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12 maggio 1977: l’omicidio di Giorgiana Masi. “Se l’averti conosciuta diventasse la mia forza...”

ACCADDE OGGI - Un delitto insoluto, la cronaca di una giornata terribile 

ilmamilio.it 

A Giorgiana… se la rivoluzione di ottobre fosse stata a maggio - se tu vivessi ancora - se io non fossi così impotente di fronte al tuo assassinio - se la mia penna fosse un’arma vincente - se la mia paura esplodesse nelle piazze - coraggio nato dalla rabbia strozzata in gola - se l’averti conosciuta diventasse la mia forza - se i fiori che abbiamo regalato - alla tua coraggiosa vita nella nostra morte - almeno diventassero ghirlande - dalla lotta di noi tutte donne - se…non sarebbero le parole a cercare di affermare la vita - ma la vita stessa, senza aggiungere altro”.

Queste parole, stampate sui manifesti che tappezzarono Roma, danno l’idea della reazione emotiva che suscitò l’assassinio di Giorgiana Masi. Un colpo di pistola, che non ha mai trovato un responsabile, portò via la sua giovane vita in una giornata, quella del 12 maggio del 1977, di violenze tremende che segnarono la Capitale e in cui le forze dell’ordine furono messe all’indice per i loro metodi violenti. Un clima da guerra che insanguinò le strade del centro storico per ore.

I FATTI - Tutto cominciò con la mobilitazione del 'Partito Radicale' in occasione del terzo anniversario della vittoria referendaria sul divorzio del 1974 e di una manifestazione indetta a Piazza Navona per sensibilizzare l’opinione pubblica sulla promozione di altri otto referendum. In quei giorni c'era un tema molto dibattuto: la Legge Reale. La norma (approvata il 21 maggio del 1975, per volere del Ministro di Grazia e Giustizia in carica, Ovidio Reale) aveva stabilito delle regole in materia di ordine pubblico. L’obiettivo era quello di rendere più facile e meno farraginosa la lotta contro il terrorismo e la violenza politica, diffusissima e sanguinaria.

Il 21 aprile del 1977, nel corso dello sgombero della Polizia dell'Università di Roma occupata da studenti dell'area dell'Autonomia Operaia, l'agente Settimio Passamonti era stato raggiunto da due colpi di pistola mortalmente. Il governo aveva così deciso di vietare tutte le manifestazioni nel Lazio per un mese ed il ministro dell'Interno Francesco Cossiga, annunciando il provvedimento, affermò: "Deve finire il tempo dei figli dei contadini meridionali uccisi dai figli della borghesia romana".  Per i suoi oppositori e critici, al di là dei singoli e gravissimi episodi, la legge Reale negava alcuni diritti estendendo la carcerazione di tipo preventivo, mettendo nelle condizioni carabinieri e polizia di arrestare qualsiasi sospetto anche senza la flagranza di reato, negando la libertà provvisoria a chiunque fosse indiziato di reati contro l’ordine pubblico e autorizzando le perquisizioni anche prive di un mandato della magistratura ordinaria.

Questo è il clima storico e sociale in cui Cossiga, nonostante le sollecitazioni per una deroga del divieto di manifestare, decise comunque di non autorizzare l’incontro indetto dai radicali per il 12 maggio 1977. Già alle prime ore del pomeriggio la Polizia fece ingresso a Piazza Navona. Alcuni esponenti del “Partito Radicale” tentarono di bloccare l’intervento delle forze dell’ordine sdraiandosi sugli amplificatori. Furono trascinati via e picchiati. Persino i giornalisti, che cercarono di avvicinarsi per fare delle foto, furono respinti, percossi e presi a calci. Da questo momento in poi tutte le strade attorno alla piazza diventarono il teatro di una battaglia. Una parte dei manifestanti, scappando da polizia e carabinieri, raggiunse piazza Sonnino per unirsi a un altro gruppo di attivisti che nel frattempo era arrivato in Campo de’ Fiori, a Trastevere, gradualmente, si riversarono centinaia di poliziotti in assetto antisommossa.

Intorno alle 18 il clima di violenza arrivò a tali livelli di diffusione che durante le ripetute cariche della polizia, alcuni agenti spararono con armi in loro dotazione. L’intervento fu sostenuto palesemente da alcuni individui vestiti in borghese, i quali, armati di spranghe e pistole, si confusero  con i manifestanti. E’ al culmine di questi accadimenti che accade la tragedia.

