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Curzio Malaparte, da Caporetto a Mussolini fino a Mao. Un talento multiforme e geniale

ACCADDE OGGI – 9 Giugno 1898: nasce uno scrittore controverso e affascinante. Da rileggere e riscoprire

Fascista, comunista, professore in acrobazie. Curzio Malaparte (Prato, 9 giugno 1898 – Roma, 19 luglio 1957) è stato qualunque cosa (ma non a caso) e per questo è stato definito un ‘Arcitaliano’. Ha incarnato, per qualche studioso, quel soggetto capace di diventare camaleontico a seconda della moda e/o della convenienza. Con la differenza che lui, nella fede accolta del momento, ci credeva sul serio.

Tuttavia catalogare Malaparte dentro questo contesto di 'furbizie' vorrebbe dire declassarlo. Invece è stato uno dei più grandi scrittori del Novecento, per la verità un po' rimosso. E’ difficile, al di là della giostra della storia, fare la morale a un talento capace di scrivere ‘Kaputt’ e ‘La pelle’, dove il neorealismo e l’autobiografia hanno dipinto le memorie e le riflessioni del giornalista e dell’ufficiale della seconda guerra mondiale e dell’Italia intera.

Dentro questi due libri è ancora possibile comprendere il conflitto armato e il suo terrore profondo, senza passare per la cronaca della storia, soffermandosi, come su 'Kaputt!', sulla persecuzione degli ebrei, le atroci condizioni nel ghetto di Varsavia in Polonia o nei Pogrom in Romania. Il grottesco, la follia e il delirio si alternano e risaltano una realtà che sfugge, visto che è enorme l’orrore dell’umanità. Le sei parti del libro sono intitolate a cavalli, topi, cani, uccelli, renne e mosche. Il cavallo, nel particolare, simboleggia la fine del Sacro in un mondo mondo segnato dalla tecnica. Una visione che ci porta dentro i nostri giorni. Ma è sopratutto ‘La pelle’, romanzo ambientato in gran misura a Napoli, che emerge probabilmente la sua massima capacità descrittiva, la sua irruenza, la sua schiettezza.

LA CARNE DEGLI ITALIANI SCONFITTI - Nella città occupata dagli americani, misera e devastata, Malaparte espone una galleria degli orrori dove i soldati sopravvissuti indossano le divise dei soldati morti e i padri fanno prostituire le loro figlie tra le braccia dei nuovi padroni, dei vincitori, e gli stessi liberatori vengono venduti ingenuamente derubati. Una violenza morale e cruda pervade questo capolavoro che trabocca anche di passione e di sangue, di infanzia derubata, di Patria ferita nei corpi senza dignità, nelle carni sporche. “Ragazzi e bambine di otto, di dieci anni, che i soldati marocchini, indiani, algerini, malgasci, palpavano sollevando loro la veste o infilando la mano fra i bottoni dei calzoncini. Le donne gridavano: «Two dollars the boy, three dollars the girls!»: questo scrive Malaparte, riportando la volgarità del popolo liberato senza perdere il valore della pietà, calandosi nella pelle, appunto, di quella gente umiliata e dimenticata, dove l’inferno è di tutti.

Malaparte narra la rovina dalla guerra, dove per salvarsi la vita non esiste più la vergogna e dove ogni cosa è in vendita, dove l’eruzione del Vesuvio sembra dare il senso del completamento della disfatta anche con la condivisione della natura. La morte di un popolo sconfitto e che crede di aver ottenuto tutto con la fine delle ostilità è palesata con straordinario acume, simboleggiato dall’uomo che andando incontro ai carri armati della Quinta Armata alle porte di Roma, col figlio in braccio, cade e finisce spappolato sotto i cingoli. “Quella bandiera è la bandiera della nostra vera patria. Una bandiera di pelle umana. La nostra vera patria è la nostra pelle”

