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L’autonomia intellettuale di Giuseppe Di Vittorio, il bracciante che cambiò il sindacalismo da uomo libero. Oggi più attuale che mai

ACCADDE OGGI – Nasce l’11 agosto del 1892 il sindacalista che fu bracciante e antifascista e si oppose all’invasione dei carri di Mosca in Ungheria

ilmamilio.it 

Giuseppe Di Vittorio si portò dietro, per tutta la vita, le sue radici profonde. Quelle che non gelano mai, per dirla con Tolkien. Non dimenticò mai da dove era venuto. Rimase se stesso, rivendicando i diritti dei braccianti, attraversando due guerre mondiali, da confinato e da esiliato, da resistente e anima del movimento operaio. Seppe mantenere salda la sua autonomia intellettuale anche sfidando gli eventi, le gerarchie. Così come aveva imparato lottando tra i campi, contro chi non garantiva diritti e pane. Un uomo di azione, passionale.

Nato da una famiglia di braccianti, l’11 agosto 1892, fu antifascista e si oppose anche all’invasione dell’Ungheria da parte dei carri armati sovietici. Con tutte le conseguenze che si possono immaginare per entrambe le scelte, sul piano personale e politico.

Nel suo ultimo discorso a Lecco, disse: “Lo so, cari compagni, che la vita del militante sindacale di base è una vita di sacrifici. Conosco le amarezze, le delusioni, il tempo talvolta che richiede l’attività sindacale, con risultati non del tutto soddisfacenti. Conosco bene tutto questo, perché anch’io sono stato attivista sindacale: voi sapete bene che io non provengo dall’alto, provengo dal basso, ho cominciato a fare il socio del mio sindacato di categoria, poi il membro del Consiglio del sindacato, poi il Segretario del sindacato, e così via: quindi, tutto quello che voi fate, che voi soffrite, di cui qualche volta anche avete soddisfazione, io l’ho fatto. Gli attivisti del nostro sindacato, però, possono avere la profonda soddisfazione di servire una causa veramente alta”. Mancava poco alla sua morte. Era il 3 Novembre del 1957. Un testamento vero e proprio, questo, che ci consegna la visione umana e militante di uomo che per tutta la vita stette dalla parte degli ultimi, dei rinnegati, degli operai, dei diritti per garantire un pezzo di pane e la dignità agli uomini e alle donne che lavoravavano.

Da adolescente capì che per far valere le sue rivendicazioni nelle condizioni di vita in cui era, sarebbe dovuto uscire dalla sua condizione di semianalfabeta. Si impegnò nell’istruzione, si procurò un vocabolario e cominciò a costruirsi, da autodidatta, la sua cultura e il suo pensiero, le sue conoscenze e le sue basi.

A Cerignola crebbe dentro quella che era in Puglia la classe sociale più numerosa del tempo, quei braccianti che ancora oggi sono nelle cronache con dinamiche che molto somigliano, nelle denunce e nei fatti, a quelle di un secolo fa. L’esperienza di bracciante-bambino è la più importante scuola di vita che forma la sua cultura del lavoro, gli fa conoscere il senso profondo delle differenze sociali di un mondo senza regole e tutele.

A soli 15 anni Giuseppe è tra i promotori del Circolo giovanile socialista di Cerignola e nel 1911 dirige la Camera del Lavoro di Minervino Murge. Sarà poi direttore della Camera del Lavoro di Bari, dove organizzerà una difesa della sede contro le squadre fasciste di Caradonna. In questi anni è già una istituzione, un punto di riferimento. Negli anni antecedenti aveva aderito aderito al sindacalismo rivoluzionario e nel 1912 fu eletto nel comitato centrale dell'Unione Sindacale Italiana nel corso del congresso fondativo. Sono anni di lotte, di repressioni, di carcerazioni. Inizialmente antimilitarista, condivise le tesi ‘interventiste’. Assegnato al 1º reggimento bersaglieri, fu ferito gravemente nel 1916. Tornò segretario della Camera del lavoro di Cerignola e membro, fino al 1921, del comitato centrale dell'USI.

