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La sentenza che aprì la strada delle ‘Radio Libere’: così cambiò il mondo della comunicazione

ACCADDE OGGI – Il 27 Luglio del 1976 una sentenza della Corte Costituzionale legittima la trasmissioni fuori del monopolio Rai: un boom destinato a cambiare l'Italia

ilmamilio.it

Dare voce a chi non aveva voce. Questo fu l’intento, a metà degli anni settanta, di quella parte di italiani che sfidò una società avvolta dal monopolio statale e invece voleva interpretare e spiegare una nazione che stava cambiando inesorabilmente. Sperimentare nuove forme di comunicazione, senza censure, senza filtri e anche senza regolamentazione, diventò l'arena che coinvolse partiti, movimenti, imprenditori e persino parrocchie. Internet e i social network di oggi sono sostanzialmente i nipoti (e non hanno inventato nulla di nuovo, se non nella forma e nella velocità) di questa avventura che coinvolse tantissimi giovani dell’epoca.

Tre le tappe fondamentali del percorso. Nel 1970 ‘Radio Sicilia Libera’ di Danilo Dolci (leggi l’articolo) è la prima emittente che per 27 ore consecutive, prima del sequestro e dell’intervento della polizia, entra nelle case saltando il reticolato delle norme. Dolci, in quel frangente, utilizzò il mezzo per denunciare i disagi delle Sicilia occidentale e lo spreco di denaro pubblico sulla Valle del Belice falcidiata dal terremoto. E’ il sasso che muove lo stagno. Nel 1977, anno di punta del movimento giovanile e studentesco, l’esplosione del fenomeno è conclamato. Infine è la Legge Mammì, negli anni ottanta, a ripartire e regolamentare le frequenze, aprendo la porta sostanzialmente allo scenario attuale.

Il 27 Luglio 1976 fu comunque la prima data a spezzare in due la storia. La Corte Costituzionale affermò la legittimità delle trasmissioni radiofoniche private, purché a diffusione locale. Il mercato, dunque, si aprì grazie a quella storica sentenza che mise in piedi un concetto: non era legittimo il monopolio vigente (di Stato) e quindi il legislatore avrebbe dovuto regolare la materia. L’Italia vide fiorire così centinaia di nuove emittenti, che dettero voce ad una parte di comunità tradizionalmente ignorata. La prima e più nota delle radio libere fu Radio Milano Intenational, che iniziò le sue trasmissioni  il 10 marzo 1975. Poi Bologna, il 9 febbraio 1976, con Radio Alice (leggi l’articolo), ma sono i tempi anche di Radio Radicale, Radio Popolare, Radio Città Futura e, a destra, Radio Alternativa. Bastava il trasmettitore di un carro armato, un antenna e un giradischi. E il gioco era fatto. Lo farà anche Peppino Impastato contro la Mafia, dalla sua ‘Radio Aut’, pagando con la vita.

Un dato esemplare: nel 1976 le Radio Libere sono 205. Nel 1979 sono 1969. Nel 1980-81 oltre 3mila. Le frequenze si accavallano una sull'altra, così come i segnali. Un caos indescrivibile a cui alla fine si mette mano.  Una giungla vera e propria giungla di cavi e di pensieri si muove. Irrefrenabile. Sarà poi una legge, l’adozione della banda Fm e l’avanzare impetuoso del settore commerciale a chiudere l’era della massima diffusione e a normalizzare un territorio fino a quel momento anarchico.

Eugenio Finardi in una sua famosa canzone, “La Radio”, dell'autunno 1975, espresse lo spirito del tempo che iniziava a diffondersi. "Amo la radio perché arriva dalla gente / entra nelle case e ci parla direttamente se una radio è libera, ma libera veramente / piace ancor di più perché libera la mente". Era nato, in quel tempo, un nuovo modo di aprirsi e di riflettere, improvvisato e persino ingenuo, sicuramente innovativo e rivoluzionario. Tra le emittenti più marcatamente politicizzate, altre decisamente meno impegnate o persino ristrette all’arco di un paese, spiccò sempre e comunque il ruolo della musica, comune denominatore al di là delle parole e dei dibattiti. E l'etere diventò per molti ragazzi una finestra sul mondo, un'occasione per confrontarsi.

Tante esperienze così diverse (ri)trovarono inoltre un altro luogo di sintesi nella proposta di sperimentazione di nuove forme di informazione che si trascinarono dietro un cambiamento che intaccò i palinsesti del servizio pubblico. Le telefonate in diretta, ad esempio, diventarono di uso comune per aprire uno spazio, fino a quel momento inedito, alla partecipazione degli ascoltatori e dei telespettatori.

C’era, in tutto ciò, e la voglia di cambiare il mondo, arricchendo il linguaggio comune con l’adesione ad un nuovo approccio che contribuì al cambiamento dei costumi, dei rapporti interpersonali, in un modo che probabilmente sfuggì anche ai protagonisti di quella epoca di transizione epocale, oggi percepita come pionieristica, un pò piratesca ed 'eroica'.