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Jim Morrison e la ricerca di quel varco verso l’infinito

 

ACCADDE OGGI - Il 3 luglio del 1971 muore a Parigi il leader dei Doors. Un controverso talento musicale e un esempio di intellettuale tra i più raffinati del novecento

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A Père-Lachaise, il cimitero parigino che sembra il viaggio dentro la mitologia dell'età contemporanea, Jim Morrison giace in compagnia di molti degli artisti che amava o che aveva letto. Sulla sua lapide un epitaffio in lingua greca che assorbe la sintesi di un'esistenza: ''Fedele al suo Spirito''. Un inno alla coerenza di una delle più interessanti figure della cultura dello scorso secolo.

La letteratura, lo sciamanesimo, Dioniso, l'arte antica e moderna, la filosofia, il viaggio mentale, la poesia e la costante ricerca di una luce, di quell'infinito che lo portava alla conoscenza e alla ricerca: Morrison è stato tutto questo. La musica e il rock, che lo hanno reso famoso, sono la cornice di un ritratto più profondo.

Jim Morrison, al secolo James Douglas, si mise alla ricerca dell'infinito, di quel varco, cercandolo persino dentro gli eccessi. Il nome del suo leggendario gruppo, The Doors, nacque non a caso estrapolandolo dal libro di Aldous Huxley, ''Le porte della percezione'' (1954), ove è contenuta questa frase di William Blake: ''Se le porte della percezione fossero spalancate, ogni cosa apparirebbe all'uomo come realmente è, infinita''.

Poeta come pochi ne nascono in un secolo, era cresciuto dentro una famiglia borghese. Il padre era stato il più giovane ammiraglio della Marina degli Stati Uniti d'America, la madre casalinga. Jim per tutta l'infanzia e l'adolescenza abita nei luoghi più disparati, seguendo gli spostamenti dovuti alla professione del padre. Una vita instabile, che lo porta ora in Florida oppure sul Golfo del Messico. Durante uno di questi viaggi in automobile, vive una delle esperienze che più lo segna e diventa in seguito fonte di ispirazione. A seguito di un incidente automobilistico, infatti, scopre per la prima volta la morte, scorgendo sulla strada i corpi appartenenti ad un gruppo di lavoratori indiani della tribù Pueblo. L'artista più tardi asserirà di aver sentito in quel momento l'anima di uno shamano deceduto nell'episodio, entrare dentro di lui. Ray Manzarek, membro dei Doors, ricordando qualche anno più tardi l'amico, dichiarò: "Non era un musicista. Non era un attore. Non era un uomo di spettacolo. Era uno sciamano. Era posseduto". Morrison risentì molto dell’influsso della cultura sciamanica, nella quale sono frequenti i riferimenti agli elementi della terra e agli animali verso i quali, ad esempio i nativi americani, nutrono un forte culto. Il serpente, la lucertola o i rettili in generale divengono incarnazione dell’oscuro, simbolo di un misterioso male da adorare, ma anche segno di sensualità, di ''rinascita''. Un aforisma di Nietzche rammentava che mentre se un uomo viene privato di un arto muore, mentre se a una lucertola viene tagliata la coda questa trova il modo di vivere.

La prima gioventù di Morrison giunge fino a Washington, Los Angeles, San Francisco e nel frattempo si permea di studi filosofici. Sarà Friederich Nietzsche a influenzarlo maggiormente. Preferì proprio per questo l'intensità dell'esistenza alla longevità, accettando la difficile la sfida di creare se stesso. A Morrison, non a caso, si è associato questo passaggio del filosofo di Rocken: "Dire sì alla vita perfino di fronte ai problemi più strani e ostici; la volontà di vivere esulta perfino di fronte al sacrificio dei suoi simboli più elevati - è questo ciò che ho definito Dionisiaco, quello che concepisco come ponte tra la psicologia e il poeta tragico. Lo scopo non è sbarazzarsi del terrore e della pietà, non è quello di salvaguardare l'essere dai pericolosi effetti della sua violenta liberazione, ma è quello di porre l'essere quale inizio dell'eterna gioia, oltre tutto il terrore e la pietà". Secondo la mitologia greca, Dioniso girava il mondo seguito da ninfe e satiri. Dio giovane e bello, attirava verso la sua figura un culto d’adorazione che si concludeva con dissolute baldorie. Le feste in suo onore che si tenevano ad Atene diedero luogo alle prime rappresentazioni teatrali greche. Poesia, filosofia, divinità: temi che si ripercorrono e si rincorrono nella mente dell’artista nato a Melbourne.

''Re Lucertola'', divinità delirante a suo modo e senza regole, sapeva leggere ad amare Jack Kerouac, le poesie di Allen Ginsberg, Rimbaud, ma era fondamentalmente estraneo al conformismo hippy. Non era vegetariano, non seguiva lo slogan “Pace e Amore”. Tant'è che non mancò di guardare ''i beneficiari delle opere assistenziali con lo stesso disprezzo che provava per i mendicanti capelloni''. Era per questo un uomo non conforme. Non ebbe timore, ad esempio, di ispirarsi al ''Viaggio al termine della notte'' di Céline, controverso scrittore accusato di antisemitismo, per uno dei testi delle sue canzoni: End of the night.

Alla fine della sua esistenza mostrò sempre di più la sua insofferenza verso il pubblico, verso lo spazio privilegiato di una scena, di un palco in cui esibirsi. Diventò a tutti gli affetti un poeta. Ma l'ombra del successo, della rockstar da rivista patinata, fu sempre lì, in agguato, a minacciarlo o a incensarlo. Trovò così un nuovo approdo a Parigi. La sua morte prematura, a 27 anni come Jimi Hendirx e Jenis Joplin, gli attribuì la fama del ''maledetto'' che lasciava la vita terrena anzitempo.

Fu qualcosa di molto più alto e nobile. Irregolare. Eterno. O meglio: infinito.


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