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L’arte di Antonio Ligabue e il raggiungimento di quel fine ‘inutilmente inseguito da molti’

ACCADDE OGGI – 27 Maggio 1965: muore a 65 anni l’artista più incontrollabile e solitario del Novecento

ilmamilio.it 

Aggressivo, solitario, ma geniale ed esplosivo come una creatura meravigliosa tirata sulla terra per sorprendere l’umanità.

Antonio Ligabue non riuscì mai a scrollarsi di dosso il suo disagio, per tutta l’esistenza. Le sue opere, naif, espressionistiche e coloratissime insieme, hanno spaccato la storia dell’arte in un originale contesto autonomo. Attraverso l’arte, egli maturò la sua migliore coscienza, il talento riconosciuto, l’amore degli appassionati. Un carattere difficile ed indomito. Colpito da paresi, verso il sipario della sua vita, continuò a dipingere.

Egli si affacciava verso gli altri con i suoi quadri e le sue sculture.

Gli animali, i conflitti, i campi, i paesaggi, i galli, le tigri immaginate tra la vegetazione del Po, la memoria e la fantasia, la lotta di un falco con una volpe, le fauci aperte di una bestia feroce. Malato, mai amato, Ligabue risolveva la sua timidezza nell’aggressività, esorcizzava la sua solitudine rappresentando la forza. Era talmente bisognoso di una compagnia femminile che se la inventava, vestendosi da donna.

Nato a Zurigo, perseguitato dalla convinzione che il patrigno avesse avvelenato la madre, morta assieme ai tre fratelli per un'intossicazione alimentare, Antonio Ligabue (Zurigo, 18 dicembre 1899 – Gualtieri, 27 maggio 1965) non proveniva da ranghi sociali elevati, era autodidatta e senza formazioni artistiche specifiche. Aveva però un'immaginazione sconfinata: gli animali esotici, la foresta, i predatori, gli autoritratti, la vita agreste, i cani, i tratti violenti, il tormento o il viso scorticato dall’autolesionismo venivano dalla sua mente e dai suoi occhi come improvvise fiammate.

Nel 1919, dopo esser stato espulso dalla Svizzera, finì a Gualtieri (Reggio Emilia), dove poco più tardi trovò lavoro presso gli argini del Po. Quegli ambienti naturali, grezzi e lontani dal vissuto della massa, lo ispirarono per la sua produzione. Nel 1928 Renato Marino Mazzacurati, ammirando la sua genuina creatività, decise di insegnargli le tecniche e l’uso dei colori ad olio. E quel Po verso cui lui ogni giorno si confrontava e viveva, diventò la scintilla di qualcosa di infinito.

Ligubue era selvatico, sporco, timido, regalava i suoi quadri in cambio di qualcosa, viveva di solitudini, crisi depressive. Non era facile avere a che fare con lui. Litigò, durante l’occupazione tra il 1943 e il 1945, con un soldato tedesco e gli spaccò una bottiglia in testa dentro un’osteria. Si procurava del male. Aveva la mania di ferirsi il naso. Si dice che la sua intenzione fosse crearsi il rostro di quei rapaci che ammirava, che aveva visto allo zoo e si scagliavano contro la gabbia per cercare la libertà. Quella stessa libertà che Antonio ricercava esprimendosi.

La vita che raccontava nei suoi pennelli nasconde ancora oggi un mistero, un destino enigmatico. La sue sculture, i suoi dipinti, l’argilla del Po, i colori straordinari, l’autonomia della sua immaginazione, sono rimasti attuali, uno specchio delle nevrosi collettive della nostra società. Nel suo mistero, dicevamo, raggiunse il fine inutilmente inseguito da molti – per dirla con Mazzacurati.

Quando morì, nel 1965, il 27 maggio, non terminò la sua clamorosa intuizione, il suo modo di guardare il mondo. Lo chiamavano “El matt” - “Il matto”. Si guadagnò un’identità grazie ad una vocazione che fu spirituale, umana e selvatica, così tanto vicina all’indicibile e all’animale da trasformarlo in un gigante che ebbe poco e adorò la semplicità di ciò che ci esiste attorno con la monumentale sensibilità degli umili.