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Don Lorenzo Milani e quell’insegnamento immortale: “Ogni parola che non impari oggi è un calcio nel culo domani”

ACCADDE OGGI – Profilo del sacerdote morto il 26 Giugno 1967. Una finestra aperta sul mondo, una preghiera scomoda per il suo tempo

ilmamilio.it 

Don Lorenzo Milani non era nato tra i poveri, ma ai poveri e agli ultimi guardò con amore. Praticò percorsi difficili da comprendere per il suo tempo. La sua era un'inquietudine spirituale – come ha ricordato Papa Francesco –  alimentata dall'amore per Cristo, per il Vangelo, per la Chiesa, per la società e per una scuola che sognava come 'un ospedale da campo' per soccorrere i feriti, per recuperare gli emarginati.

Apprendere, conoscere, sapere e non rimanere impassibile di fronte ai problemi della quotidianità erano le coordinate che don Lorenzo frequentava quotidianamente.

Figlio di un'agiata famiglia di intellettuali fiorentini, secondogenito di Albano Milani e Alice Weiss, pronipote del filologo Domenico Comparetti e di sua moglie Elena Raffalovich, sostenitrice e creatrice dei giardini d'infanzia froebeliani, Lorenzo conobbe le vie del signore attraverso la cultura e la fede.

Nell'estate del 1942, durante una vacanza a Gigliola (Montespertoli), per via della sua passione per la pittura, decise di affrescare una cappella. Durante i lavori, rinvenne un vecchio messale la cui lettura lo appassionò in modo inaspettato. Si interessò allora di liturgia e questo fu il suo primo vero contatto con il cristianesimo. Ma venne un momento di profondità ancora più radicale, che lo portò, nell'Italia sull'orlo del baratro, nel giugno del 1943, alla piena conversione. L'inizio di questa svolta fu il colloquio con don Raffaele Bensi, in seguito suo direttore spirituale. Il 9 novembre dello stesso anno entrò nel seminario di Cestello in Oltrarno. Da subito iniziò a confrontarsi con quelle regole, quelle prudenze e quei manierismi che ai suoi occhi apparivano da lontani dalla semplicità del Vangelo, dal suo spirito profondo.

Una volta ordinato sacerdote, venne inviato a San Donato di Calenzano, ove lavorò per una scuola popolare di operai. Fu qui, in queste circostanze di sofferenza e di povertà, che scrisse ''Esperienze Pastorali'', il viatico di un percorso che lo portò a condurre una battaglia quasi del tutto personale, ma nell'obbedienza, che nel dicembre del 1954, a causa di screzi con la Curia di Firenze, culminò con il suo esilio a Barbiana, sperduto e sconosciuto paesino sul Monte Giovi, dove intraprese il primo tentativo di scuola a tempo pieno rivolta alle classi popolari e contadine.

Organizzò la sua scuola in un paio di stanze della canonica annessa alla piccola chiesa. Attorno solo poche case, casolari sparsi. Con il bel tempo i suoi alunni si abituarono a svolgere le lezioni all’aperto, sotto il pergolato, in un momento di collettività in cui la regola principale era che chi sapeva di più aiutava chi sapeva di meno. Un'esperienza che cambiò persino Don Lorenzo, il quale decise di mettere a frutto il lavoro di quei giorni in una serie di scritti, ''Lettera a una professoressa'' (1967), in cui i ragazzi della scuola denunciarono un sistema scolastico che tendeva ad escludere, anziché ad includere, e che lasciava nella piaga dell'analfabetismo i più poveri e coloro che non si potevano permettere un'istruzione.

Don Lorenzo, attraverso i suoi insegnamenti, mise a frutto il suo sogno: dare a coloro che non avrebbero mai avuto una possibilità nella vita un motivo di andare a testa alta tra gli altri, tra coloro che si potevano permettere senza sforzi un'esistenza dignitosa se non addirittura agiata.

