ROMA (cinema) - In questi giorni al cinema la pellicola di Berger che attinge a piene mani dalle precedenti esperienze sul tema
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Il colpo di scena finale è, chiaramente solo per chi ha avuto la forza di non leggere alcuna recenzione e, soprattutto, non conosce il libro dal quale il film è ispirato.
Certo è che "Conclave", diretto dal tedesco Edward Berger, attinge a piene mani dalla tradizione cinematografica sul tema. Morto Gregorio XVII (di fantasia, visto che l'ultimo Gregorio papa fu il bellunese Bartolomeo Cappellari, scomparso il 1 giugno 1846) si mette in moto la lenta ma inesorabile macchina vaticana che deve portare, dopo il breve periodo di Sede vacante, all'elezione del nuovo pontefice.

L'ambiente è cupo, austero, buio (anche troppo) e Berger - probabilmente di formazione protestante -, prova a tratteggiare quei complicati giorni nei quali la politica e gli interessi di un collegio cardinalizio suddiviso in fazioni hanno senza dubbio la meglio su un aspetto spirituale e divino che invece è lasciato ai fedeli ed a pochi tra i protagonisti in Cappella Sistina.
Quattro i favoriti: l'americano Aldo Bellini (un più che convincente Stanley Tucci), l'italiano ultrareazionario Goffredo Tedesco (Sergio Castellitto nel cast ci sta benissimo, ed anzi - grazie ad uno dei personaggi più fuori le righe - riesce a primeggiare), il nigeriano Joshua Adeyemi (Lucian Msamati) e il canadese Joseph Tremblay (il britannico di lungo e riconosciuto corso John Lithgow). A muovere le file del Conclave è, come deve essere, il cardinal decano, il britannico Thomas Lawrence (un superlativo Ralph Fiennes).
Fatta salva l'eccezionalità di ben 3 dei 5 protagonisti di estrazione anglosassone (una circostanza francamente poco credibile), il resto fila. Ma fila abbastanza perché manca un vero colpo grosso, mancano gli scandali promessi, mancano gli intrighi internazionali e la trama di quello che l'autore vuole tessere come un giallo in vaticano, si riduce ad una serie di vicende appena spinose ma di piccolo cabotaggio e sostanzialmente personali che servono a far fuori, uno alla volta, i papabili.
Siamo, insomma, lontani anni luce da quanto invece Francis Ford Coppola, attingendo alla storia contemporanea ed alla penna di Mario Puzo, seppe fare 35 anni fa nel mirabile ed inarrivabile "Il Padrino parte 3": Berger ci prova, ne ricorda alcune delle scene maestre (in particolare sulle larghe scalee interne ai palazzi pontifici), ma siamo sinceri, il risultato è suggestivo ma non originale. Certo, Puzo e Coppola pescavano nelle cronache di quegli anni, e lì la realtà superava la fantasia.
Chi invece rivolga un pensiero ad "Angeli e demoni" deve riporre ogni ispirazione, perché davvero non ci siamo. Harris non c'entra nulla con Dan Brown, Ewan McGregor (che qui si sarebbe stato benissimo...) non c'entra niente con Ralph Fiennes (ma ci sarebbe piaciuto vederli entrambi sul pezzo) e Berger non è - nel bene e nel male - Ron Howard. Ma soprattutto il cardinal Lawrence non è Robert Langdom.

A spiccare come la punta del monte Olimpo sull'orizzonte di Marte è comunque proprio la figura del Lawrence: a metà tra mistico in crisi di fede e di dottrina, e zelante esecutore delle procedure elettive della Curia, di fatto Lawrence è il personaggio spirituale di maggior rilievo in un ambiente che di spirituale ha invece davvero, davvero poco.
La chiave di volta però è il cardinale che non t'aspetti, il messicano arcivescovo di Kabul Vincent Benitez (Carlos Diehz): la sua presenza, insospettabile perché nascosta sino alla morte di Gregorio XVII, cresce con l'andare della pellicola sul proiettore.
Gli ingredienti ci sarebbero insomma tutti ma, come detto, almeno fino al colpo di scena finale (e vivaddio quello Robert Harris - l'autore del romanzo - e Berger non ce lo negano ed anzi pur potenzialmente capace di scoperchiare la cupola di San Pietro, alla fine tutto resta come il Conclave ha votato) mancano quegli intrighi segretissimi o comunque dirompenti in grado di far tremare le mura del Vaticano. Che, invece, tremano quando un kamikaze si fa saltare in aria nei pressi della Cappella Sistina durante uno scrutinio e la reazione del collegio cardinalizio - ma si tratta appena di un passaggio veloce e quasi inutile nelle due ore di film - sembra favorire le posizioni da ultradestra del cardinal Tedesco.
Insomma, i tempi dello IOR, del cardinal Marcinkus sono lontani come Cassiopea. Piuttosto in certi frangenti la narrazione sembra più vicina a quel "Sacro soglio" che mostrò uno dei lati più esaltanti del compianto Nino Manfredi. Viene da chiedersi: potendo lavorare di piena fantasia, non era legittimo attendersi di più? La Curia di Harris e Berger sembra così più quella di Alessandro VI, Papa Borgia, che quella degna di sollecitare la curiosità ed alimentare il mistero. Strano a dirsi, no?

Impensabile però non ritrovare il genio di Paolo Sorrentino nel lavoro di Berger che pure nell'altrettanto cupo e lentissimo "Niente di nuovo sul fronte occidentale" aveva mostrato la sua indole da regista. I primi piani, le lunghe stasi, le inquadrature su un soggetto che ben si presta come l'assemblea dei cardinali, non possono non suggerire quelle atmosferte così sferzanti raccontate in "The young Pope". Ma, ammettiamolo, con Sorrentino siamo su altri livelli, artistici, narrativi ed emotivi.
Nell'elenco di riferimenti deve entrare doverosamente anche Nanni Moretti col suo "Habemus papam", non fosse altro se non per il tratteggio umano dei cardinali e di una Chiesa che mai come nei momenti di vacanza papale sembra mostrare il suo lato più terreno e fallace.
L'ultima citazione vogliamo riservarla ad Isabella Rossellini nei panni di sorella Agnes, la capa delle suore che servono i cardinali: figura che sfila indebitamente modesta e che pur nel momento di affondare le ambizioni del cardinal Tremblay ("Noi suore dovremmo essere invisibili. Dio ci ha comunque dato occhi e orecchie", dice) resta evanescente. Un peccato.
E così, se l'oggettivo colpo di scena finale spedisce probabilmente "Conclave" a giocarsi il premio Oscar (ma di dubbi ne abbiamo sollevati molti, come visto), ad emergere come un gigante in una scena ecclesiastica e cardinalizia più che piccola, è proprio il cardinale Lawrence. Che indulge, nell'unico momento di scintillio di ambizione, nello scegliersi anche il nome da Papa (Giovanni XXIV) ma che alla fine è il vero trionfatore della storia.
Da un Ralph Fiennes che aveva troneggiato già da paziente inglese e nei panni del feroce comandante Amon (tralasciando Voldemort), era lecito attendersi esattamente questo. E qui non c'è delusione.
"Conclave" - Voto 7.
Immagine tratta dal trailer

