L'altra storia del Risorgimento: i fatti di Bronte

Pubblicato: Mercoledì, 10 Agosto 2022 - Fabrizio Giusti

ACCADDE OGGI – L’eccidio di Bronte e il buco storico del racconto dell'Unità d'Italia

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Li chiamano i ‘Fatti di Bronte’. Accaddero tra il 2 al 10 agosto 1860, durante la storica 'impresa dei Mille', evento che non mancò, secondo diversi storici, di scrivere anche episodi discutibili e controversi.

 

I FATTI - Subito dopo lo sbarco delle camice rosse, l’11 maggio 1860 a Marsala, Giuseppe Garibaldi aveva cercato il favore delle popolazioni più povere e contadine per ingrossare le proprie truppe e combattere meglio l’esercito del Regno delle Due Sicilie.

Proclamata la dittatura “nel nome di Vittorio Emanuele re d’Italia“, l’Eroe del Due Mondi decretò l’abrogazione dell’imposta sul macinato e sui cereali e, soprattutto, il divieto ai cittadini dei comuni occupati di pagare le tasse al governo borbonico. Successivamente fu disposto che le terre del demani comunali fossero divise tra i nullatenenti e i volontari che avrebbero combattuto al fianco dei garibaldini. Si stabilì infine che i reati di furto, di omicidio e di saccheggio sarebbero stati puniti con la fucilazione.

Le promesse furono la scintilla che causarono l’insurrezione che sfociò in numerose sommosse. Nella 'Ducea di Bronte' si verificò una di queste rivolte. Era stata donata nel 1799 da Re Ferdinando di Borbone (poi re Ferdinando I) all’ammiraglio britannico Orazio Nelson, come riconoscimento per i servizi resi alla causa della difesa del trono. La Ducea comprendeva l’Abbazia di Santa Maria di Maniace, i terreni limitrofi, la maggior parte del territorio del Comune di Bronte. Chi amministrava il territorio lo faceva anche detenendo la giustizia civile e penale tramite lo “ius vitae et necis”, il diritto sulla vita e la morte sui propri sudditi. Nacquero così due fazioni ben distinte: i filoducali e coloro che sostenevano gli interessi del Comune.

 

Nonostante il decreto di Garibaldi, a Bronte non fu abolita la tassa sul maci­nato, che penalizzava i più poveri, e non venne realizzata la divisione delle terre. La mobilitazione, visto il clima acceso dall'arrivo dei Mille, fu inevitabile. Vennero appiccate le fiamme a decine di case, al teatro e all'archivio comunale. Ben sedici furono i morti fra nobili, ufficiali e civili, tra cui anche il Barone del paese con la moglie e i figli, il notaio e il prete. Le autorità inglesi, da subito, fecero decise pressioni su Garibaldi perché intervenisse a tutela delle proprietà della Ducea e nei comuni limitrofi, proteggendo allo stesso tempo anche gli interessi commerciali e terrieri dell'Inghilterra, nazione ove ormai il sostegno e la simpatia all'avanzata della spedizione era certificata.

Il generale Nino Bixio fu mandato a ristabilire l’ordine alla testa di sei compagnie di piemontesi e due battaglioni di cacciatori garibaldini. Arrivò quando i rivoltosi si erano dispersi. Il processo intentato ai danni dei presunti responsabili rintracciati in città è ancora oggi oggetto di discussione tra gli storici. In quattro ore si giudicarono circa 150 persone e ne furono condannate a morte cinque. 

All'alba del 10 agosto 1860, i condannati vennero portati davanti al convento di Santo Vito e collocati dinanzi al plotone d'esecuzione. Quattro morirono alla prima scarica di pallottole, ma nessuno ebbe la volontà di sparare a Nunzio Ciraldo Fraiunco, una persona fortemente disturbata mentalmente ed innocua. Gli venne inferto il colpo di grazia con una pallottola di piombo sparata in testa.

Bixio - che definì quella di Bronte 'una missione maledetta' - ripartì portando con sé un centinaio di prigionieri. Emanò allo stesso tempo un proclama indirizzato agli abitanti della Provincia di Catania. “Le autorità dicano ai loro amministrati che il governo si occupa di apposite leggi e di opportuni legali giudizi pel reintegro dei demanî – Ma dicano altresì a chi tenta altre vie e crede farsi giustizia da sé, guai agli istigatori e sovvertitori dell’ordine pubblico sotto qualunque pretesto. Se non io, altri in mia vece rinnoverà le fucilazioni di Bronte se la legge lo vuole. Il comandante militare della Provincia percorre i Comuni di questo distretto. Randazzo 12 agosto 1860.”

I cadaveri dei giustiziati, ovvero di Nicolò Lombardo, il sindaco, di Nunzio Fraiunco, Nunzio Longi Longhitano, Nunzio Nunno Spitaleri, Nunzio Samperi, vennero lasciati esposti al pubblico, simbolicamente. In seguito, secondo diversi studi, per gli abitanti del Meridione poco inclini ad assoggettarsi al Regno sabaudo la situazione degenerò. Altre rivolte furono sedate nel sangue. La lotta al brigantaggio, successivamente, secondo alcune stime, eseguì 5212 condanne a morte, 6564 arresti e rase al suolo una cinquantina di paesi. Fu il prezzo pagato a causa della cosiddetta "Legge Pica", promulgata dal governo Minghetti del 15 agosto 1863. Ufficialmente creata per la repressione del brigantaggio nel Meridione, il provvedimento si tramutò rapidamente nella realizzazione di decine di tribunali di guerra in cui le fucilazioni furono diffusissime. Pagine dolorose, come quelle delle zone di internamento dei prigionieri, dentro alle quali in tutti questi anni si è scatenata una marcata divergenza di opinioni. Una ferita a cui non si è dato troppo peso, poco studiata nelle scuole e che meriterebbe invece un approfondimento per non essere una nazione cronicamente mutilata nella memoria. Anni, comunque, che scatenarono, oltre alla disperazione e alla miseria, anche il fenomeno dell'emigrazione che in quegli anni si fece di massa. 

Bronte fu una tragedia del suo tempo, ove rivolte e repressioni erano all'ordine del giorno. 

La storia del Risorgimento, che non fu completamente eroica, andrebbe ormai raccontata tutta per non fare, anche dell’Unità d’Italia, un feticcio da rispolverare esclusivamente per le celebrazioni, bensì un modo per capire chi siamo e da dove veniamo. Con la serenità del tempo che è passato e che ha sepolto tutto: fucili, pistole, rivolte e divise da soldato.


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