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E’ morto Claudio Lolli: la musica, l’impegno, la politica, la poesia. Si è spenta una voce indipendente

ITALIA (attualità) - Lutto nel mondo della musica italiana

ilmamilio.it 

Non ha mai avuto un successo popolare. Dicevano fosse di 'nicchia', Claudio Lolli. La particolarità della sua musica non è stata mai compatibile, per tutta la carriera, con il circuito radiofonico nazionale o il Festival di Sanremo. Tuttavia ha goduto del suo fare poesia senza riempire le arene. Questo perché Claudio Lolli, morto a 68 anni, un poeta lo era davvero. Cantava la vecchia e piccola Borghesia che sarebbe stata spazzata via, salvo poi accorgersi che alla fine l'unica cosa ad essere spazzata via (assieme alla borghesia stessa) era stata la classe operaia, quell'umanità di cui cantava sofferenze, gioie, rivendicazioni, sogni. Non era un cantante da radio commerciale, dicevamo, e se ne beava. Anzi, se ne fregava. Ha saputo conservarsi il suo pubblico e ha cantato sempre quello che voleva. Non faceva da 'riempitivo', ma proponeva contenuti, idee. Visioni. Speranze. Dolori.

Era fuori moda, Claudio Lolli, perché gli autori come lui proprio non emergono più. Con la fine degli ‘ismi’, è stato in parte dimenticato. Ma solo da coloro che sono più distratti, che seguono il flusso di ciò che accade senza buttarsi qualche volta sulla riva per veder passare il fiume e guardare anche un po' più in là. Esplose in anni di grandi vitalità e di energia. “Avere 27 anni nel 1977 era un gran bel colpo di culo’, affermò. Aveva ragione, ma quei tempi, quella generazione, andava interpretata. Seppe farlo. Cantando ‘Aspettando Godot’, ‘Ho visto degli zingari felici’, ‘Disoccupate le strade dai sogni’, 'Anna di Francia', poi più tardi con 'Curva sud’ o ‘Dita’. Se non conoscete questi brani (e per molti di voi sarà così) andate ad ascoltarli. 

La forza di Claudio Lolli è stata quella di scrivere capolavori per tanti sconosciuti. Brani schierati, politici, eppure al tempo stesso universali e collettivi, tutti ispirati da quella musica che lo ha cercato, scelto, eletto.

Amava Bertolt Brecht e stare, per dirla proprio con il drammaturgo tedesco, dalla ‘parte del torto’. Guardava a Samuel Beckett o Ernest Hemingway. Era nato a Bologna nel 1950 e venne portato alla Emi da Francesco Guccini. Dalla Bologna delle Osterie, il suo stile divenne immediatamente riconoscibile, simbolo dell'insoddisfazione più profonda della generazione successiva alla grande ubriacatura del 1968. Con le sue canzoni fatte di arrangiamenti ridotti ed essenziali, impresse il suo stile in sintonia con i tempi, divenne uno degli autori più trasmessi dalle cosiddette "radio libere" (quelle sì) e uno degli esponenti di talento della seconda generazione di cantautori immersa nei dibattiti ideologici e sociali, nelle contestazioni e nelle auto-contestazioni. 

A metà degli anni settanta si liberò dall'etichetta ridicola dell'essere un 'pò triste' (l’Italia è il paese delle etichette eterne) con un disco dal valore incontrovertibile come Ho visto anche degli zingari felici, dove l’attualità, l‘odore delle pietre delle piazze, le rivendicazioni, i diritti, il terrorismo, gli attentati, l’utopia, la rivoluzione cercata e non trovata, gli emarginati o il femminismo fecero il loro ingresso sulla scena con un tesoro di contenuti, lirica e musica straordinariamente eccellenti, dove i riferimenti jazz e gli arrangiamenti raffinati trovarono sbocco anche nel periodo successivo di 'Disoccupate le strade dai sogni' con l'etichetta indipendente 'Ultima Spiaggia'. Una scommessa complessa, difficile, pagata sul piano della visibilità e del successo.

Finiti gli anni dell’impegno, in parte si ritirò e in parte pensò ad altri progetti. Ha continuato a cantare e scrivere fino al recente Il grande freddo, Targa Tenco per il miglior album dell'anno.

E’ stato il cantante di una 'certa generazione', ma è stato anche altro. Tanta musica, poesia, ma anche la virtù di saper guardare e percorrere i tempi in parte consapevole delle proprie convinzioni e in parte libero di esprimersi come meglio ha potuto e voluto. Un indipendente. Un artista libero. Che a dirla tutta oggi è un gran bel complimento, nell’epoca dell’apparenza totale e dello svilimento di molta musica a merce di passaggio.