STORIE & METALLO | Quando Dio salvò lo zar Alessandro III e la famiglia imperiale nel disastro ferroviario di Borki
ROMA (storie & metallo) – Il 29 ottobre di 137 anni fa il deragliamento del convoglio che trasportava i Romanov dalla Crimea a San Pietroburgo. In una straordinaria medaglia una storia incredibile
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di Marco Caroni
Correva forte quella mattina il treno dello zar. Correva come un matto, perché a bordo trasportava la famiglia reale per intero. Quel treno che pesava con un merci da 64 assi per 15 carrozze (vale a dire un convoglio ragguardevole per l’epoca) era stato composto con due locomotive per “tirare” come un espresso pur avendo una massa da convoglio lento.
Lo zar, sua moglie Marija Fëdorovna (la principessa Dagmar di Danimarca, figlia del re Cristiano IX) ed i loro cinque figli (un sesto, Alessandro, era morto piccolissimo) rientravano da un soggiorno in Crimea ed erano diretti a San Pietrobugo, al palazzo di Inverno. Lì gli imperiali russi avrebbero risieduto sino al 1917, sino alla Rivoluzione d’ottobre.

Era il 29 ottobre 1888 (17 ottobre per il calendario ortodosso): il corpulento Alessandro III, penultimo della dinastia Romanov iniziata nel 1721 con Pietro il Grande, era al comando della grande Russia dal 13 marzo 1881, giorno in cui il padre Alessandro II “il liberatore” era stato freddato da una bomba lanciatagli addosso da un membro della società socialista rivoluzionaria terroristica “Narodnaja volja“. Attuatore di riforme moderate, Alessandro II aveva comunque avuto il merito di abolire la servitù della gleba in un Paese comunque fortemente arretrato ed agricolo.
Quel giorno di fine ottobre 1888, il terno giunto a forte velocità (tra i 60 ed i 70 chilometrio orari, una velocità sostenuta per l’epoca) nei pressi di Borki (l’odierna Birky, nella regione dell’Oblast’ di Charkiv in Ucraina), proprio mentre attraversava un lungo rilevato, usciva dai binari. Uno schianto devastante: tra le lamiere contorte di alcune delle prime carrozze del convoglio rimasero uccise 21 persone in un bilancio poi salito a 23 vittime nei giorni successivi.

Lo zar Alessandro e la sua famiglia si trovavano al momento dell’incidente nella carrozza ristorante. Le cronache dell’epoca narrano del crollo dell’imperiale del vagone (il tetto) che fu lo stesso zar a sorreggere consentendo ai familiari ed agli altri occupanti di fuggire all’aperto e mettersi dunque in salvo.
L’evento fu ritenuto un miracolo: la famiglia imperiale rimase sostanzialmente illesa.
L’inchiesta diretta dal Sergej Vitte giunse alla conclusione – non senza contrasti con altri esponenti della commissione – che il treno fosse deragliato a causa della velocità e dalle vibrazioni indotte probabilmente dal tracciato. Questo lavoro fruttò a Vitte la nomina prima a capo delle Ferrovie dello Stato imperiali e quindi a quella da primo ministro nel 1905, consentendogli una carriera politica di primissimo piano. Sembra che lo stesso Vitte avesse avuto in precedenza uno scambio di vedute con lo zar proprio in merito alla possibilità, ritenuta pericolosa dal direttore delle ferrovie, di viaggiare a velocità espressa con un traino di doppia locomotiva.

