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Quando Renato Nicolini cambiò il modo di vivere Roma. Un magnifico visionario - IL VIDEO

ACCADDE OGGI – Il 4 Agosto del 2012 moriva l’ideatore dell’Estate Romana. Un grande intellettuale, che sconfisse la paura quando si sparava per le strade

ilmamilio.it

C’è stato un momento storico per la città di Roma, un cambio di rotta. Un momento in cui la cultura evase dai loghi deputati e circostanziati ed invase le piazze e le strade. Una novità piacevole, che cambiò il volto di una città che viveva di scontri politici, di morti, di attentai, di morte. Era il 1977 e Renato Nicolini, Assessore alla Cultura,  pensò a una risposta a tutto ciò, tracciando un percorso che hanno poi sfruttato e ripensato tanti altri. Era l'Estate Romana, una intuizione allegra e festosa, una vera opposizione culturale alla cappa di inquietudine e repressione che circolava alla fine dei settanta del Novecento. L’effimero, così lo etichettarono, contro il terrorismo e la violenza. Un dato per far comprendere: solo in quel periodo si contarono duemila attentati di natura politica, una dozzina di morti, centinaia di gambizzati, attentati, decine di evasioni, rapine quotidiane, scontri continui di piazza.

A Roma, in quegli anni, prima di Nicolini, la politica culturale non esisteva. Arrivata l’estate finiva tutto. Un click sull’interruttore. Le cantine, i posti convenzionali: tutto chiuso o quasi. Nicolini lavorò invece su un’idea formidabile, che oggi sembra del tutto normale: offrire qualcosa che colpisse l’immaginazione, cambiando strada.

Nacque tutto a Massenzio. La Basilica. 25 Agosto, con il ‘Cinema epico’. Il 25 Agosto 1977 si aprì la prima rassegna cinematografica all’aperto con ‘’Senso”, di Luchino Visconti. Si materializzò così l’allargamento del Cine Club, luogo di riflessione chiuso, alla forma popolare e aperta. Un’irruzione nelle modalità stantie.

La risposta dei romani fu incredibile. Ed anche quando l’ingresso diventò a pagamento, il giorno successivo la prima serata, il successo fu il medesimo. 4mila persone ammassate per assistere alla ‘Maratona del Pianeta delle Scimmie’. Il grande schermo rientrò dalla porta principale al centro del dibattito, miscelando l’alto e il basso. Un divertimento aggregante di studenti, ceti medi, sottoproletariato, di giovani che si facevano le canne a cinque metri dalle famiglie romane con il padellone di pasta appresso. Un momento di pace, una zona franca fuori della trincea politica. Un terreno interclassista, intergenerazionale, persino per vedere il ‘Napoleon’ di Abel Gance con l’orchestra dal vivo. Un sogno realizzato e nuovo: la cultura partecipata. Una tappa di sviluppo che produsse, nel 1978, con il “Doppio gioco dell’immaginario”, 200 film e 50mila presenze. Tutti insieme, nel gusto della compagnia e della comunità. Senza costare una lira al Comune, che rientrava delle spese con il prezzo modico dell’ingresso.

Renato Nicolini era figlio di Roberto, architetto dell'Istituto Fascista Autonomo Case popolari di Roma. Laureato in architettura, nel luglio 1969, con la tesi “Realizzazione di una struttura espositiva nel luogo del Monumento a Vittorio Emanuele II”, negli anni 1967 e 1968, prima di conseguire la laurea, scriveva sul 'Dizionario di Architettura ed Urbanistica'. Tra i suoi progetti di concorso, il Teatro di Forlì (1970, ammesso al secondo grado), la sistemazione delle Halles di Parigi (capogruppo Franco Purini, vincitore ex aequo). Era impegnato nelle file del Partito Comunista Italiano, segretario della sezione di Campo Marzio. Fino a quando Giulio Carlo Argan lo nominò assessore. Continuò nell’incarico con l’ultimo sindaco veramente amato a Roma, Luigi Petroselli, ed Ugo Vetere.

Il bagaglio culturale e di vita, consentirono a Nicolini di amalgamare un gruppo di collaboratori di primo ordine per organizzare un'esperienza unica e lunga quasi un decennio. Esperienza condivisa - al momento delle iniziative - anche da quelli che non avevano niente da fare e dagli intellettuali, nella convinzione che il cinema non fosse solo impegno, ovvero la pellicola 'cecoslovacca con sottotitoli in russo', per dirla con la saga Fantozziana, ma anche la possibilità di unire coscienze e appartenenze diverse senza tensioni (a Roma probabilmente solo nell'Estate Romana democristiani, comunisti e fascisti stavano seduti insieme, magari senza conoscersi). Un evento.

Nicolini fu per questo un Majakovskij gettato nel bel mezzo della politica pesante, burocratica, delle sezioni e degli ordini del giorno. Un uomo sensibile, il quale offrì la fantasia dell’arte pubblica a migliaia di cittadini. Iniziò a sconfiggere lui la paura delle armi che ti chiudevano in casa, ma ebbe anche un ulteriore valore aggiunto. Nei momenti di estrema violenza sociale (e Roma aveva punte di odio profonde), infatti, gli esseri umani inventano sempre dei modi per sopravvivere, per liberarsi. Nicolini mischiò l’aspetto colto, il sociale, il popolare e la leggerezza proponendo una tregua: illuminata e splendente.

Emerse così una Roma diversa, una città narrativa che faceva entrare in conflitto l’umanità delle periferie con la vecchia testimonianza del passato, tramite assonanze misteriose e affascinanti. Piene di letture e controletture. Un’avventura che segnò la fine di un decennio di cambiamenti epocali con l’incredibile bolgia del Festival della poesia di Castel Porziano (a cui aderirono Dacia Maraini e Dario Bellezza - contestati dal pubblico - e tutti i ‘miti’ della ‘Beat Generation’), ove il crollo placido del palco degli artisti spiegò fine simbolica di un itinerario e l’inizio degli ottanta, quelli del riflusso e del disimpegno.

Ma l’Estate Romana fu anche ‘Parco Centrale, la manifestazione teorica, dove non c’era più solo il cinema, ma un organismo urbano composto da quattro piccole città fuori delle Mura Aureliane. Un fatto estetico, arricchito dal teatro (a Sabotino, dove c’erano due edifici popolari demoliti), dall’area archeologica (la pista da ballo), dal riuso dell’archeologia industriale al Mattatoio (la città del rock) o da Villa Torlonia, riaperta da poco, trasformata nella città della televisione. Un attimo fuggente, in ogni suo aspetto.

Tutto ciò venne chiamato ‘effimero’, e in effetti durava quello che durava. Ma come la vita, del resto. Tuttavia non c’era alcuna superficialità, sopratutto. Era il ‘Meraviglioso urbano’, invece. Non solo consumo, fruizione del momento, bensì un modello. Per queste ragioni Nicolini  ha tutto il diritto di essere annoverato tra coloro che Roma l’hanno amata davvero. Fermando il tempo prima del disastro, inventandosi l'idea di un’altra città, trasformando i rapporti tra le persone e le cose, consacrando la felicità degli esseri umani. Quello che non esiste più, oggi.

Un Nicolini ci vorrebbe ancora. Questo si, ne siamo sicuri.

(Nella foto: Renato Nicolini, nel 1979, al Festival di Castel Porziano)