STORIE & METALLO |Quando l’Olimpico era dei cipressi e poi dei centomila. Roma ed il suo stadio
ROMA (storie & metallo) – 94 anni di storia e (quasi) non sentirli: dalle adunate ai Giochi, dagli scudetti ai mondiali, alla coppa Italia
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di Marco Caroni
Da anni considerato ormai sulla via del tramonto almeno per quel che riguarda un suo utilizzo periodico per le gare di campionato di calcio, in realtà lo Stadio Olimpico di Roma resta ancora oggi, ad oltre 90 anni dalla sua originaria inaugurazione, il principale impianto sportivo della Capitale.
Certamente meno avvezzo a celebrare i trionfi calcistici delle squadre che ne calcano l’erba rispetto ad altri templi sportivi, primo tra tutti lo stadio di San Siro a Milano ma anche il mitico Comunale di Torino, lo stadio Olimpico porta però con sé una storia che vale la pena ricordare proprio perché su quegli spalti si sono appassionati milioni e milioni di romani e non solo.
Almeno 3 le fasi di realizzazione, espansione e mutazione che caratterizzano la vita dell’impianto sino ad oggi.


CIPRESSI – Pensato già nel 1926, a pochissimi anni dall’avvento del fascismo, proprio per ospitare eventi ed adunate, quello che inizia ad essere realizzato nel 1928 e che viene inaugurato nel 1932 si chiama anonimamente “Stadio dei cipressi“, in onore degli alberi che ne ornano il contorno. Si tratta di un impianto appena abbozzato, realizzato ai piedi di monte Mario, all’ombra dell’invece già costruito stadio dei Marmi (LEGGI
STORIE & METALLO – La gloriosa epopea del Foro Italico nei suoi 90 anni. Dall’obelisco Mussolini ai templi di calcio, tennis, nuoto): l’intera area della Farnesina e di quello che sarà il Foro Italico (nato come Foro Mussolini) sono appena abbozzati come evidente nella foto area qui sotto.

E’ subito evidente che l’impianto è insufficiente per le necessità: di fatto non è realizzato che il primo ordine di gradinate, quello che oggi è ancora visibile nel parterre della tribuna Tevere. Subito dopo l’inaugurazione del ’32, quindi, vi si rimette mano. Nel 1937 è già pronta una seconda versione di quello che è ora un vero e proprio stadio in grado di contenere 60mila spettatori nel quale il regime vuole festeggiare la costituzione dell’Impero. Nel 1938 l’impianto ospita alcune delle manifestazioni e celebrazioni per la visita di Hitler in Italia e già per l’occasione vengono realizzate tribune aggiuntive. All’epoca, come testimoniato da una prima pagina del 1938 de “Il littoriale” (oggi Corriere dello Sport), qualcuno già definisce lo stadio “Olimpico”.

Roma desidera ospitare le Olimpiadi del 1940 (nel 1936 era toccato alla Berlino nazista) e le intenzioni sono dunque quelle di portare la capienza degli spalti sino a 100mila persone. Poi arriva la guerra. Ma ancora nel 1941 lo stadio ospita le celebrazioni per il primo anniversario dell’Asse, il patto militare tripartito che unisce Italia, Germania e Giappone. In una tribuna Monte Mario provvisoria probabilmente più alta di quella odierna sventolano le bandiere delle tre nazioni alleate.


CENTOMILA! – Le due principali squadre calcistiche di Roma, la Lazio nata nel 1900 e dedita al calcio dal 1902, e la Roma, nata nel 1927 dalla fusione di altre 3 società (Alba, Roman e Fortitudo), non hanno all’epoca ancora mai calcato l’erba dello stadio dei Cipressi.
I biancocelesti hanno iniziato a piazza d’Armi, per poi passare al Parco dei Daini a piazza di Siena per poi, dal 1914 al 1931 avere un primo vero stadio alla Rondinella, all’ombra di quello Stadio Nazionale (poi stadio Torino) nel quale la Lazio gioca sino al 1953 quando il vecchio impianto lascia il suo posto all’attuale decadente Flaminio.
La Roma inizia invece al Motovelodromo Appio (1927-28, storico impianto in zona Cessati Spiriti, a Colli Albani), dove già giocava l’Alba, passa poi allo Stadio Nazionale (1928-29), e trova casa quindi nel mitico il Campo Testaccio (dal 1929 al 1940). Dal 1940 al 1953 la As Roma torna allo Stadio Nazionale prima di passare all’Olimpico.

