Gino Girolimoni, un terribile caso di ingiustizia. La vita rovinata di un innocente

Pubblicato: Giovedì, 18 Novembre 2021 - Fabrizio Giusti

ACCADDE OGGI - Il 19 novembre del 1961 muore il protagonista di una delle vicende più agghiaccianti della storia d'Italia

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Per lui la cosiddetta ''seconda opportunità'' non arrivò mai. Il 19 novembre del 1961 Gino Girolimoni, l'uomo accusato degli episodi più mostruosi accaduti a Roma nei confronti di alcune bambine tra il 1924 ed il 1928, morì in solitudine. La sua vita era stata rovinata da un'inchiesta sbagliata e insabbiata.

Il ''Sor Gino'', come veniva chiamato dai suoi conoscenti, non riuscì più a proseguire il suo lavoro, perse il suo discreto patrimonio e cercò di sopravvivere, dopo il drammatico periodo carcerario e di esposizione mediatica, riparando biciclette o facendo il ciabattino tra San Lorenzo e Testaccio. Lasciò la vita terrena poverissimo. Ai funerali, celebrati il 26 novembre nella Basilica di San Lorenzo fuori le mura, parteciparono poche persone. Tra questi il commissario Giuseppe Dosi, che sostenne sempre la sua innocenza. La salma fu tumulata nel cimitero del Verano a spese degli amici.

La storia di Girolimoni è l'esempio di come un errore giudiziario possa coinvolgere un innocente all'improvviso, in un assurdo meccanismo che purtroppo si è ripetuto altre volte ma che in questo caso specifico, in un periodo storico complesso, trovò un suo vertice agghiacciante.

Accusato di delitti atroci, come lo stupro di sette bambine e l'omicidio di cinque di loro di età tra i venti mesi e i sei anni, fu additato come il ''mostro di Roma'' dalla stampa. Un caso emblematico degli effetti perversi sulla pubblica opinione di una campagna giornalistica pilotata e accusatoria.

I DELITTI- Roma, ai tempi in cui accaddero i fatti, aveva dei livelli di violenza fisiologici per una città di grandi dimensioni. Per questo, quando una serie di rapimenti, stupri ed omicidi di piccole bambine ne sconvolge la tranquillità, la psicosi si fa rapidamente strada. Una spirale di follia mai accaduta prima e che non accadrà dopo nelle stesse dimensioni, nella scia introdotta da un serial killer, come si chiamerebbe oggi, che non ha più avuto altri emuli.

Emma Giacomini, di quattro anni, fu la prima vittima. Sparì mentre giocava in un giardino pubblico il 31 marzo 1924. Fu ritrovata la sera stessa a Monte Mario, con i segni della violenza ma ancora viva. Ogni sei mesi, quasi ad intervalli precisi, giunsero gli altri sanguinosi episodi. Il Capo del governo, Benito Mussolini, innervosito delle precarie indagini successive, diede impulso al capo della Polizia Arturo Bocchini di assicurare al più presto l'aggressore alla giustizia.

I corpi di altre cinque bambine vennero rinvenuti con gli stessi abusi. Ma fu quello del 5 giugno 1924, ai danni di Bianca Carlieri, di soli tre anni, a scatenare un'ondata di indignazione. La notizia però passo in secondo piano quando l'improvvisa scomparsa del deputato socialista Giacomo Matteotti scosse la nazione.

LE INDAGINI - Brancolando in ipotesi a volte originali, le forze dell'ordine iniziarono ad effettuare fermi di invalidi, storpi e dementi, in un clima di testimonianze talvolta improbabili. Un vetturino, devastato dalla vergogna di essere sospettato nel quartiere come l'assassino, si uccise avvelenandosi con l'acido muriatico. Nonostante le numerose piste che descrivono l'aggressore come un uomo alto, sulla cinquantina, ben vestito e con i baffi, i poliziotti arrestano, sotto la pressione del colpevole ad ogni costo, Gino Girolimoni, un mediatore di cause per infortuni.

