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12 agosto 1944: Sant’Anna di Stazzema, il massacro di 560 civili italiani. L'orrore di 130 bambini uccisi

ACCADDE OGGI - L'orribile strage dei militari tedeschi, una delle pagine più agghiaccianti della seconda guerra mondiale

ilmamilio.it

Nel 1944 Sant’Anna di Stazzema, in Alta Versilia, aveva circa 300 abitanti. Contadini poveri, minatori occupati nelle miniere di ferro e di zolfo. A causa della guerra, tra quelle casine sparse o raccolte in piccole frazioni, erano alloggiati circa 700 sfollati. Tra loro molte donne e bambini. Il 12 agosto del 1944, durante la guerra civile e di liberazione che insanguinava tutto il nord d’Italia, la violenza aggredì questa ‘isola’ del mondo in un ‘ondata di orrore con pochi paragoni.

A Sant’Anna all’epoca si viveva come nel secolo prima. Niente elettricità, nessun servizio, una mulattiera di collegamento. Chi trasportava le merci lo faceva a mano, con l’asino, una mucca. Era ancora quell’umanità che univa la stalla, la cucina e la camera da letto più o meno nello stesso ambiente.  "Quando arrivarono i tedeschi - ricorda uno dei testimoni - eravamo tutti intorno al tavolo e ‘Raus! Shnell!’ ci spinsero fuori verso la piazza della chiesa. Camminavamo insieme alla famiglia Pierotti, di Pietrasanta, sfollata in casa di mia nonna: improvviso arriva un contrordine, e ci fanno entrare dentro la cucina della famiglia Pierotti, che era anche camera da letto. C’erano i materassi, le coperte, si erano alzati di fretta: appena entrammo iniziarono a sparare. In 5 minuti sterminarono due famiglie".

Arroccata tra le colline Versiliesi, Sant’Anna era un posto nascosto, un luogo silenzioso, difficile da raggiungere. In piena Seconda Guerra Mondiale, il piccolo centro di Sant’Anna di Stazzema era stato dichiarato “zona bianca” dal comando tedesco. Era apparentemente protetto. Fu oggetto, invece, di una strage dichiarata “crimine contro l’umanità” in cui morirono 560 civili di cui 130 bambini per mano dei soldati tedeschi comandati dal generale Max Simon.

Fu un’alba orribile, quella, quando la sedicesima divisione “Reichfuhrer SS” (e alcuni membri della 36ª brigata "Mussolini" travestiti con divise tedesche), accerchiò tutta la zona in modo tale che nessuno potesse scappare.  Le persone vennero rastrellate, chiuse nelle case e nelle stalle e uccise con colpi di mitra e bombe a mano. Dopo, tutto venne incendiato. Molti altri furono radunati sulla piazza della chiesa insieme al parroco Don Innocenzo Lazzeri. Alcuni si erano portati dietro le foto della loro famiglia per essere identificati, nella paura della morte. Le mitragliatrici ai lati della piazza iniziarono a sparare. Donne, bambini, anziani. Tutti morti. Tutti italiani. I loro corpi furono bruciati usando come combustibile le panche della chiesa. La più piccola delle vittime si chiamava Anna Pardini. Aveva solo 20 giorni.

Verso mezzogiorno a Sant'Anna di vivo non c'era praticamente più nessuno. Un soldato tedesco, testimone dell’eccidio, ricorderà in seguito che quando si allontanò sotto i platani c'erano una montagna di cadaveri accatastati davanti a un grande crocefisso. Alcuni soldati finirono di scaricare i mitra su un organo dietro l'altare, spezzando la fonte battesimale in marmo con una granata. Poi il rogo per cancellare quel che era rimasto. Il giorno successivo si contarono 132 cadaveri carbonizzati solo nella piazza, più di 400 quelli nel villaggio.

Bambini giocano a Sant'Anna

Dei dettagli della strage poco si seppe fino a quando un funzionario dell'amministrazione giudiziaria romana scoprì dei documenti in un armadio, con le ante rivolte contro il muro, mentre cercava i documenti relativi al caso di Erich Priebke, condannato per la strage delle Fosse Ardeatine. Quell’armadio non era stato messo così per un errore. Quando in piena Guerra fredda la Germania entrò a far parte della Nato, in Italia si temeva che il tentativo di far luce sulle stragi della seconda guerra mondiale avrebbe potuto creare problemi nei rapporti internazionali. Quei documenti, così, rimasero nascosti per decenni.

L'ufficio informazioni del comando tedesco affermò, nelle ore seguenti il massacro di Sant'Anna, che nell'operazione 270 "banditi" erano stati uccisi, 68 presi prigionieri e 208 "uomini sospetti" assegnati al lavoro coatto. Una successiva comunicazione precisò che "altri 353 civili sospettati di connivenza con le bande" erano stati catturati, di cui 209 trasferiti nel campo di raccolta di Lucca. In realtà, vista la dinamica dei fatti, non si trattò di rappresaglia, di un crimine compiuto in risposta ad un'altra azione del nemico. La procura militare di La Spezia parlò di un atto terroristico premeditato con l'obiettivo di distruggere il paese e sterminare la popolazione per rompere ogni collegamento fra i civili e le formazioni partigiane presenti nella zona.

Il 1º ottobre 2012 la Procura di Stoccarda ha archiviato l'inchiesta. I reati di omicidio e concorso in omicidio per l'eccidio non sono stati prescritti, tuttavia, secondo la magistratura tedesca, sarebbe stato necessario, per l'emissione di un atto di accusa, che venisse comprovata per ogni singolo imputato la sua partecipazione alla strage. Ciò non è stato ritenuto possibile. Inoltre, non è più possibile accertare se la strage sia stata effettivamente un atto premeditato contro la popolazione civile, in quanto è presumibile che gli obiettivi dell'azione militare siano stati la lotta antipartigiana e il rastrellamento di uomini da deportare ai lavori forzati in Germania. Una visione diversa da quella accertata dalle condanne emesse dall'Italia in Cassazione.

Sul vicino Col di Cava sorge un monumento-ossario che raccoglie i resti delle vittime con una bella scultura, in pietra locale, opera di Vincenzo Gasperetti. Raffigura una madre che stringe al petto la figlioletta morta. Perché Sant’Anna fu anche, e forse sopratutto, una violenza contro il futuro simbolicamente espresso da donne e bambini. Per questo ancora più terrificante.

(nella foto sotto: bambini giocano a Sant'Anna nel periodo antecedente la strage)