Lo stadio Olimpico per come poi si sarebbe presentato, di proprietà del CONI, all’appuntamento a cinque cerchi del 1960 prende forma nei primi anni ’50 non senza difficoltà e non senza polemiche. Nel 1953, comunque, è pronto quello che prende il nome di “Stadio dei Centomila” perché sulla carta in grado di contenere così tanti spettatori. Per larga parte nella sua estetica e nella sua funzionalità lo stadio è lo stesso del 1937: sulle due curve campeggiano ora però due enormi monitori luminosi. Lazio e Roma vi si trasferiscono.
Il 15 giugno 1955 il CIO assegna a Roma le Olimpiadi 1960 e la Capitale ha già bell’e pronto il suo impianto principale.

Per celebrare la destinazione olimpica dello stadio viene coniata una medaglia in bronzo argentato. Su una faccia presenta uno scorcio esterno dello stadio, una veduta del Colosseo e sullo sfondo la cupola di San Pietro: l’iscrizione a contorno riporta le date dell’anno Domini 80 (inaugurazione del Colosseo) e del 1953 (inaugurazione dello stadio).
Il retro vede un tedoforo correre con la fiamma olimpica in pugno: sullo sfondo il simbolo delle Olimpiadi romane, la lupa capitolina con i 5 cerchi. L’iscrizione riporta: “Die ludis incipiendis in stadio Olympico sollemni – CONI”. La medaglia ha un diametro di 55 millimetri per 56 grammi.

L’inaugurazione delle Olimpiadi di Roma il 25 agosto 1960
L’Olimpico nei suoi anni di servizio successivi all’evento mondiale, ma in realtà già dal 1953, diventa lo stadio casalingo di Lazio e Roma. L’impianto però ospita anche eventi di atletica e partite di rugby.
Il 12 maggio 1974 la SS Lazio porta il primo scudetto all’interno dello Stadio Olimpico: la Roma, alla fine del campionato 1941-42 aveva vinto il suo primo storico tricolore, con un’Italia già in guerra, giocando nello Stazio Nazionale. Nel 1983 tocca di nuovo ai giallorossi vincere lo scudetto, per la prima volta nello stadio “dei centomila”.

Il presidente della Lazio Umberto Lenzini omaggia i tifosi il 12 maggio 1974 alla conquista del primo scudetto
I biancocelesti di Maestrelli hanno appena battuto il Foggia per 1-0 grazie al rigore di Giorgio Chinaglia
Nel frattempo per ben due volte l’Olimpico aveva ospitato le finali del Campionato europeo di calcio: nel 1968 col trionfo finale degli azzurri (nella ripetizione della finale vinta 2-0 contro la Jugoslavia dopo l’1-1 della prima gara, all’epoca non esistono ancora i calci di rigore) e nel 1980 col successo della Germania Ovest contro il Belgio.

L’OLIMPICO DI OGGI – Il 19 maggio 1984 a Zurigo, con gli azzurri campioni del mondo in carica dopo il trionfo degli uomini di Bearzot in Spagna, l’Italia ottiene l’organizzazione dei mondiali 1990. Il dibattito su quale debba essere l’impianto dove ospitare la finale ed in generale quali siano le città deputate ad ospitare le partite del mondiale infiamma quegli anni. Appare scontato che la finalissima si debba giocare a Roma, la Capitale, ma in quale impianto? Tre le ipotesi sul tavolo: l’Olimpico adeguatamente ristrutturato, il Flaminio da ampliare o un nuovo stadio da realizzare in zona Eur.
Tutti oggi sappiamo come andarono le cose.
La trasformazione del vecchio Olimpico – un vero rifacimento – non fu opera banale anche perché i lavori a causa di alcuni ricorsi da parte di associazioni ambientaliste furono rallentati ed anche interrotti. Con Cogefar Impresit (società del gruppo Fiat) contraente generale e con i progetti degli architetti Vitellozzi (che avevano già operato nel 1953), dell’architetto Clerici e degli ingegneri Teresi e Michetti, nella primavera del 1988 – dopo che l’anno precedente l’impianto aveva ospitato i Mondiali di atletica – iniziano i lavori di trasformazione.