''I care'': interessarsi a tutto, interessarsi al mondo, evadendo dal paesino di montagna, senza passare dai filtri del nozionismo o della storia dei sussidiari. Barbiana mutò così in un laboratorio guardato da tutti. Politici e giornalisti si alternarono e visitarono questo luogo lontano, ricevendo in cambio critiche e domande mai scontate. Come non retorica, mai, fu la convivenza tra il sacerdote ed i suoi alunni. Talmente aperta da non aver paura neanche del confronto con la morte. Don Milani morì infatti il 26 Giugno del 1967 a causa di un linfogranuloma. La malattia non fu nascosta, anzi spiegata. Il sacerdote volle stare vicino ai suoi ragazzi perché "imparassero che cosa era la morte". Fu poi tumulato nel piccolo cimitero poco lontano dalla sua scuola, seppellito in abito talare con indosso gli scarponi da montagna ai piedi. Aveva colto la nobiltà dell'essersi trasformato in un prete montanaro. Aveva aderito alla causa della povertà e del sacrificio, cercando di dare in cambio ai suoi ragazzi ciò che sapeva e che riteneva importante.

''Ogni parola che non sai oggi è un calcio in culo che prenderai domani''. Era l’insegnamento netto, la felice sintesi di una frase. Insegnò a pensare con la propria testa, a non farsi soggiogare dal pensiero comune. A disobbedire, se necessario, ad una società che non voleva cambiare per rimanere sempre la stessa. Nacquero così ''L'obbedienza non è più una virtù'' o gli scritti in difesa dell'obiezione di coscienza, dove, in una società piena di tabù, si distaccò dalla tradizione cattolica che imponeva una certa retorica della guerra. Venne processato per apologia di reato e assolto in primo grado.

Don Milani è stato per anni definito un ‘prete rosso’. Fu in realtà un modo per recintarlo, anziché sdoganarlo. Egli fu infatti sicuramente scomodo, ma si oppose sempre a qualsiasi tipo di dittatura, inclusa quella comunista. Scrisse: ''La dottrina del comunismo non vale nulla. Una dottrina senza amore. Una dottrina che non è degna di un cuore giovane. Avesse almeno realizzazioni avvincenti. Ma nulla. Uomini insignificanti, un giornale infelice, una Russia che a difenderla ci vuol coraggio. E io dovrei farmi battere da così poco?''.

Fu un sacerdote più incline degli altri alla comunicazione e forse tra i primi ne capì l'importanza nell'epoca moderna. Ebbe per tutta la sua esperienza pastorale l'idea di dover invertire la logica della solidarietà. Affermò: ''Tanti pensano che quando si fa qualcosa per i poveri si fa loro un dono, ma non e cosi: quando si fa qualcosa per i poveri non si fa la carità ma si paga un debito con Dio''. Un problema, quella della visione della società e dell'inserimento di chi rimaneva indietro, che per lui era sopratutto politico. ''Ho imparato – ribadì- che il problema degli altri è uguale al mio. Sortirne insieme è la politica, sortirne da soli è l’avarizia''. Fu forte nelle parole e rimase sempre, nonostante le divergenze, all'interno del ''sistema'', cercando di cambiarlo dal profondo. ''Non mi ribellerò mai alla chiesa – scrisse - perchè ho bisogno più volte alla settimana del perdono dei miei peccati e non saprei da chi altri andare a cercarlo quando avessi lasciato la chiesa''. Un amore forse contrastato, viscerale, intenso ed interno. A quei bambini che nel frattempo erano cresciuti sotto i suoi insegnamenti disse ''Ho voluto più bene a voi (ragazzi) che a Dio, ma ho speranza che lui non stia attento a queste sottigliezze e abbia scritto tutto al suo conto''. Era un uomo di fede e di passione sociale. Non si avvicinò alle grinfie di quella cultura che lo voleva iscrivere al ruolo del ''padre della contestazione'' a tutti i costi, collocato come un soprammobile nel Pantheon dei pre-contestatori del 1968.

Insegnò per tutta la vita il dono della libertà e del pensiero nella società di massa su basi cristiane. In questo senso rivoluzionario e poco omologabile agli schemi lo fu veramente. Ed oggi la sua figura ci viene incontro ancora, per dirci che sapere e non tacere e una regola fondamentale per non farsi incatenare da ogni schema precostituito o imposto in una quotidianità fatta di gabbie tecnologiche e omologanti.