2 settembre 1980, Il mistero irrisolto di Graziella e Italo
ACCADDE OGGI (attualità) – Un viaggio di inchiesta nel cuore del Medio Oriente. Due cronisti italiani scompaiono. E dietro il silenzio, il rumore assordante dello Stato. La vicenda di Graziella De Palo e Italo Toni
ilmamilio.it – contenuto esclusivo
di Fabrizio Giusti
Ci sono storie che non finiscono. Non perché qualcuno ne abbia scritto la parola fine, ma perché quella parola, per ragioni inconfessabili, è stata negata. Il 2 settembre del 1980, nel quadrante instabile di un Libano dilaniato, due giornalisti italiani, Graziella De Palo e Italo Toni, scompaiono. Non svaniscono. Non si perdono. Scompaiono, verbo passivo che già in sé racchiude una condanna: qualcuno li ha fatti sparire. E così, da quel giorno, le ore si fermano. I giorni diventano anni. E gli anni diventano una storia muta, sepolta tra carte secretate, depistaggi, messaggi cifrati, nomi che non si possono fare, verità che a quanto pare non si possono dire.
Graziella aveva 24 anni. Nata a Roma, aveva scelto il mestiere del giornalismo come un atto civile. Cercava la verità nei luoghi dove essa si nasconde: tra i dossier dei servizi, nelle pieghe torbide del traffico d’armi, nelle alleanze opache tra Stato e ombre. Italo Toni, più maturo, più esperto, le fu vicino nella vita e nel lavoro. Insieme, accettarono un incarico che avrebbe messo alla prova la loro coscienza e la loro sicurezza. A Beirut, tra milizie armate e campi profughi, cercavano risposte, nomi, documenti. Cercavano quello che in Italia pochi volevano vedere.

Il 1° settembre si recano all’ambasciata italiana. Dicono: “Se entro tre giorni non torniamo, cercateci”. Ma nessuno li cerca. Non subito, almeno. Quando le famiglie alzano la voce, quando la stampa inizia a domandare, lo Stato balbetta. Si comincia a parlare di spie, di sigle, di fronti armati.
Dietro la sparizione di Graziella e Italo non c’è solo la guerra mediorientale. C’è il cuore oscuro dell’Italia del 1980. L’Italia dell’Ustica e della strage di Bologna. L’Italia dei misteri che non si possono raccontare. L’Italia dei segreti di Stato che uccidono due volte: prima la persona, poi la verità.
Settembre ha il colore spento delle attese che si fanno formali. Il 15, l’ambasciata italiana si muove, spinta dalla voce della famiglia De Palo, che continua a bussare alle porte dello Stato con la discrezione e la tenacia di chi non può arrendersi. Ai primi di ottobre, il Ministero degli Esteri apre un fascicolo. Un atto dovuto, certo, ma anche un segnale: qualcosa si sta facendo, almeno in superficie.
Nell’agenda di Graziella De Palo, ritrovata nella stanza d’albergo a Beirut dopo la sua scomparsa, c’era un elenco. Nomi, numeri, società italiane e straniere coinvolte nel traffico internazionale di armi. Fra queste, una spiccava: società italiana, partecipazione mista — soci italiani e stranieri — e contratti attivi con il Ministero della Difesa.

L’inchiesta, se così la si può chiamare, partì in ritardo e non portò da nessuna parte. Partirono invece i depistaggi. I due giornalisti, si disse, erano vivi e sarebbero stati liberati a breve. Meglio non scavare troppo, per non metterli in pericolo. Con il passare delle settimane, questa versione si rivelò infondata. La promessa di un rilascio imminente perse ogni credibilità. Si fece allora circolare una nuova ipotesi: i rapitori erano cristiano-maroniti. Ma anche questa pista si spense presto. Si ebbe l’impressione che fosse meglio non scavare. Perché scavare davvero avrebbe significato far riemergere, per chi ha cercato in questi anni la verità, ciò che da anni si cercava di tenere sottotraccia: il “Lodo Moro”, quell’accordo segreto che garantiva ai palestinesi copertura in cambio della ‘non belligeranza’ sul suolo italiano.
È il 18 aprile del 1981 quando, in una Damasco carica di vento e promesse, Yasser Arafat riceve i genitori di Graziella. Le parole che pronuncia – parole di liberazione, di impegno – si riveleranno presto prive di concretezza. A Beirut ovest, nel cuore di un conflitto che divora verità e confini, i giornalisti erano svaniti in un intreccio di sigle armate e verità negate. E mentre i cristiano-maroniti smentivano ogni coinvolgimento, ogni responsabilità si trasformò nella geografia di un mistero che si allargava come una macchia d’olio su un foglio già troppo segnato.
L’anno seguente, fu lo Stato italiano a muovere un passo formale. Ma è nell’inizio del 1983, il 24 gennaio, che la scena si ripete: la famiglia De Palo torna in Libano, questa volta accompagnata da giornalisti italiani. Abu Ayad, l’uomo che guida i servizi dell’OLP, parla, dice che Graziella è viva, che è prigioniera dei falangisti. Ma ancora una volta, come in una pièce dove il sipario non si alza mai davvero, le parole non bastano. Nulla si muove. Nulla si risolve.
Nel 1984, Bettino Craxi pone il segreto di Stato su tutta la vicenda. I nomi dei due giornalisti vengono cancellati dagli elenchi dei caduti. Ma Graziella e Italo erano la testimonianza di un’Italia che provava a raccontare ciò che nessuno voleva ascoltare.
Nel 2019, un nuovo fascicolo si apre in procura. Troppo tardi per condannare chi ormai non può più rispondere. Un tentativo che si imbatte contro il muro del tempo e l’omertà istituzionale.
La storia di Graziella e Italo non è soltanto un cold case. È un test per la nostra coscienza democratica. È la domanda che lo Stato rivolge a se stesso: fino a che punto possiamo mentire, nel nome della ragion di Stato? Una verità sospesa. Una verità negata.
