Fabrizio De Andrè, l’artista eterno. “Libertà l’ho vista svegliarsi, ogni volta che ho suonato”
ACCADDE OGGI – 11 gennaio 1999. Moriva Fabrizio De André. Aveva 59 anni. Non se n’è mai andato davvero
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di Fabrizio Giusti
Ci sono artisti che vengono applauditi in vita e poi, con il tempo, scivolano via. Altri invece fanno il percorso opposto: più passano gli anni, più diventano necessari. Come il pane. Come l’acqua. Fabrizio De André appartiene a questa seconda, rara categoria. È rimasto nei vicoli, nelle radio, nelle scuole, nei telefoni dei ragazzi di oggi e nella memoria di chi allora era giovane e oggi è nonno.
Bertolt Brecht scrisse una frase che sembra pensata per lui: “Ci sono uomini che lottano un giorno e sono bravi, altri che lottano un anno e sono più bravi, ci sono quelli che lottano più anni e sono ancora più bravi, però ci sono quelli che lottano tutta la vita: essi sono gli imprescindibili”. De André è stato un imprescindibile.

“Bocca di Rosa”, “Via del Campo”, “Il Pescatore”, “Il testamento di Tito”, “La città vecchia”, “Fiume Sand Creek”, “Hotel Supramonte”, “Crêuza de mä”, “Il suonatore Jones”. Canzoni che sono racconti civili, poesie popolari, lezioni di umanità. De André cantava gli sconfitti, i marginali, i perdenti. Cantava l’amore e la morte, ma soprattutto una libertà difficile da afferrare: quella del pensiero.
La sua storia è quella, affascinante e contraddittoria, di un figlio della buona borghesia che decide di guardare dall’altra parte del fiume. Dai carruggi di Genova. Dai bordi. Non amava le istituzioni, diffidava del potere, frequentava bettole e discussioni accese, anche risse, insieme agli amici di sempre, tra cui Paolo Villaggio. Poi Brassens, il jazz, Luigi Tenco. Ogni incontro era un arricchimento, umano prima che artistico.
Non ha mai inseguito il mercato. Non si è lasciato addomesticare. Ha cercato, con ostinazione, di tenere insieme arte e vita. Un percorso complesso, spesso faticoso. Ma alla fine ciò che resta è una narrazione musicale immensa, probabilmente irripetibile nella storia italiana. Una traccia che ha influenzato cantanti, scrittori, uomini e donne di ogni età. Ha attirato, come una calamita, “sguardi randagi”.
E questo, nella nostra tradizione musicale, non era scontato.

La sua vita si è fermata all’Istituto dei tumori di Milano, l’11 gennaio 1999. Ma l’eredità che ha lasciato è arrivata lontano: da Mina alla world music. Proprio Mina fu decisiva all’inizio, con “La canzone di Marinella”. De André dirà più tardi che senza quel passaggio sarebbe rimasto “un pessimo avvocato”. In quegli anni lo attraversavano Brassens, Cohen, Dylan. “La guerra di Piero” resta ancora oggi uno dei più limpidi inni contro la guerra.
Il suo era un tesoro culturale che nasceva dal popolo e arrivava alla grande letteratura. Un uomo spigoloso, ironico, irriverente, con i suoi vizi, ma capace di una profonda generosità umana. Anarchico, eppure ascoltato anche dalla Chiesa del post-Concilio. “La buona Novella”, con la rilettura dei Vangeli apocrifi, è una delle grandi intuizioni del Novecento.

In quel disco c’è “Il testamento di Tito”. Tito, il ladrone crocifisso accanto a Gesù, mette in discussione i dogmi e le leggi imposte in nome di un Dio astratto, usato per organizzare il potere. E proprio mentre muore scopre l’amore di chi si sacrifica per gli altri. È una canzone che parla di leggi fatte da chi non le rispetta e subite da chi non può evitarle. Non è solo musica: è un manifesto morale e politico. Ancora oggi.
De André è sempre stato oltre il suo tempo. Non copiava: assorbiva, rielaborava, trasformava. L’“Antologia di Spoon River” di Edgar Lee Masters diventa, con “Non al denaro non all’amore né al cielo”, un’opera nuova, capace persino di valorizzare l’originale. Fernanda Pivano lo disse senza esitazioni.
Nel 1979 il rapimento in Sardegna, con Dori Ghezzi. Un’esperienza drammatica. Ma anche lì seppe guardare l’altra sponda: arrivò al perdono, e nacque “Hotel Supramonte”. Più tardi, quando l’impegno sembrava fuori moda, arrivarono “Crêuza de mä” e “Anime salve”.

Brassens, Cecco Angiolieri, Rimbaud, Baudelaire, Aristofane, Dylan, Cohen, Edgar Lee Masters. Bakunin, Stirner. I Vangeli apocrifi, scelti perché – disse – “erano una versione laica della storia di quell’eroe rivoluzionario che era Cristo”.
Se si vuole capire davvero De André, basta ascoltare “Amico fragile”. Lo spiegò lui stesso: “La canzone più importante che abbia mai scritto, sicuramente quella che più mi appartiene. È un pezzo della mia vita”.
In un’intervista disse: “Benedetto Croce diceva che fino ai diciotto anni tutti scrivono poesie. Dai diciotto anni in poi rimangono a scriverle due categorie di persone: i poeti e i cretini. Quindi io, precauzionalmente, preferirei considerarmi un cantautore”.

Fernanda Pivano non aveva dubbi: per lei era il più grande poeta del Novecento. Forse l’ultimo grande riferimento culturale della nostra tradizione musicale e letteraria.
Se ne andò prima che iniziasse il nuovo millennio. Andò a “vedere il colore del vento”, come ne “Il sogno di Maria”. Come aveva scritto Brecht, era uno di quelli che lottano tutta la vita. Per questo, ancora oggi, è giustamente ricordato. E amato.