UN ATTACCANTE DI RAZZA - Malaparte fu uno scrittore immarcabile. Interventista e volontario nella Grande Guerra, "fascista della prima ora", marcia su Roma, fascista di sinistra, poi confinato, attivo con gli Alleati, infine comunista. Rappresentò le contraddizioni del Novecento, fino ad una prova di conversione al cattolicesimo. Venuto al mondo col nome di Kurt Erich Suckert a Prato nel 1898, da padre tedesco e madre italiana, fu uno spirito libero sin da giovane. Quando all’alba del 24 ottobre 1917 i soldati austro-tedeschi cominciarono ad avanzare fino a Caporetto, lui ne trae spinto per le sue riflessioni letterarie (leggi anche: La ‘disfatta di Caporetto’: la storia di una sconfitta, di un esodo drammatico e di un riscatto). La disfatta è una batosta tremenda per il morale di un popolo intero: 300mila soldati prigionieri e 60omila fra uomini, donne e bambini costretti a lasciare le loro case ttra strade piene di fango, rassegnazione, sconforto. “Bisogna aver disceso tutti gli scalini dell’umanità – scriveva Malaparte - per mordere alla radice stessa della vita, aver “mangiato la terra e averla trovata deliziosamente dolce”, aver sofferto, sperato, maledetto, bisogna essere stati uomini, semplicemente umani, per poter leggere questo libro senza pregiudizio e sentirvi il sapore della vita”. È l’inizio di “Viva Caporetto!, La rivolta dei santi maledetti”, dove la sconfitta delle sconfitte non diventa più tale, ma è l’inizio di una sorta di resurrezione dei semplici, della fanteria, di tutta quella umanità stanca, affamata e depressa che ripiega sul Piave e orgogliosamente fa sentire la sua energia nel momento più drammatico. Un libro che non viene compreso, viene sequestrato, accusato di disfattismo. Dopo la marcia su Roma, Malaparte ne farà stampare una nuova edizione, modificata, dove le responsabilità dei generali rimangono tali e l’idea che il tradimento non fosse stato commesso dai fanti attraverso la resa è ancora palese: “L’Italia dei codini, dei bigotti, degli sbirri, dei ladri, degli Alti Comandi (e per Alti Comandi non intendo solo quelli militari) – scrive - di tutti coloro che disprezzano il popolo italiano, lo sfruttano, l’opprimono, l’umiliano, l’ingannano, lo tradiscono, quella ignobile Italia che la mia generazione, e tutte le generazioni del Carso e del Piave, hanno rifiutato e rifiutano. E l’Italia della fanteria, l’Italia della povera gente, l’Italia generosa, leale, onesta, coraggiosa, nemica d’ogni prepotenza, d’ogni sopruso, d’ogni privilegio, nella quale abbiamo creduto e crediamo”.

L’attività giornalistica di Malaparte è importante: dalla fondazione de La conquista dello Stato, alla direzione de La Stampa, poi collaboratore del Corriere sotto lo pseudonimo di ‘Candido’, corrispondente al seguito dell’esercito tedesco in Russia, autore di una rubrica sul Tempo.

In mezzo la prima fuga da uno dei suoi amori ideali. Nel 1931 pubblica Tecnica del colpo di Stato, che gli costò giorni di confino e fermi di polizia. Nel libro Hitler viene definito un “Giulio Cesare in costume tirolese”. All’arrivo degli alleati, durante la fine del secondo conflitto mondiale, fu arrestato ma poi divenne ufficiale di collegamento risalendo l’Italia da Sud. Ne nascerà ‘La pelle’, di cui abbiamo parlato già, dove si constata un distacco personale da quegli opportunismi che sono tipici di certi italiani: “Molti di coloro che oggi fanno gli eroi gridando: viva l’America, o viva la Russia, son gli stessi che ieri facevano gli eroi gridando: viva la Germania. Tutta l’Europa è così. I veri galantuomini sono quelli che non fanno professione né di eroi né di vigliacchi, son quelli che ieri non gridavano viva la Germania, e oggi non gridano né viva l’America, né viva la Russia”.

LA CINA, CAPRI, LA MORTE - Finì tesserato nel Pci. Di questo tempo sono anche Due anni di battibecco e, sopratutto, Maledetti toscani, ove proprio la toscanità irriverente e tradizionalista è il marchio di fabbrica di uno stile.

Nel 1957 intraprese un viaggio in URSS e in Cina, intervistò Mao Tse-tung. I suoi articoli non vennero però pubblicati su "Vie Nuove" per l'opposizione di Calvino, Moravia, e altri intellettuali. "Il fascista Malaparte" non poteva scrivere su una rivista comunista. Dedicò comunque alla Russia e alla Cina le sue ultime pagine. Durante il viaggio si manifestò la malattia dello scrittore. In quei mesi si avvicinò al cattolicesimo, ma gli storici dibattono sulla sua reale conversione. Curzio Malaparte morì di cancro a Roma, a 59 anni, dopo essere stato battezzato da padre Cappello e comunicato da padre Rotondi, due gesuiti.

Alla Repubblica Popolare Cinese lasciò in eredità la sua dimora di Capri, una villa rosso pompeiano costruita su ispirazione dell’architettura razionalista che qualcuno, con un pò di coraggio, ha definito un abuso contro il paesaggio. Disegnata dall’architetto Adalberto Libera, la casa fu modificata dallo stesso scrittore nella sua esecuzione. Era nata dopo che Galeazzo Ciano, suo amico e ministro degli Esteri, lo aveva fatto tornare in in libertà dal confine a Lipari lavorando come inviato del Corriere della Sera. Arroccata su una scogliera a strapiombo sul mare, è oggi considerata una meta per i turisti che la vogliono ammirare dall’esterno. E se volete vedere quella che sembra una nave che si protende verso il mare, incagliata tra gli scogli, guardatevi un film di Godard, ‘Le Mepris’ (“Il disprezzo”), tratto da un romanzo di Moravia (Leggi: Lo scrittore dell’(in)esistenza: Alberto Moravia e il suo tempo di divisioni e tensioni ideali), dove Brigitte Bardot è bellissima. Qualcosa del geniale Curzio lo troverete anche lì.

Malaparte era sopra le righe, inafferrabile e provocatorio, simbolo di un protagonismo intellettuale che oggi si trova sempre meno, in un’epoca in cui tutti fingono di essere eccentrici e poi sono del tutto convenzionali.