Jan Palach, morire a vent’anni per la libertà
ACCADDE OGGI – La morte del giovane praghese, il 19 Gennaio 1969, dopo tre giorni di agonia. Si era dato fuoco per protestare contro l’invasione sovietica
ilmamilio.it
di Fabrizio Giusti
C’è un’immagine che la storia non riesce a sbiadire, quella di un ragazzo di vent’anni che decide di farsi fuoco, diventando la fiamma che illumina il buio di una nazione. Jan Palach non era un soldato, non aveva armi, se non la propria disperazione e un coraggio che mette i brividi. Era il 16 gennaio 1969, in Piazza San Venceslao, quando scelse di trasformarsi nella “Torcia numero 1”.
Morì tre giorni dopo, il 19 Gennaio, in un letto d’ospedale, dopo un’agonia che sapeva di sacrificio antico. Così Enzo Bettiza descrisse quel momento estremo: “Il suono delle sirene a mezzogiorno e il rintocco delle campane trasformano l’intera città in un «paesaggio pietrificato», dove tutti rimangono fermi e silenziosi per cinque minuti”.
Praga era così: una città di pietra che piangeva un figlio che non voleva saperne di rassegnarsi ai carri armati sovietici, arrivati nell’agosto precedente a spegnere i sogni della “Primavera”. Palach è rimasto giovane per sempre, non è invecchiato. Non ha avuto bisogno di essere stampato sulle magliette o di diventare un gadget da mercatino per restare vivo. È rimasto un simbolo adottato dai ragazzi di destra e di sinistra, rispettato da chiunque avesse a cuore l’idea, semplice e magnifica, della libertà.
In Italia lo abbiamo cantato e raccontato. Francesco Guccini lo paragonò a Jan Hus, il predicatore che secoli prima era finito sul rogo per le sue idee. Lo hanno ricordato i Kasabian, Salvatore Adamo, Pier Paolo Pasolini. Perché la storia di Jan è la storia di chi non accetta il silenzio imposto.
Lui, nel suo ultimo scritto, era stato chiaro, quasi burocratico nella sua tragica determinazione: “Poiché i nostri popoli sono sull’orlo della disperazione e della rassegnazione, abbiamo deciso di esprimere la nostra protesta e di scuotere la coscienza del popolo. Il nostro gruppo è costituito da volontari, pronti a bruciarsi per la nostra causa. Poiché ho avuto 1l’onore di estrarre il numero 1, è mio diritto scrivere la prima lettera ed essere la prima torcia umana. Noi esigia2mo l’abolizione della censura e la proibizio3ne di Zpravy. Se le nostre richieste non saranno esaudite entro cinque giorni… una nuova torcia s’infiammerà”.
Chiedeva cose normali: la fine della censura, il diritto di parlare. Cose che non sono mai scontate e che allora, come oggi, in troppe parti del mondo, costavano e costano la vita. Il suo gesto fu il primo, drammatico scricchiolio di un sistema che sembrava eterno e che invece sarebbe crollato vent’anni dopo, nel 1989.
Oggi Praga è libera e la sua rivoluzione è stata “di velluto”. Jan Palach ha finalmente trovato la pace che cercava, sapendo che quella luce di libertà accesa nel 1969 non si è mai spenta.