Giorgiana Masi, 19 anni, intorno alle ore 20, fu trafitta da un colpo di rivoltella. La giovane si accasciò al suolo proprio a ridosso di Ponte Garibaldi. Morirà poco dopo. Frequentava il liceo scientifico “Pasteur”. Il quotidiano “Il Messaggero”, nelle ore successive, pubblicò alcune foto nelle quali si distinsero nettamente alcuni poliziotti che sparavano tra la folla. A confermare questo tipo di svolgimento dei fatti intervennero anche le testimonianze visive: una emittente privata romana mandò in onda un documento, realizzato dal Partito Radicale e “Lotta Continua, in cui vennero mostrate le sequenze di un poliziotto in uniforme e casco che sparava ad altezza d’uomo dall’ingresso di un palazzo.

IL MISTERO DI UN OMICIDIO - Chi ha ucciso Giorgiana Masi? Si puntò il dito, almeno inizialmente, contro un paio di uomini con indosso le uniformi da vigili urbani. Emerse anche la pista del ‘fuoco amico’, ma secondo le testimonianze dirette non poteva corrispondere a verità. La strada delle indagini rimase intricata sin da subito e così rimase. Una verità certa non si scoprirà mai. Ci provò a individuarla Marco Pannella, storico leader radicale, che si presentò negli studi della Rai, in occasione dei quindici minuti a lui destinati per il programma “Tribuna politica”. La trasmissione venne proceduta da una nota della commissione parlamentare di vigilanza della Tv di Stato che deplorò le sue dichiarazioni. Il Viminale aggiunse: “Le accuse a Cossiga sarebbero gravissime ed infamanti se provenissero da altri: pronunziate da Pannella sono solo indecenti, sconsiderate e inutilmente provocatorie”.

Pannella puntò l’indice direttamente contro il Ministro degli Interni: “Il 12 maggio – disse – Cossiga ha costretto giovanissimi poliziotti a vestirsi da assassini per fare leggi più fasciste ed ammazzare passanti”. Si gettò poi con forza e veemenza “contro i tenutari del regime della violenza e della corruzione che vogliono impedire il successo degli otto referendum, un’iniziativa sostenuta dai cittadini che non hanno diritto perché non sparano, non ammazzano, non si mettono alla portata delle P38 di Cossiga e dei suoi complici”. Dopo aver definito gli agenti “lupi scesi dalle montagne per farci paura”, continuò: “Giorgiana l’hanno respinta e uccisa, mentre andava solo a firmare”. Nel 1997, in occasione di uno speciale di Raidue intitolato “L’anno che non finì”, commentando ancora il sanguinoso pomeriggio del 12 maggio, ribadì la sua linea: “Il Viminale voleva trenta o quaranta morti tra Piazza San Pantaleo e Campo dei Fiori. Ciò non fu possibile grazie alla nostra non violenza. Il fatto di Ponte Garibaldi fu evidentemente un caso incontrollabile”.

L’unica notizia sicura di quelle drammatiche ore nel centro di Roma, ancora oggi, è che Giorgiana non tornò a casa. Giustizia e verità, con il dilatarsi del tempo, sono rimaste fuori della porta.

Il 14 maggio del 1977, a due giorni dalla scomparsa della ragazza, venne indetta una manifestazione di protesta a Milano. Un gruppo di autonomi sparò contro la polizia. Cadde l’agente Antonino Custrà. Durante l’azione un fotografo immortalò la scena. L’immagine dei due giovani con il passamontagna in testa, pistola alla mano, fece il giro del mondo. L’evento mediatico, ovvero l’immagine simbolo del giovane con il viso coperto che sparava in mezzo alla strada, superò ogni emergenza, ogni argomento: Giorgiana Masi, Cossiga, gli agenti in borghese, le violenze della polizia, i pestaggi, il divieto di manifestare, la Legge reale, i misteri di Stato, i delitti senza colpevoli, Custrà. Ma il fatto più grave è che a fronte di tutto questo una verità certa, netta, incontestabile, non è mai arrivata.

Il delitto di Giorgiana rimane, purtroppo, uno dei tanti insoluti di quel drammatico periodo storico. Non certo per colpa della memoria che viene rimossa, della storia che naturalmente passa. Ma di chi non è riuscito a mantenere la giustizia come caposaldo della nostra unione civile.