La notizia del suo fermo fu pubblicata dai giornali con titoli sensazionalistici. L'Agenzia Stefani, pilotata dal Governo, il 9 maggio 1927, scrisse che dopo "laboriose indagini" erano state raccolte "prove irrefutabili" contro di lui. In realtà contro Girlimoni esistevano riscontri incerti, ma il gioco era fatto. Tuttavia l'inconsistenza delle accuse e il coraggio di alcuni giudici che resistettero all'atmosfera di condanna aprioristica e rassicurante, portarono al proscioglimento dell'imputato l'8 marzo 1928. Contro Girolimoni erano state persino fabbricate delle prove per incriminarlo. Il commissario Giuseppe Dosi ottenne la riapertura del caso. La sua onestà professionale lo portò a insistere sull'estraneità dell’accusato. Nel frattempo Gino aveva comunque scontato undici mesi di carcere. La notizia della sua innocenza passò sotto silenzio per ragioni di convenienza politica. Solo alcuni quotidiani, con dei trafiletti, nelle pagine interne, parlarono della vicenda. Il vero colpevole rimase nell'oblio, nonostante i sospetti nei confronti di un pastore protestante inglese,  Ralph Lyonel Brydges, sul quale Dosi raccolse ben 90 indizi a carico. Convinse i suoi superiori a fermare il reverendo, nel frattempo ritornato in Inghilterra, in quanto venne a conoscenza che Brydges si era imbarcato a Londra sulla nave inglese diretta a Suez, ma che avrebbe fatto scalo a Genova. Fu qui che Dosi gli notificò l’ordinanza di fermo. Durante la perquisizione, emersero nuovi indizi. Un taccuino con sopra annotati i luoghi ove erano avvenute le sparizioni delle bambine, un paio di fazzoletti bianchi compatibili con quelli utilizzati per strangolare le bimbe, ritagli di giornali che parlavano di omicidi di bambine avvenuti in Svizzera,in Germania e in Sud Africa. L'inchiesta fornì elementi secondo i quali il Brydges era stato in questi luoghi nei periodi in cui erano stato consumati i delitti.

Dosi ottenne il trasferimento a Roma del religioso. Brydges venne rinchiuso in un ospedale psichiatrico. Una perizia stabilì che il pastore era capace dei delitti addebitatigli. Nonostante gli elementi raccolti il 23 ottobre 1929 venne prosciolto dalla Corte di Appello di Roma “per insufficienza di prove”. L’11 febbraio di quell’anno erano stati firmati tra Mussolini e il Vaticano i Patti Lateranensi. Il pastore venne scarcerato, lasciò subito l’Italia e fece perdere le sue tracce.

Dosi, più tardi, fu osteggiato dai suoi superiori per il suo comportamento integerrimo ed onesto. In seguito fu persino arrestato, portato a Regina Coeli e in seguito internato per 17 mesi, tra pane e docce gelate, nel manicomio di Santa Maria della Pietà a Roma.

Fu reintegrato nella Polizia solo dopo la caduta del Fascismo. Contribuì alla nascita dell'Interpol, organizzazione dedita al contrasto del crimine internazionale, di cui coniò anche il nome.

Girolimoni, tornato alla quotidianità, vide il suo cognome finire nell'immaginario collettivo come sinonimo di ''pedofilo'', almeno fino agli cinquanta, tale fu l'impatto sull'immaginario popolare. Non fu mai totalmente riabilitato in vita. Sulla sua storia venne realizzato in seguito un bellissimo film di Damiano Damiani, ''Girolimoni, il mostro di Roma'', con una enorme interpretazione di Nino Manfredi. La canzone principale del film, composta da Riz Ortolani, recita: ''Nun ve fate illusioni/ cattivi o boni/ è facile finì Girolimoni''. Un monito contro la malagiustizia.

 


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