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Ermanno Olmi, il regista che raccontava lo sguardo dell’uomo sul mondo che viveva

ITALIA - Ricordo del grande artista, morto Domenica a 86 anni

Il racconto, la fiaba, la storia, il mondo contadino, le persone semplici, l’intimo umano. Ermanno Olmi è stato come il suo cinema. Il suo cinema è stato come lui. Mai banale, imprevedibile, ricco di parole e di visioni, di dialoghi e di silenzi, di rumori, di percezioni.

Nato a Bergamo il 24 luglio 1931, aveva vinto la Palma d’Oro a Cannes nel 1978 con ‘L’albero degli zoccoli’, legittimamente considerato il suo capolavoro. Tre ore nel mezzo di campagna lombarda di fine Ottocento, in dialetto. Un film nato o ispirato dalle storie che la nonna gli raccontava da bambino. Tutti gli attori sono contadini e persone senza alcuna precedente esperienza di recitazione. I loro nomi di battesimo furono fatti scorrere nei titoli di coda dopo il cognome per una precisa scelta poetica del regista. Intendeva in questo modo rappresentare la condizione umile e assoggettata dei contadini di quegli anni. Una pellicola che mise insieme i brani per organo di Johann Sebastian Bach e le canzoni popolari. Un’opera che parlava di altro, in un periodo storico di impegno politico e sociale come il 1978.

Olmi non ha mai urlato, non si è messo mai a correre. I suoi tempi sono stati lunghi, ragionati, intensi. Partì con Il tempo si è fermato (1959) sulla vita di uno studente che vive nella baracca di un guardiano su una diga, o Il Posto, dove si intersecano i filoni della della civiltà del consumo in mezzo ai ritmi e alle nebbie del nord nel boom economico. Un ritratto raffinato e sospeso, per il quale Olmi disse: “I miei primi film sono storie sulla povertà ma in cui c'è sempre un po' della storia del nostro paese. Il passaggio dalle società contadine a quelle operaie, o da queste alla nuova borghesia. Nel Posto lo si vede bene nella casa di Domenico, una cascina in cui non si lavora più la terra ed è diventata solo un dormitorio per gente che va a lavorare in fabbrica e in città. Tra poco in quelle stalle senza più animali avrebbero messo le Lambrette e le Seicento”.

Olmi aveva dunque una visione del mondo, e in lui c’era il senso della gavetta, la passione del documentarista, quella per la condizione umana, o meglio per l’uomo e le sue fragilità, le storie del tempo. Non aveva schemi, non si è mai fatto imprigionare dentro uno stile, dentro l’ideologia. Mentre la carica rivoluzionaria degli anni settanta si sta rompendo nella strage di Via Fani e nel riflusso, Olmi recuperò un perduto e romantico neorealismo fatto di 'non attori' che si muovono in uno scenario reale, appunto, nel suo ‘Albero degli Zoccoli’, un tesoro cinematografico in cui emergono le difficoltà di un mondo e la diseguaglianza sociale, ma dove trionfano le radici dell’uomo, il suo reale e il ricordo. E’ un modo per rivendicare, anche, per far ricordare un certo tipo di Italia dentro al globo che muta velocemente.

'La leggenda del santo bevitore' e 'Il segreto del bosco vecchio' arrivano a cavallo tra la fine degli ottanta e l’inizio dei novanta mutuati da Roth e da Buzzati (Dino Buzzati e la sua visione dell’attesa. Un intellettuale raffinato e fuori schema). Ma Olmi non si ferma e incontra Giovanni dalle Bande Nere, nel dipinto de Il Mestiere delle armi, in cui l’isolamento, il silenzio, la riflessione vivono dentro le vicende che portano al terribile Sacco di Roma del 1527. Un racconto che è anche un messaggio: Giovanni delle Bande Nere è superato. Nuove armi da fuoco rendono inutili le armature che hanno segnato un’epoca di valore. L’innovazione tecnologica ha cambiato e posto fine all’arte della guerra, mettendo in crisi i valori che segnavano le regole del combattimento dove il coraggio del soldato o il corpo a corpo determinava il valore, la vittoria e la sconfitta. La morte ora colpisce da lontano, fredda. Così è il denaro che fa la guerra perché serve ai nuovi mostri che lanciano cannonate. E quando Olmi ha trovato una nuova dimensione all’interno di questa straordinaria esperienza, volta la carta, qualche anno dopo, e trova un Cristo nella Bassa che inchioda incunaboli. Lo affida a Raz Degan. Sono i Centochiodi, sull’argine del Po. E poi via ancora verso le ultime avventure, che sono sempre un esempio di come si possa guardare l’uomo, questo uomo sempre più fragile di fronte alla tecnologia e al futuro che lo minaccia spiritualmente e fisicamente, magari sotto la neve della prima guerra mondiale de ‘Torneranno i prati’. Dove non manca mai la poesia, neanche nell’orrore, nella disumanità della trincea, nello scoppio delle bombe e in quella ‘brutta bestia’ che gira il mondo e non si ferma mai.

Per lui valgono le parole del suo Giovanni: “Vogliatemi bene quando non ci sarò più”.