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Antonioni e Bergman, il decennale dalla loro scomparsa (e parziale rimozione)- VIDEO

ACCADDE OGGI – Il 30 luglio 2007 ci lasciavano due registi che hanno raccontato un altro modo di fare cinema. Per alcuni datato, per altri attuale

ilmamilio.it

Saranno stati anche due 'giganti', ma Michelangelo Antonioni e Ingmar Bergman, a dieci anni esatti dalla scomparsa, fanno fatica ad essere ricordati da un mondo che riflette poco (e si analizza interiormente ancor meno) per accorgersi di questi due maestri del cinema mondiale, sopratutto per considerarli ancora dei riferimenti.

Secondo una scuola di pensiero sono ormai datati, e andare verso il loro impegno artistico è come confrontarsi un po' con la camicia rossa del nonno garibaldino. Storia consumata e impolverata: nient’altro. Per altri, invece, qualcosa è rimasto, nella corretta volontà di pensarli come due anticipatori del nostro tempo. E non a torto. Per due ragioni: l’incomunicabilità (etichetta abusata che non gli rende onore), di cui si è tanto parlato per Antonioni, è materia quotidiana dell’umanità presente e anche la grande domanda sulla presenza di Dio, che in Bergman si era fatta raffinata, è dentro le coscienze del mondo occidentale in crisi di sostegni morali, etici, spirituali.

Antonioni e Bergman erano quasi coetanei, quindi contemporanei. Non erano dei divi, erano malinconici, eccezionalmente attenti allo stile, straordinari nel disegnare le donne. Due psicologi, a loro modo. Un po' per vocazione, un po' per loro stessi. Ma sarebbe un errore metterli sullo stesso piano. Se non altro per le origini.

Bergman nacque sotto gli insegnamenti un padre, pastore luterano. Crebbe secondo i concetti di "peccato, confessione, punizione, perdono e grazia", temi che influenzeranno i suoi film. Tant’è che lo stesso regista, nella sua biografia, ammise: "Non potevamo fischiare, non potevamo camminare con le mani in tasca. Improvvisamente decideva di provarci una lezione e chi s'impappinava veniva punito. Soffriva molto per il suo udito eccessivamente sensibile, i rumori forti lo esasperavano".

Antonioni non visse nulla dell’esperienza del suo collega. Di famiglia medio-borghese, visse un’infanzia senza traumi particolari. "Il Po di Volano – spiegò a Ennio Cavalli in “Dei paesi tuoi” - appartiene al paesaggio delle mia infanzia. Il Po a quello della mia giovinezza. gli uomini che passavano sull'argine trascinando i barconi con una fune. l'Isola Bianca in mezzo al fiume a Pontelagoscuro. La sua forza, il suo mistero. Appena mi fu possibile tornai in quei luoghi con una macchina da presa. Così è nato "Gente del Po". Tutto quello che ho fatto dopo, buono o cattivo che sia, parte da lì".

Le opere di Antonioni misurano la distanza tra le persone, le assenze, la difficoltà del desiderio. La cosiddetta '"incomunicabilità" era in realtà una ricerca dentro ad un mondo sempre più enigmatico e tendente all’esclusione. E’, questo sì, l’autore della crisi. Non economica e del lavoro, ma dei rapporti. Lo fa prima che ci arrivino altri. Criticando anche la società, partendo dai comportamenti. Così nascono "L'avventura", "La notte", "L'eclisse”, "Deserto rosso", dove Monica Vitti, prima che si scoprisse straordinariamente comica, è l’icona delle sue storie. Di sgomento e ansia. Quindi "Blow-up" e "Zabriskie Point" (1969), in cui la visione della civiltà dei consumi e della repressione anticipa i temi del declino e dell’autodistruzione.

Bergman fu differente: l’indagine sulla psiche, ma anche sul dubbio, aveva iniziato a presentarsi sin da bimbo, analizzando la grande questione di fondo: quel Dio di cui tutti parlano e che tutti cercano. La trilogia del “silenzio di Dio”, negli anni cinquanta dello scorso secolo, è il risultato spiccato di questo tormento. Tema che si era presentato ne ‘Il Settimo Sigillo’, ove Antonius Block, il cavaliere, parla con la Morte: “CAVALIERE: Io voglio sapere. Non credere. Non supporre. Voglio sapere. Voglio che Dio mi tenda la mano, mi sveli il suo volto, mi parli. MORTE: Il suo silenzio non ti parla?“. Interrogativi esistenziali. Oppure, se vogliamo prenderla dalla parte del credente, domande che hanno insita la certezza sulla presenza di Dio tra gli uomini, tanto da metterli nella condizione di animarsi.

I percorsi artistici di Antonioni e Bergman sono diversi, con alcune tematiche comuni che si distanziano poi nelle ‘soluzioni’, se così possiamo chiamarle e se esistono. Di entrambi ricordiamo la forza grandiosa dell'immagine, la poesia, la bellezza e dell’espressività del modo di comunicare. Su questa piattaforma di emozioni, furono protagonisti di un’epoca oggi meno percorribile nell’era della rapidità e della confusione, in cui tante parole ci assalgono e poco si coglie di ciò che si è letto o visto. Anni in cui c’è sempre meno silenzio e c’è molto vuoto. Questo ci fa pensare che forse oggi anche Antonioni e Bergman avrebbero difficoltà a comprendere i nostri giorni profondamente, ma forse saprebbero renderli utili con il loro talento. Così distante e così vicino.