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I cieli di guerra di Francesco Baracca, la leggenda che visse un ‘magnifico sogno ad occhi aperti”

ACCADDE OGGI – Morì in combattimento il 19 Giugno 1918. Di lui è rimasto il coraggio, l’esempio e un cavallino rampante…

ilmamilio.it 

Francesco Baracca morì trentenne il 19 giugno del 1918 sul Montello, durante la prima guerra mondiale, mentre era in battaglia sul suo Spad SVII. I suoi rischiosi blitz a quote basse erano già entrati nell’immaginario collettivo. Era un uomo coraggioso. Riusci ad abbattere in due anni e due mesi, a partire dall’aprile 1916, 34 apparecchi nemici.

“Il valoroso Maggiore Baracca, che aveva raggiunto la sua 34a vittoria aerea, il giorno 19 corrente non ha fatto ritorno da un eroico volo di guerra”. Così recitava il Bollettino di guerra del 21 giugno 1918, annunciando il suo decesso. La sua leggenda è rimasta intatta. La 91a squadriglia di cui era comandante, nata nel 1917, simboleggiata da un grifone, durante il primo conflitto mondiale era composta da un gruppo di ‘Assi’. Tra questi: Fulco Ruffo di Calabria con il suo teschio nero,  Pier Ruggero Piccio,  Gaetano Aliperta, Bartolomeo Costantini, Guido Keller, Giovanni Sabelli, Enrico Perreri e Ferruccio Ranza.

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“Alle prime luci, prima delle 5, avanti il sorgere del sole – scriveva in una lettera del 1915 - siamo tutti partiti in volo e ci siamo poi dispersi nel cielo verso i 2000 metri; e giravo in tutte le direzioni scrutando l'orizzonte; e ho veduto di lassù il sole uscir dietro i monti ed uno spettacolo di luci meraviglioso”. Si era in guerra. Si uccideva. Si veniva uccisi. Ma c’era il tempo per la bellezza, la contemplazione di uno stato d'animo. Le gesta di Baracca divennero in breve tempo note al popolo italiano. La sua morte improvvisa venne percepita come un dolore nazionale. L’elogio funebre fu pronunciato da Gabriele D’Annunzio.

Non si pensi di lui che fu solo un militare. Era colto, di ottima famiglia, generoso, estroso, mai inutilmente votato al sacrificio. L’emblema del Secondo reggimento cavalleria Piemonte Reale, il 'cavallino rampante' che lo contraddistingueva (cambiò solo il suo colore da rosso al nero a seguito della sua morte), fu poi donato da sua madre ad Enzo Ferrari. Un mito che passava di testimone ad un altro mito.

In Baracca albergavano l’esaltazione dell’audacia e il governo ancora possibile dell’uomo sulla macchina, il senso della sfida. Ma non solo: “Era un magnifico sogno, ad occhi aperti – scriveva al padre nel 1912 - vedermi scorrere di sotto gli alberi, la strada la campagna; è una cosa piacevolissima guardar giù e mi sono assicurato di non soffrire affatto di capogiri. Il pilota mi aveva raccomandato di non muovermi molto ed io, guardando, gli gridavo: Plus haut ! Plus haut! Infatti andammo presto a 100 metri e, quando di nuovo fummo ritornati sull'aerodromo, con un bellissimo volo plané, l'apparecchio ci posò dolcemente a terra”.

Aveva la consapevolezza di essere una sorta di “cavaliere del cielo”, di essere parte di una èlite, in un tempo in cui si credeva che gli uomini come lui avessero il privilegio di riassumere lo spirito del volo e la guerra aerea, l’ardimento e la conquista, la tecnologia e lo spirito di avventura. Un pensiero che Filippo Tommaso Marinetti aveva riassunto nel suo “Noi canteremo il volo scivolante degli aeroplani, la cui elica garrisce al vento come una bandiera e sembra applaudire come una folla entusiasta”.

“E' una cosa sorprendente volare, un magnifico sogno ad occhi aperti”, aveva scritto Baracca ai suoi familiari nel 1912. E’ morto compiendo il suo ultimo viaggio, mentre volteggiava nel suo amato cielo, mettendo nel conto la tragica sorte. Come tutti i giovani di quella generazione.