Dal 1924 passa nelle file del Partito Comunista Italiano e viene eletto deputato nelle elezioni politiche dello stesso anno. E’ un grande comunicatore del suo tempo, capace di un linguaggio semplice, veloce, efficace che viene compreso dalla classe operaia in crescita e dai contadini, con una particolare attenzione per quest’ultimi, sempre più al margine della vita economica, sociale e culturale dell'Italia con la lenta e graduale trasformazione delle città. Fattore, questo, che esploderà nel dopoguerra con la sprovincializzazione di intere aree.

Nel 1925, ormai ritenuto un sovversivo dal regime fascista entrato al potere definitivamente con le ‘leggi speciali’, viene condannato a dodici anni di carcere, ma riesce a fuggire in Francia. Dal 1928 al 1930 soggiorna in Unione Sovietica, rappresentando l'Italia nella Internazionale Contadina, poi torna a Parigi ed entra nel gruppo dirigente del PCI. Partecipa alla guerra civile spagnola. Nel 1941 viene arrestato dalla polizia fascista e mandato al confino a Ventotene. Due anni dopo viene liberato dai partigiani: negli ultimi due anni della seconda guerra mondiale prende parte alla Resistenza tra le file delle Brigate Garibaldi. E’ un periodo difficile, di lutti, di tensioni sociali, di sconfitte e di conquista dei diritti fondamentali e della democrazia a lungo inseguiti nel corso della dittatura.

Nel 1945, finita la guerra, viene eletto segretario della CGIL ricostituita l'anno prima grazie al cosiddetto "patto di Roma" con cattolici e socialisti. L'unità sindacale dura fino al 1948, quando, in occasione dello sciopero generale politico per l'attentato contro Palmiro Togliatti e le reazioni nelle piazze delle città italiane, la corrente cattolica si scinde per fondare la CISL, mentre un’azione analoga è fatta dai socialdemocratici con la fondazione della UIL.

L’Italia è nella sua fase di ricostruzione e il lavoro torna al centro di ogni dibattito politico. Di Vittorio è in prima linea, ancora una volta, per rappresentare le masse che dal nord al sud chiedono un’esistenza di riscatto. Il quadro internazionale è cambiato: la contrapposizione dei blocchi separa l’umanità tra atlantisti e sovietici. Lui, anche in questo caso, riesce a mantenersi libero dai condizionamenti e nel 1956 suscita grande scalpore la sua presa di posizione contro l'invasione sovietica in Ungheria, un’opinione che differisce completamente da quella ufficiale del Partito Comunista. Da tre anni era stato eletto presidente della Federazione Sindacale Mondiale.

Di Vittorio continuerà a guidare la CGIL fino al 3 novembre 1957 a Lecco, ove morì successivamente ad un incontro avvenuto con alcuni delegati del movimento sindacale. E’ rimasto, anche per i fatti di drammatica attualità che viviamo, una figura attuale. Ebbe una sua autonomia culturale nella sinistra che non si piegò di fronte ai poteri forti (esterni ed interni). La sua linea politica aveva in sé elementi centrali che tendono oggi ad essere messi continuamente in discussione: la scuola, l´educazione, le garanzie, il problema della formazione del cittadino di domani.

Diceva: "È giusto che in Italia, mentre i grandi monopoli continuano a moltiplicare i loro profitti e le loro ricchezze, ai lavoratori non rimangano che le briciole? È giusto che il salario dei lavoratori sia al di sotto dei bisogni vitali dei lavoratori stessi e delle loro famiglie, delle loro creature? È giusto questo? Di questo dobbiamo parlare, perché questo è il compito del sindacato”. Parole valide e dirompenti nella società che viviamo e in intere porzioni della nostra Penisola. Lì dove lui fu bambino e bracciante, sopratutto, si sente ancora il bisogno di questa spinta emotiva e ideale che oggi è portata avanti da coraggiosi lavoratori provenienti dal sud del Mondo. Spesso sfruttati, malpagati, vessati, baraccati. Uomini e donne che sopravvivono dentro un inferno quotidiano che ha bisogno di trasformarsi in un futuro di speranze e di regole.

La lezione di Di Vittorio, in questo senso, può ancora tornare utile.