Lo stadio è oggetto di un profondo restyling che ne stravolge l’aspetto originario. Nella stagione 1988-89 Lazio e Roma giocano in uno impianto che è un cantiere vero e proprio: la stagione successiva, ’89-’90, le due squadre capitoline sono costrette ad emigrare al “Flaminio” dove non giocavano (salvo qualche sporadica apparizione) dal 1953.
Vengono demolite prima la curva Nord e quindi la curva Sud, completamente rifatte in cemento armato precompresso. Demolita anche la tribuna Monte Mario, colpevolmente ricostruita non rettilinea, con visuale peggiorata rispetto al passato. L’unico settore a conservare le strutture degli anni precedenti è la tribuna Tevere che però viene rialzata di 6 metri per aumentarne la capienza. Due enormi maxischermi vengono piazzati nelle parti alte delle curve, sottraendo però ai settori popolari diverse migliaia di posti.
La vera novità dello stadio è però la copertura integrale degli spalti: sino a quel momento l’Olimpico era stato completamente scoperto a meno della tribuna stampa e di un piccolo settore della Monte Mario. La copertura è realizzata con una tensostruttura bianca in fibra di vetro spalmata con PTFE.
Lo stadio, capace teoricamente di 85mila posti, viene consegnato alla FIFA una settimana prima dell’inizio dei mondiali, fissato per l’8 giugno 1990 (Argentina-Camerun 0-1 a Milano). Il costo dell’opera è stato stimato in circa 450miliardi di lire.
La realizzazione del nuovo stadio vale la produzione di una medaglia di dimensioni notevoli. Il conio, con un diametro di 80 millimetri, pesa 273 grammi.

La medaglia, realizzata dallo scultore Aligi Sassu per Cogefar Impresit, reca su una faccia l’immagine stilizzata di un calciatore che, contorto nel gesto atletico, è intento nel colpire la palla. Al rovescio ecco una delle curve dello Stadio Olimpico con la sua copertura in una visione prospettica. Al contorno una lunga iscrizione con riportate le imprese che hanno portato a termine l’opera nel giugno 1990: Cogefar Impresit, Im.Co., C.C.C., C.P.C/IGA, Gran Sasso, Elektra. La medaglia, di cui sono ignote la tiratura e la distribuzione, è stata prodotta dagli stabilimenti Johnson.

Particolare dello spessore della figura del calciatore
In quel giugno 1990 viene prodotta anche un’altra enorme medaglia fusa, opus Sergio Giandomenico, in occasione della benedizione dello stadio da parte di Papa Giovanni Paolo II.
Come noto l’Olimpico ospitò tutte le gare dell’Italia di Azeglio Vicini sino alla semifinale persa ai rigori a Napoli contro l’Argentina di Maradona ed alla finale per il 3° posto vinta dagli azzurri contro l’Inghilterra a Bari. A Roma si disputò ovviamente anche la finalissima tra Germania Ovest ed Argentina decisa dal gol su rigore del difensore Brehme, all’epoca in forza all’Inter.
Lo stadio Olimpico di Roma, uno dei teatri del calcio internazionale, ha ospitato le finali di Coppa Campioni/Champions’ League per ben 4 volte: nel 1977 (vittoria del Liverpool su Borussia M’gladbach per 3-1), nel 1984 (vittoria ancora del Liverpool nella Capitale, ai rigori proprio contro la Roma di Liedholm), nel 1996 (vittoria della Juventus ai rigori contro l’Ajax) e quindi nel 2009 (2-0 del Barcellona al Manchester United).
Nel 2021 per le gare del campionato Europeo di calcio ecco quello che è stato l’ultimo restyling finora realizzato: rifacimento dell’impianto di illuminazione con installazione di fari a led.

Dall’edizione 2007-2008 lo stadio Olimpico ospita regolarmente la finalissima della coppa Italia. Ha fatto eccezione la sola edizione 2020-21 (anno del covid) con gara tra Juventus ed Atalanta disputata a Reggio Emilia. Da quando c’è la finale in gara unica a Roma, la As Roma ha alzato il trofeo 1 volta nel 2008 (2-1 contro l’Inter), la SS Lazio per tre volte (nel 2009 ai rigori contro la Sampdoria, nel 2013 vincendo 1-0 contro la Roma e nel 2019 battendo 2-0 l’Atalanta).
Infine, sinora il nuovo stadio Olimpico dal 1990 ad oggi ha visto “arrivare” lo scudetto per sole 2 volte: nel 2000 con la Lazio di Eriksson (decisiva vittoria casalinga per 3-0 contro la Reggina) e quindi nel 2001 con la Roma di Capello (3-0 al Parma in casa).
Dunque, l’ultimo successo di una squadra romana sull’erba dell’ex stadio dei Cipressi risale ormai al 2019.