L’eco dell‘incidente di Borki fu immenso anche per la propaganda pro-zarista che ne venne. l Romanov vennero considerati protetti da Dio. In onore dello scampato pericolo e del ventilato miracolo, furono erette chiese, cattedrali e memoriali. Nel 1894, sei anni dopo la tragedia, una cattedrale ed una cappella vennero erette proprio sul luogo dell’incidente e lo stesso zar, che sarebbe morto il successivo 1 novembre, prese parte alla cerimonia.
La cattedrale di Borki fu tra le migliaia di chiese e luoghi sacri distrutti nel corso del durissimo regime di Stalin, avviato sin dal 1925.
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LA MEDAGLIA – Per commemorare lo scampato pericolo all’epoca dei fatti venne realizzata una sontuosa e bellissima medaglia. Un’opera che sfugge alla normale produzione medaglistica dell’epoca e che, probabilmente unica nel suo genere, ha il pregio di fissare nel metallo un momento quasi privato della famiglia imperiale russa.
Al dritto figurano proprio lo zar Alessandro III e l’intero gruppo familiare.

L’imperatore ed autocrate di tutte le Russie è al centro ed abbraccia la sua Maria. In divisa militare anche i due figli maschi maggiori: Nicola (Nikolaj Aleksandrovič), alla sua sinistra, all’epoca ventenne è il primogenito. Quello che poi passerà alla storia come l’ultimo zar russo, ucciso insieme ai suoi familiari nella casa Ipatiev a Ekaterinburg tra il 16 ed il 17 luglio 1918, abbraccia a sua volta la sorella 13enne Xenia. La principessa sarebbe sopravvissuta alla rivoluzione bolscevica messa in salvo da re Giorgio V di Gran Bretagna, come noto suo cugino da parte di madre, per morire in Inghilterra nel 1960.
Alla destra di Alessandro III, oltre Maria, figura il terzo figlio maschio della coppia imperiale (il secondo, Alessandro, era morto in fasce), Giorgio (Georgij Aleksandrovič). Lo avrebbe atteso un triste destino: fragile di costituzione e da tempo malato di tubercolosi, uscito una mattina in moto, fu trovato morto ad appena 28 anni sul ciglio della strada nel 1899. Per i Romanov fu un colpo durissimo.

Davanti a Giorgio, sulla medaglia, c’è Michele (Michail Aleksandrovič), all’epoca di appena 10 anni. Michele ha le mani in tasca, quasi distratto, ma anche per lui il destino sarebbe stato tragico. Nel giugno 1917 avrebbe tenuto per un solo giorno il titolo di zar sulle spalle dopo l’abdicazione di Nicola II, suo fratello. Al termine di un anno di arresti, liberazioni e trasferimenti, Michele fu ucciso con un colpo in testa dai bolscevichi in una foresta nei dintorni di Perm.
L’ultima a figurare sulla medaglia è Olga (Ol’ga Aleksandrovna): è il personaggio più “irrivente” della “foto” di famiglia. La granduchessa, all’epoca dei fatti, aveva appena 6 anni. Particolarmente bella, sarebbe stata sposata due volte. Il destino la portò a girare per mezza Europa dopo la Rivoluzione sino a terminare in Canada dove sarebbe morta nel novembre 1960, ultima dei figli di Alessandro a lasciare questo mondo.

Foto di famiglia scattata proprio nel 1888
Certamente non meno interessante è il rovescio della medaglia realizzata da Avenir Grigoryevich Griliches.
La figura di una donna, ovviamente la metafora della Russia, si inginocchia davanti ad un angelo che con una mano indica il cielo e con l’altra sembra benedirla. Ai piedi dell’angelo custode, su un cuscino, i simboli del potere imperiale. L’iscrizione intorno alle figure recita: “Il tuo angelo custode ti proteggerà ovunque tu vada“.

Impressionante la scena raffigurata nell’esergo e riproducente fedelmente la scena dell’incidente ferroviario di Borki. In alto le carrozze deragliate (dalla due alla otto), più in basso ai piedi del rilevato i soccorritori ed i feriti. Praticamente l’esatta riproduzione di una celebre foto dell’epoca.
La medaglia, bellissima, è sontuosa. Con un diametro di 88 millimetri ed un peso di 350 grammi, nella versione in bronzo, il conio è raro e ricercato oltre ad essere capace di emanare un fascino speciale. Rarissima la versione in argento.


