultimo, anche a costo di dover lasciare l’Italia”.

Con “Il Baretti” cercò di trasferire sul piano letterario la voce di un’opposizione sempre più fioca e perseguitata. In meno di un anno raccolse attorno a sé molte intelligenze, riannodando la tradizione illuminista che aveva accompagnato il Paese fino al Risorgimento. Sui suoi libri campeggiava un motto greco: “Cosa ho a che fare io con gli schiavi?”.

Studiò Vittorio Alfieri, la letteratura russa, l’arte. Non arretrò davanti agli attacchi. Subì un nuovo pestaggio; lo trovarono esanime sulla porta di casa. Nel 1926 scelse l’esilio a Parigi. Montale ricordò: «Quando si decise a partire per la Francia… viaggiava in terza classe; ci siamo anche abbracciati; sono stato l’ultimo amico che ha visto in terra italiana. Di lì a poche settimane sarebbe morto a Parigi». L’11 febbraio 1926 una bronchite aggravò i suoi problemi cardiaci, retaggio delle violenze. Ricoverato a Neuilly-sur-Seine, morì nella notte del 15 febbraio.

Sognava una classe politica capace di raccogliere l’eredità del Risorgimento e di tradurla nei moderni movimenti di massa, con l’auspicio che il popolo diventasse parte attiva dello Stato, nella pluralità delle idee e nel “valore dell’onestà”. Non considerò mai il fascismo una parentesi o un incidente: lo definì, con coraggio, un’autobiografia della nazione. “…né Mussolini né Vittorio Emanuele hanno virtù da padroni — scrisse — ma gli italiani hanno bene animo di schiavi”.

Nell’“Elogio della Ghigliottina” annotò: “Il fascismo vuole guarire gli italiani dalla lotta politica… C’è un valore incrollabile al mondo: l’intransigenza e noi ne saremmo, per un certo senso, in questo momento, i disperati sacerdoti”. Le sue parole lo resero scomodo. In un telegramma del 1° giugno 1925, Mussolini ordinò al prefetto di Torino di “rendere nuovamente difficile vita questo insulso oppositore governo e fascismo”. Così fu.

Gobetti aveva una capacità rara di suscitare energie: scriveva, tesseva corrispondenze, pubblicava, metteva in relazione i giovani. La morte lo trovò vivo, come si dice in questi casi. E vivo è rimasto nelle sue pagine.

Riposa al cimitero parigino di Père Lachaise, tra le tombe di Oscar Wilde, Jim Morrison, Maria Callas, Edith Piaf, Frédéric Chopin, Amedeo Modigliani. Sulla sua tomba una frase che è un testamento: “Il mio linguaggio non era quello di uno schiavo”.

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