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Il giorno in cui morì Antonio e Pelè si trasformò in una leggenda

19-11-2015

Il 19 novembre del 1969 l'agente Antonio Annarumma è la prima vittima degli ''anni di piombo''. In Brasile il calciatore più famoso al mondo mette a segno il suo millesimo gol. Un giorno, due storie opposte nella storia

Capitano dei giorni, nella storia dell'umanità, in cui accadono fatti contraddittori, che segnano il cammino del mondo e magari lasciano solchi indelebili. Il peso delle cose può apparire così inutile. Quello, tanto, si disperde nel tempo, con il risultato di mettere tutto sullo stesso piano: il futile quanto il dramma. Il 19 novembre del 1969 è uno di questi giorni.

L'Italia di quel periodo è in fiamme. Gli scioperi per il problema della casa e del lavoro sono all'ordine del giorno. La nazione si è risvegliata dal boom economico e la protesta giovanile rappresenta un momento di rottura nazionale e planetaria, mentre il futuro si preannuncia caratterizzato da una complessa crisi energetica. Dietro l'angolo c'è la conquista dello Statuto dei lavoratori, ma anche, qualche anno più tardi, il regime dell'austerità. Dall'altra parte del mondo, e precisamente in Brasile, governa il regime militare. Tuttavia gli occhi sono puntati su un evento eccezionale: il millesimo gol in carriera di Pelé, il più grande giocatore di calcio al mondo prima di Cruyff, Maradona o Messi.

Nelle stesse 24 ore in cui il numero 10 della nazionale brasiliana e del Santos butta in rete una palla di cuoio, l'agente Antonio Ammarumma muore. Due gesti, due storie diverse. Tracce di storia.

Antonio, in forza al III reparto celere, quel giorno è stato mandato a prestare servizio presso una manifestazione indetta a Milano da l'Unione Comunisti Italiani e dal Movimento Studentesco. Sono tempi duri. Lo diventeranno ancora di più. In strada gli scontri tra forze dell'ordine e manifestanti sono frequenti. E a Milano, quel 19 novembre del 1969, l'aria è tesa. Gli incidenti scoppiano presto. C'è cantiere edile, vicino all'area dove avvengono i disordini, in cui alcuni dimostranti raccolgono dei tubolari di acciaio, lanciandoli contro i mezzi della polizia. Secondo la ricostruzione della magistratura uno di questi, tirato come un giavellotto, colpisce Antonio in pieno, penetrandogli il cranio e causandone una morte quasi istantanea. Il gippone che guida, senza più controllo, va a urtare contro un altro mezzo delle forze dell'ordine. Più tardi, ancora la magistratura accertò che i tre agenti che erano a bordo con Annarumma dichiararono di aver visto il tubolare colpire il collega; che l'autopsia riscontrò una ferita di sezione circolare di circa 50 millimetri con penetrazione fino a metà cranio della vittima; che il diametro dei tubolari che la polizia dichiarò di aver raccolto sul luogo degli scontri era di 48 millimetri.

Esiste un'altra ricostruzione dei fatti, però, da parte dei manifestanti, che afferma cose ben diverse, imputando invece la morte del ragazzo allo scontro tra i due automezzi della polizia. Annarumma, sostanzialmente, sarebbe stato trafitto dalla guida di ferro sporgente che si trova al lato dell'intelaiatura del vetro del veicolo. Alcune fonti citano inoltre l'esistenza di un filmato, girato da una troupe francese, in cui emergerebbe definitivamente questa circostanza, ma il materiale non si troverà mai.

In Brasile, intanto, c'è un arbitro che fischia un calcio di rigore in favore del Santos, Ci vogliono ben cinque minuti perché tutti i giornalisti e i tifosi possano sistemarsi dietro la porta del portiere del Vasco de Gama, tal Andrada. Pelè calcia. Tiro e rete. Una folla esaltata si riversa sul campo per portare in trionfo il giocatore. Il Brasile si ferma, la notizia fa il giro del mondo, la partita viene addirittura sospesa.

Il giorno seguente l'immagine di Pelè che bacia il pallone dopo aver stabilito il suo record cozza con quelle del povero ragazzo originario di Monteforte Irpino, nell'Avellinese. E' la fotografia di un giovane poliziotto steso nella camera ardente, con una cuffia bianca in testa a coprire la ferita mortale. A pochi metri c'è suo padre Carmine, un bracciante agricolo di 60 anni che ha passato la sua vita a lavorare. Piange, ora, la fine del suo unico figlio maschio.

L'inchiesta della magistratura poté identificare con precisione le cause dolose della morte, ma non i responsabili della morte. Nessuno fu identificato, né perseguito per il decesso dell'agente. Il suo omicidio è rimasto impunito. La carriera di Pelè, invece, andò avanti ancora un po', vincendo anche un altro campionato del mondo nel 1970 in Messico. 



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